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 Al Mac di Lissone l'intervento del collettivo artistico. 12 fra installazioni e performance disseminate anche nel territorio

 

 

 

Un'imperfezione perfetta

di Angela Madesani

Quella del gruppo Koiné1 al Museo di Lissone è una sorta di dichiarazione. Invitati ad esporre il loro lavoro all’interno di un’istituzione prestigiosa e riconosciuta come questa, hanno deciso di utilizzare il museo in maniera decisamente anticonvenzionale. Ovvero come punto di partenza per una serie di rimandi. Negli spazi a loro dedicati, il pubblico non si trova di fronte a delle opere, ma a un’installazione composta da dodici grandi2 leggii. Ogni leggio riporta informazioni sull’opera che i singoli artisti hanno realizzato e che si trova altrove: foto, disegni, progetti. Una pianta aiuterà il visitatore a raggiungere le diverse collocazioni. Alcune proiezioni contribuiscono a chiarire ulteriormente il senso di questa scelta così radicale e difficile: attirare il pubblico al museo per poi rispedirlo fuori dal museo. Si viene così a creare una continuità fra esterno e interno, in cui il museo deve essere un centro propulsore di idee e di riflessioni. La loro è una posizione evidente contro la facile museificazione del nostro tempo, in cui il museo serve da trampolino di lancio per il mercato sempre più arrogante e rapace, in cui a dominare sono strategie troppo simili a quelle del mondo della finanza. Qui il visitatore è chiamato a riflettere sul significato di quanto sta accadendo. Può compiere la scelta di vedere alcune opere, altre no. Il loro è un lavoro di accompagnamento, di stimolo a una scelta.

Lo spettatore si deve per forza affrancare da una passività alla quale lo si vuole ridurre. Come in altri ambiti: la politica docet. Il cittadino più è passivo e obbediente più è comodo. In questo modo può essere facilmente strumentalizzato. È una logica degna del marketing.

La loro è una proposta da tempo di crisi. Ci preme qui sottolineare, che almeno a nostro parere, la crisi non ha portato solo male, ci ha piuttosto costretti a ridimensionare le pretese-stiamo ovviamente parlando della maggior parte di noi-e a riflettere maggiormente sulle decisioni. O così speriamo possa essere.

La volontà di Koiné non è stata quella di produrre opere specifiche da porre all’interno della cornice museale. Hanno, invece, deciso di “costringere” lo spettatore a contestualizzarsi, a riflettere e ad andare a cercare. Come a Münster durante la Skulptur Project. Il pubblico gira per la città e i suoi dintorni. Si impone in tal senso una scoperta dei luoghi. E il luogo, nella sua complessa unicità, è momento fondamentale della ricerca e della riflessione del gruppo, nelle diverse declinazioni dei singoli artisti.

Il loro è un superamento del concetto di museo come nicchia della contemporaneità. Non è detto che il percorso partirà dal museo per spingersi fuori di esso. Il processo potrebbe essere contrario. Qualcuno potrebbe imbattersi in qualcosa di strano sul territorio, che riconosce come un’opera e proprio quell’opera lo condurrà al museo, per trovare una risposta. Conferendo così a quella scoperta un valore esperienziale importante. Quante persone hanno la consapevolezza dell’arte del proprio tempo? Ben poche probabilmente. Non dimentichiamoci che nel nostro paese la storia dell’arte si studia sempre meno nelle scuole secondarie e superiori, che la conoscenza media è molto bassa e che il rapporto con la contemporaneità culturale è solo di una nicchia di persone.

Non ci si illude, ovviamente, che questa mostra riesca a cambiare le cose, che riesca a sensibilizzare in tal senso, ma certo la volontà è quella di portare le persone a ragionare, a scoprire anche divertendosi.

 

GRUPPO KOINe MAPPA-1

La mappa degli interventi sul territorio (clicca per ingrandire)

 

Tema della mostra è l’elogio dell’imperfezione. Scrivono loro stessi: «La ricerca della perfezione si presenta da sempre come un sogno ancestrale perseguito da tutte le società, specie le più evolute. Fin dalle civiltà arcaiche, essa si è imposta sia come slancio essenziale negli ordinamenti sociali, politici e giuridici, sia come aspirazione in ambito artistico - si pensi ad esempio alla definizione dei canoni relativi al corpo umano o alle pianificazioni urbanistiche nell’antica Grecia.

Il sogno di creare una collettività ordinata e di amalgamarla attraverso insiemi di regole capaci di creare rapporti o teorie ineffabili di qualsivoglia natura (legislativa, filosofica, economica), ha occupato e affascinato le menti di generazioni e generazioni di individui nell’arco dei millenni. Se da un lato ciò è stato da stimolo utopistico al miglioramento e al progresso, dall’altro è stato causa di ossessivi asservimenti dell’uomo ad un’idea, o ideologia, astratta e, troppo spesso, tanto irrealizzabile quanto fuorviante e deviata.

La forzatura di alcune società alla ricerca di presunti “ordinamenti perfetti”, anziché aiutare l’individuo, ha paradossalmente portato all’instaurazione di regimi totalitari che, a fronte di una sorta di perfezione formale, sono sfociati in devastanti esperienze di privazione delle libertà»3.

L’imperfezione ha creato, al contrario, dibattito, desiderio di mutamento, di perfezionamento. La perfezione è asettica. La surmodernità, con il neologismo, foggiato da Marc Augé, in cui il tempo, lo spazio, la stessa concezione individuale sono state capovolte, ha indotto le persone a cercare una sorta di perfezione continua.

Vecchiaia, passare del tempo, morte sono concetti banditi alla ricerca di un magico elisir. Senza accorgercene-e questo è il vero dramma- viviamo e accogliamo passivamente una dittatura mediatica che ci costringe ad accettare delle regole, dei condizionamenti. Viviamo appieno la globalizzazione sempre più estesa, in cui la diversità è vista con timore. Proprio dalla diversità si sono sviluppati, nel corso della storia, i fenomeni più interessanti. Il famoso francobollo detto “Gronchi rosa”4del 1961 è il prezioso frutto di un errore. È diverso rispetto agli altri della stessa serie, che attualmente valgono poco o nulla. Dall’Accademia non sono mai nati i capolavori. La “provocazione accademica”, frutto di una calcolata quanto ormai impoverita strategia, è fine a se stessa. I momenti di rottura, l’uscita dagli schemi hanno creato interesse.

All’interno del loro stesso gruppo non si coglie un’omogenea coralità, quanto piuttosto una dissonante ed evidente diversità, che emerge ad un primo sguardo. Nessuno di loro vuole convincere l’altro a mutare la propria rotta. Se così fosse stato, probabilmente Koiné non esisterebbe dal 1995, quando i primi componenti di Koinè si pongono come un gruppo di resistenti5di fronte alle istanze della società e del mondo dell’arte, come già mi è capitato di scrivere. Già nel catalogo che accompagnava la mostra al Serrone di Villa Reale a Monza, nel testo introduttivo scrivevano: «La sfida è quella di non smettere mai di cercare. Una continua ricerca che non consente tregue e che, nel tentativo di superare l’equilibrio acquisito, lo fa diventare instabile per essere più attenta alle nuove istanze. Con un ossimoro si potrebbe parlare di “equilibrio sbilanciato”»6.

Proprio uno “squilibrio sbilanciato”, un desiderio di imperfezione ha portato all'affermarsi delle avanguardie in contrapposizione al classicismo, ai vari ritorni all’ordine, così la Transavanguardia, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, risposta mercantilistica alle ultime avanguardie, corrispondente a un particolare momento storico dominato negli Stati uniti dalla figura di Ronald Reagan, che ha trovato delle fondamentali sponde nel thatcherismo inglese e nel craxismo italiano. Politica e arte che corrono parallele, così nei nostri tempi, in cui la finanza domina anche il sistema dell’arte.

La bellezza imperfetta, l’impermanenza sono in grado di ingenerare riflessioni sorprendenti e inaspettate. Il riferimento alla cultura estremo orientale corre immediato, ma per Koiné, se non in senso molto ampio, non è questo un punto di riferimento puntuale. Nel suo Libro d’ombra del 1933 Jun'ichirō Tanizaki: «Gli occidentali amano ciò che brilla, come per luce diurna. Nelle stanze in cui abitano illuminano ogni anfratto, e imbiancano pareti e soffitti. Vi è, forse, in noi Orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano e scopriamo la loro beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima particella d’ombra»7. In tutto questo è un senso di effimero, di transitorietà dei fenomeni, che ne sottolineano l’unicità. Koiné non insegue, tuttavia, un’idea di rovina, di macilento disfarsi delle cose. La loro è, piuttosto, una riflessione di matrice sociale che si insinua in problematiche legate al linguaggio dell’arte in cui viene preso in esame il concetto portante di differenza in grado di aprire nuove porte, di stimolare nuove riflessioni tese alla negazione di una globalizzante omologazione del tutto, in un mondo che tende a standardizzare i fenomeni. Negazione che è alla base della poetica e delle scelte di Koiné. Il gruppo cresce di giorno in giorno proprio attraverso il confronto di posizioni diverse, nel rispetto e nell’accettazione “illuminata”, voltairiana anche delle idee dissimili dalle loro.

 

Piero Macchini “Scarti”

 

1Il gruppo è attualmente composto da 12 persone: Daniele Arosio, Enzo Biffi, Ermenegildo Brambilla, Laura Cazzaniga, Mariangelo Cazzaniga, Andrea Cereda, Dario Cogliati, Marco Gaviraghi Calloni, Piero Macchini, Giacomo Nicola Manenti, Antonello Sala, Michele Salmi.

2I leggi, che misurano circa un metro dal suolo, sono di 140 x 100 cm.

3Gruppo Koiné, appunti di lavoro, marzo 2014.

4Il francobollo, del valore nominale di 205 lire e di colore rosa, riporta una carta geografica del Sudamerica e fa parte di una serie di tre dedicati agli stati visitati da Giovanni Gronchi: Argentina (170 lire), Uruguay (185 lire) e Perù (205 lire). In particolare il Gronchi rosa evidenzia il Perù, ma ne indica i confini facendo riferimento ai confini precedenti la guerra con l'Ecuador del 1941-42. Di fatto, dopo questa guerra, il Perù si annesse un vasto territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni e questa acquisizione è da allora rappresentata nelle carte geografiche; l'errore derivò dall'uso di un vecchio atlante geografico che fu fornito erroneamente al disegnatore Renato Mura.

5Da quasi venti anni, infatti, il gruppo si riunisce di regola una volta alla settimana, dodici persone, una donna e undici uomini che si confrontano, che dialogano tra loro e che, poi, producono le opere individualmente.

6Gruppo Koiné in Forma mentis equilibri sbilanciati. 11 interventi con pluralità di linguaggi dall’installazione alla scultura, dalla fotografia all’arte multimediale, Comune di Monza, 2011.

7J.Tanizaki citato da R.Peregalli, I luoghi e la polvere. Sulla bellezza dell’Imperfezione, Bompiani, Milano, 2010; p. 55.

 

 

Mac Museo d'arte contemporanea Lissone

Infomuseo@comune.lissone.mb.it
tel. 039 7397368 - 039 2145174
OrariMartedì, Mercoledì e Venerdì  15.00 - 19.00
Giovedì  15.00 - 23.00
Sabato e Domenica  10.00- 12.00  / 15.00 - 19.00 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Sono grafico e art director, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Scrivo soprattutto di arti e cultura.

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