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Oggi nessuno costruirebbe un autodromo in un parco ottocentesco.
Ma forse siamo ancora in tempo a rimediare.

 

"Dal Gran Premio al Gran Parco". Questo era un efficace slogan di Legambiente , alcuni anni fa. Questa frase, ritengo, sia oggi ancora più attuale, in quanto le sensibilità sui grandi e piccoli temi ambientali si è estesa ormai a livello mondiale. Persino negli Usa, storica roccaforte della conservazione inquinatrice, fanno oggi breccia ben altri approcci e atteggiamenti, a partire del suo Presidente, Obama.

 

Un residuo di 'modernismo'

Ma veniamo a noi oggi, semplici cittadini monzesi. Come noto, l'Autodromo venne costruito nel Parco di Monza nel 1922, in un periodo buio della vita nazionale, sia nel pensiero sia per alcune realizzazioni. Si pensi solo al fatto che dietro alla Villa Reale, nel grande pratone, si progettava persino di inserire una grande piscina olimpionica in stile littorio e un campo da calcio di livello brianteo.

 

Questa idea, che oggi farebbe rabbrividire quasi tutti e che molti definirebbero come propria di una cultura violenta, piuttosto che di un accorta politica locale, fu sconfitta dalla cultura e dalla storia, anche se allora, da taluni, era invece considerata un esempio di modernità nazionalpopolare. In ogni caso, e comunque la si pensi, credo che persino i più convinti tifosi della F1, oggi,  penserebbe mai di inserire un autodromo in un Parco ottocentesco. Più di una volta ho sentito dire: "se l'autodromo non fosse già nel Parco, oggi non si farebbe più lì".

 

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Un'immagine storica dell'Autodromo

 

Un problema anche per chi lo gestisce

Detto questo, vi è poi da fare un'altra considerazione. Il Parco di Monza, sia pur non nei suoi attuali confini comunali, venne vincolato da diverse leggi dello Stato a partire dai primi anni del '900; poi nel '39 con ben due leggi di tutela e, dai primi anni '60, anche con alcuni strumenti urbanistici locali e poi sovracomunali. Insomma, nel Parco, ogni spostamento e modifica di manufatti richiede oggi una serie di complesse autorizzazioni che, giustamente, sottopongono a severi controlli tali mutamenti in un ambiente naturale e storico di grande valenza e pregio.

 

Come dire: se l'autodromo fosse fuori dal Parco, non potrebbe che averne dei benefici, anche per consentire i suoi adeguamenti tecnologici in tempi rapidi, resi a Monza troppo spesso necessari dalla vetustà di un impianto motoristico, progettato e realizzato quasi 90 anni fa. Non a caso, i più moderni autodromi sono oggi realizzati con ben altri criteri, in modo da soddisfare le esigenze di quiete e tutela delle comunità locali, ma anche quelle dei tifosi delle corse automobilistiche, sia per accessibilità che per migliore visibilità delle gare stesse. Insomma, l'autodromo nel Parco ha una vita difficile, così come tutti i suoi numerosi manufatti, più o meno originari.

 

Restano poi altre tre questioni: quella della "fama di Monza, nel mondo" per l'autodromo; dell'indotto economico procurato nei giorni del Gran Premio di Formula 1  e, in definitiva, del cosiddetto "marchio Monza".

 

Direi che a tutte queste osservazioni ho cercato di rispondere con la frase iniziale di quest'articolo "dal gran premio, al gran parco". I tempi sono cambiati e quella struttura è ormai, da tempo, anacronistica e fuori luogo. Che poi qualche reliquato, non invasivo dell'impianto originario del Parco, possa essere mantenuto come testimonianza di quella presenza, credo sia cosa accettabile, comprese alcune parti delle curve sopraelevate, praticamente dismesse da decenni per motivi di sicurezza degli spettatori e degli stessi piloti.

 

La fama del Parco e della Villa Reale di Monza, potrebbero, in futuro, avere ben altra portata e ritorni economici, adeguati ai tempi di oggi, ma anche di un domani ancora più attento ai temi ambientali, nel loro complesso, così come sta avvenendo ormai su scala mondiale. Nessuno dei parchi storici europei è stato così bistrattato con usi e manufatti tanto impropri e un restauro di quello più grande, cioè quello di Monza, non solo è auspicabile, ma fattibile.

 

Vi è poi da considerare che la questione meramente economica e del "marchio" potrebbe portare, in tempi non troppo lontani, le gare di F1 nelle forti economie delle nazioni emergenti a livello mondiale, come già in parte sta accadendo. In ogni caso, si sa che quel mondo dell'automobilismo sportivo è molto sensibile all'argomento economico, per una serie di ragioni che si posso intuire.   

 

Per tutti questi motivi, pur nella diversità di opinione, ritengo lungimirante la scelta di far correre la Formula 1 altrove, in modo che i tifosi di quello sport motoristico, possano anche avere un'alternativa. Che poi il GP sia a Roma, Verona o altrove è questione, in fondo, marginale. Con tutte le necessarie tutele e mitigazioni degli impatti ambientali, inevitabilmente e inesorabilmente causati da quelle gare e qualora fossero viste come ancora attuali.  

 

In definitiva e pur mettendosi almeno per una volta dall'altra parte, sarebbe come dire e voler far considerare attentamente che spesso "il meglio, è nemico del bene". In ogni caso, lascio ad altri del campo quel giudizio.

Gli autori di Vorrei
Giorgio Majoli
Giorgio Majoli

Nato nel 1951 a Brescia, vive a Monza dal 1964. Dal 1980 al 2007, ha lavorato nel Settore pianificazione territoriale del Comune di Monza, del quale è stato anche dirigente. Socio di Legambiente Monza dal 1984, nel direttivo regionale nei primi anni ’90 e dal 2007, per due mandati (8 anni). Nell’esecutivo del Centro Culturale Ricerca (CCR) di Monza dal 1981. Ora pensionato, collabora come volontario, con associazioni e comitati di cittadini di Monza e della Brianza, per cercare di migliore l’ambiente in cui viviamo.Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.