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Del difficile rapporto fra Monza, la Brianza e la musica "Alternativa"

 

Foto di Francesca Pontiggia

Quello tra Monza e la musica rock “alternativa” è sempre stato un rapporto difficile, se non praticamente inesistente. Da qualche anno a questa parte il Troublezine Festival tenta di svegliare dal torpore la città, proponendo una giornata di concerti presso lo Stadio del Rugby in Via Rosmini. Non sempre però la risposta del pubblico è pari alle energie profuse dagli organizzatori e ai nomi in cartellone. Lo scorso anno i Buzzcocks, storica band punk inglese, famosa per brani come “Ever Fallen In Love?” e “Orgasm Addict”, riuscirono a portare un buon numero di persone sotto il palco. Quest’anno è invece andata diversamente: il freddo e la pioggia hanno costretto gli organizzatori a rinviare l’inizio dei concerti e hanno prevalso sulla voglia di rock’n’roll di monzesi e brianzoli, a quanto pare non molto interessati alla pur interessante line up del festival.

I primi ad esibirsi sono così stati i The Hacienda, con il loro indie di chiara ascendenza britannica (Arctic Monkeys e Wombats soprattutto) che non ha convinto particolarmente, probabilmente per l’eccessiva adesione ai modelli appena citati. Molto meglio sono andati i toscani Bad Love Experience, sia per le influenze più nobili mostrate (The Who e Kinks in primis), sia per una interpretazione più personale, con rimandi per esempio al powerpop e al garage, basata su un ottimo lavoro di chitarre e tastiera.

 

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P.A.Y.

 

Con il gruppo successivo si è invece assistito a un deciso cambio di direzione: i P.A.Y. sono infatti una vera e propria istituzione del punk-rock demenziale ma non troppo. Nei venti minuti a loro disposizione i varesini hanno regalato divertimento, grazie alle trovate degli “operai del rock” e a canzoni che, al di là dello spirito ironico, hanno molte cose da dire.

Altra band, altri suoni: i La Crisi con la loro carica punk hardcore. Da qualche anno a questa parte il gruppo milanese guidato da Mayo (ex Sottopressione) è tra gli ultimi porta-bandiera dell’etica e degli ideali sottesi a quella che era una cultura ancor prima che un genere musicale. Il concerto al Troublefestival non è stato però particolarmente brillante: la voce del leader della band, bloccato nei movimenti da una frattura al braccio, non è stata cattiva e ruvida come al solito, anche se il resto della band ha picchiato duro come dovuto.

 

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La crisi

 

Dopo i tre pezzi emo-punk dei Minnie’s, che ci hanno ricordato che Milano è peggio, è stato invece il momento dei The STP. La band comasca, guidata da Metius, ha proposto il suo punk rock, che ha come maestri Ramones, New York Dolls e altre band della New York anni ’70. Il loro concerto è stato probabilmente il più autenticamente “rock” del festival, grazie alle trovate estemporanee del cantante, capace di scaldare le poche decine di presenti aggiungendo un pizzico di follia alla miscela musicale del gruppo, basata su energia e ottime canzoni, come ad esempio Hello L.A., che ha chiuso il concerto mostrando al meglio la forza e la potenza di cui sono capaci.

Il gran finale del festival è stato affidato a due formazioni provenienti dall’Inghilterra, seppur diametralmente opposte per genere, età e attitudine: i Surfin’ Lungs e i Futureheads.

 

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The STP

 

I primi sono un quartetto di cinquantenni in attività da oltre 25 anni. Si vestono con camicie hawaiane e suonano come fossero in spiaggia, anche quando, come accaduto a Monza, ci sono sì e no 15 gradi e piove. La cosa bella è che, con la loro miscela di Beach Boys, Ramones e Shadows, riescono quasi a convincere anche chi è sotto il palco che la spiaggia sia lì, a portata di mano, magari dopo aver cantato Pray For Sun. Miracoli del surf rock e di quattro ottimi musicisti.

 

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The Futureheads

 

Per i Futureheads sono invece passati solo sei anni dall’omonimo primo disco (poi seguito da altri due), trainato dal singolo Decent Days And Nights. La loro proposta musicale è basata sul recupero delle sonorità post punk di fine anni ’70 e inizio ’80, come fatto da molti altri gruppi inglesi nell’ultimo lustro: nei loro brani possiamo così ritrovare gli spigoli chitarristici di Gang Of Four e P.I.L., assieme alla melodia di Buzzcocks e Rezillos. Una formula che funziona sia su disco che dal vivo. I quattro di Sunderland hanno confermato la loro fama anche a Monza, suonando come se fossero a Glastonbury davanti a centomila persone. Cinquanta minuti di grande musica, di classe mischiata a sudore, di canzoni capaci di far ballare senza per questo essere scontate. Un’esibizione che è stata purtroppo per pochi. Che la lotta tra Monza e il rock continui però, prima o poi più gente si accorgerà di aver bisogno di musica. O almeno lo speriamo.

Gli autori di Vorrei
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi

Nasce nel 1984. Studi liceali e poi al Politecnico. La grande passione per la musica di quasi ogni genere (solo roba buona, sia chiaro) lo porta sotto centinaia di palchi e ad aprire un blog. Non contento, inizia a collaborare con un paio di siti (Indie-Eye e Black Milk Mag) fino ad arrivare a Vorrei. Del domani non v'è certezza.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.