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A Modena come a Monza si usano i parchi per i grandi concerti. Non sarebbe meglio usare le aree dismesse dalle grandi fabbriche?

Riprendo testualmente da un articolo di Emilio Marrese del 27 giugno, inviato de la Repubblica a Modena per il concerto di Vasco Rossi di sabato 1° luglio, per il quale sono attesi  220 mila fan: “Sono già un centinaio quelli che, come una piccola tribù di guerriglieri, spostano nell’attesa le tendopoli tra gli alberi del Parco Ferrari, l’ex autodromo dove Alberto Ascari vinse il primo gran premio di F1 nel ’50, ridisegnato a fine anni ottanta dal paesaggista inglese Sir Joffrey Jellicoe. Impressionante è che tutto accadrà non in una spianata della Bassa…”. Oltre all’ingente afflusso di appassionati, è da notare la dimensione del palco su cui la stampa favoleggia: l’ampiezza di 1400 metri quadri, l’altezza di un palazzo di otto piani.

Chi è andato a vedere le condizioni del prato della Gerascia dell’Imperial Regio Parco di Monza, adiacente all’Autodromo, dopo la recente serie di concerti rock, può capire cosa accadrà del Parco Ferrari. Realizzato secondo una visione (e costi) di vasto respiro culturale e paesaggistico, con il concerto si trasformerà in una bella distesa di terra battuta, con incistate migliaia di mozziconi di sigarette, tappi di bottiglie, per non dire altro. Quanto agli spazi occupati dal palco, i solchi prodotti dai TIR per trasportarlo e l’installazione delle strutture ne garantiranno la trasformazione in una distesa fangosa irrecuperabile.

La successione degli argomenti dei difensori di questo tipo di devastazione sarà la solita: prima diranno “che c’è di male?”, poi che “l’erba ricresce”, poi che “un prato si può ripiantare”. Ma la fine è inesorabile: terra battuta, magari pronta per essere asfaltata.

(Non citerò il prato del Mirabello, cuore del Parco di Monza, dove si è svolta recentemente la Messa di Papa Francesco, autore all’enciclica “Laudatu Si” in difesa dell’ambiente. L’“evento” ha visto la partecipazione di 70 mila persone. Il prato è tuttora devastato, ma se dovesse essere maltrattato così solo “ogni vita di Papa”, il tempo per il risanamento ci sarebbe).

Prima una constatazione, poi una domanda.

La constatazione: evidentemente gli autodromi sono una maledizione per i parchi, siano essi autodromi morti (come quello di Modena), o sopravvissuti (come quello di Monza). Essi incombono sui parchi come Zombi, morti più o meno viventi, senza tempo e senza pace.

La domanda: ma perché certi concerti rock vengono tenuti in parchi plurisecolari, come quello di Monza, o realizzati recentemente, come quello di Modena?

Dal punto di vista delle motivazioni degli amanti di concerti rock, la cosa è inspiegabile. La passione di decine di migliaia di giovani per cantautori nostrani come Ligabue o Vasco Rossi, o l’oggettivo valore artistico di alcuni musicisti e band internazionali, come quelli che si sono esibiti a Monza, prescindono completamente da fatto che i concerti si svolgano in luoghi così preziosi e delicati come i parchi. Credo che si possa dire senza tema di smentita che gli appassionati di questi concerti andrebbero in qualsiasi “location” pur di ascoltare i loro divi.

Allora, perché? La prima argomentazione degli organizzatori (ecco i veri, nascosti protagonisti dei concerti!) è che anche gli stadi più grandi, utilizzati per molti di questi eventi, non hanno l’estensione sufficiente per accogliere un pubblico che supera a volte le 100 mila persone: ci vogliono dai 5 ai 10 ettari.

Ma con la terza rivoluzione industriale il mondo è pieno di aree di queste dimensioni della prima e della seconda, degradate o dismesse: perché i concerti non si tengono in questi spazi, opportunamente adattati? Credo che non uno degli appassionati dei concerti storcerebbe il naso e rinuncerebbe allo spettacolo. Forse, al contrario, sarebbe spinto a partecipare anche per una motivazione ecologica.

Ma a questa constatazione la replica sarebbe pronta: queste aree andrebbero ristrutturate, e soprattutto bonificate, perché spesso il terreno è inquinato dagli scarichi delle industrie dismesse. Il costo sarebbe eccessivo. Al contrario, i parchi sono lì a disposizione.

Ebbene: qualche decina di anni fa tutto il settore manifatturiero fu obbligato per legge a non scaricare più, nelle acque fluviali o marine e altrove, le loro scorie di lavorazione, e ad installare depuratori molto costosi non solo nell’investimento, ma anche nella gestione corrente. Dopo alcune dimostrazioni temporanee (ricordo quella dei conciatori fiorentini) la regola fu subita e accettata. Oggi è data per scontata.

Allora è lecito chiedersi: perché in presenza di una situazione sempre più drammatica dal punto di vista del consumo del suolo, con conseguenze irrimediabili dal punto di vista produttivo e ambientale, non si impone al settore delle costruzioni l’obbligo di costruire, salvo rare eccezioni di interesse pubblico, solo sulle aree già edificate e abbandonate? A differenza dei depuratori industriali, il costo consisterebbe solo nell’investimento una tantum: un investimento doveroso, definitivo e conveniente dal punto di vista ambientale ed economico.

Almeno in parte la responsabilità di una scelta di questo tipo ricadrebbe sugli amministratori locali, che dovrebbero contrapporsi con  il governo del territorio alle lusinghe degli affaristi di passaggio. Purtroppo molti amministratori di corte vedute abboccano all’amo della vendita di un evento passeggero come vantaggioso per l’immagine e il prestigio di un paese o di una città, evento che che costituisce invece solo un affare per chi lo propone.

Ma sarebbe auspicabile che cantautori e musicisti per primi, con la loro forte influenza sui pensieri e i sentimenti dei loro seguaci, scegliessero di accettare per i loro concerti le localizzazioni più compatibili con la difesa e il recupero dell’ambiente. E che i loro stessi seguaci, spesso motivati contraddittoriamente, in altre situazioni, dal valore della difesa ambientale, promuovessero movimenti nello stesso senso.

Occorre acquisire e diffondere la consapevolezza che i concerti nei parchi hanno le stesse caratteristiche dello stupro: di fronte alla bellezza di questi luoghi, invece di ammirarli e di amarli, si è spinti all’appropriazione, alla violenza, alla distruzione. In questo caso, di massa.

 

PRATO MULINI ASCIUTTI 20170609 001

PARCO DI MONZA. PRATO DELLA CASCINA MULINI ASCIUTTI DOVE SOSTANO GLI AIRONI. DOPO LO SFALCIO

 

PRATO CAVRIGA 20170627 002

PARCO DI MONZA. PRATO DELLA CASCINA SAN FEDELE. PRIMA DELLO SFALCIO

 

PRATO GERASCIA 20170627 006

PARCO DI MONZA. PRATO DELLA GERASCIA DOPO I CONCERTI ROCK

 

PRATO MIRABELLO 20170627 004

PARCO DI MONZA. PRATO DEL MIRABELLO, ALCUNI MESI DOPO LA MESSA DI PAPA FRANCESCO

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

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