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L'esperienza dello spazio teatrale all'interno dell'ex Centro Sociale Boccaccio

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he nell'area del Boccaccio di Monza, sgomberata lo scorso anno, si tenessero spettacoli teatrali, oltre che concerti e dibattitti, era abbastanza noto. Che ci fosse una programmazione strutturata e articolata no, lo confessiamo. L'abbiamo scoperto nella settimana del Festival Sprawl 2009, organizzato proprio dal collettivo che da mesi è alla ricerca di un nuovo spazio in cui insediarsi, fra interminabili incontri e scontri con l'ostile amministrazione del Comune di Monza e le iniziative che comunque portano avanti. Abbiamo così scoperto che il salone adattato a spazio teatrale aveva preso ironicamente il nome di Teatro alla Scala Pericolante e la scala di accesso lo era davvero, lo ricordiamo bene.
Per conoscere meglio l'esperienza, abbiamo chiesto agli animatori di poter pubblicare il documento che vedete in questa pagina (sfogliatelo per capire di quanta energia si sta parlando) e di rispondere ad alcune domande. Queste le abbiamo rivolte a Rosa Lanzaro, componente del collettivo e autrice teatrale.

 

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Uno spazio fuori dalle regole del mercato, insostenibili per chi si avvicina al mondo del teatro

Come è nata e quanto è durata l'esperienza del Teatro alla Scala Pericolante?
L’esperienza del Teatro alla Scala Pericolante è collegata alla creazione di uno spettacolo, “Ombres” (di e con Valentina Fariello), e alla necessità di trovare un luogo dove costruirlo e metterlo in scena.
Nasce, quindi da una esigenza concreto: uno spazio.
Uno spazio fuori dalle regole del mercato, insostenibili per chi si avvicina al mondo del teatro, uno spazio fuori dalle logiche dei teatri istituzionali e aperto alle autoproduzioni, uno spazio dove diverse esperienze e linguaggi potevano incontrarsi, scambiarsi crescere.
Nel 2005, un gruppo di persone interne (e non) al collettivo iniziano quindi a lavorare ad uno spettacolo e contemporaneamente alla creazione di una sala teatrale all’interno di uno dei capannoni della FOA BOCCACCIO, a cui si arrivava tramite una scala... un po’ pericolante (circostanza alla quale si deve il nome del teatro, oltre ai riferimenti ironici al teatro alla scala, il “teatro” d’eccellenza e inaccessibile del panorama milanese).
Da lì tutto parte. Una necessità e la volontà di soddisfarla.
Nel corso degli anni il Teatro alla Scala Pericolante è diventato un luogo di promozione e produzione di spettacoli e di eventi, e soprattutto nell’arco del 2007-2008 anche un riferimento per molte compagnie del territorio che non trovavano spazio all’interno delle sale prove tradizionali.

Quanti spettacoli e quanti laboratori avete tenuto?
Dopo “Ombres”, dal 2005 al 2008 si sono tenute due rassegne. La prima, nel 2005, è stata “Lavori in corso”, organizzata per finanziare il progetto e per la quale le compagnie presentavano i loro lavori senza rimborso proprio per sostenere e appoggiare la nostra iniziativa; gli introiti della sottoscrizione all’ingresso andavano a “coprire” le spese di allestimento della sala. La seconda è stata “Il primo festival del Teatro alla Scala Pericolante”, nel 2006 organizzato per promuovere spettacoli autoprodotti e fuori dai cartelloni dei teatri ufficiali.
Si sono tenuti anche due festival, entrambi pensati per invadere gli spazi non deputati al teatro della Foa Boccaccio: “Detriti”, nell'ottobre 2006, festival di improvvisazione di danza teatro e musica, di cui è stato realizzato anche un video documentario; “Pianeta Venere”, dedicato alla creatività femminile.
Inoltre una serie di spettacoli quali Mente-Esprit di Vincenzo Cirillo, Stirru di Alberto Nicolino, I.P.L. progetto di improvvisazione di Khosro Adibi, il Malo-Mondo da un oblò di e con Giuseppe Guelfi e Marzia Longo.
Durante il 2008 il Teatro alla Scala Pericolante ha ospitato “Ex-stasi”, progetto di improvvisazione che riuniva attori, performers danzatori, musicisti ed è stato sede di creazione artistica di svariate compagnie del territorio.
Per quanto riguarda i laboratori,nel 2006, in concomitanza con il primo festival del Teatro alla Scala Pericolante, ne abbiamo ospitato uno di Contact improvvisation, tenuto da Marina Rossi, dell’associazione Dell’elastiko di Brescia.

 

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Uno dei limiti che possiamo riconoscere nell’esperienza del Teatro alla Scala Pericolante, è una sorta di iniziale chiusura, inconsapevole, rispetto al territorio circostante.

Che riscontro avete avuto come pubblico, come artisti e con il territorio?
Nonostante le difficoltà tecniche, logistiche e climatiche, il pubblico che negli anni ci ha seguito ha sempre apprezzato il tentativo di portare alla luce i progetti che in altri ambiti non trovano spazi, nella loro coerenza e verità e il tentativo di dare spazio alla ricerca e sperimentazione.
Con il tempo, abbiamo raccolto molte adesioni da parte di artisti e compagnie, che hanno sostenuto e appoggiato il progetto del Teatro alla Scala Pericolante, portando - quasi sempre - le loro produzioni a titolo gratuito, e che ancora oggi credono nei nostro lavoro nonostante non abbiamo più uno spazio fisico.
Uno dei limiti che possiamo riconoscere nell’esperienza del Teatro alla Scala Pericolante, è una sorta di iniziale chiusura, inconsapevole, rispetto al territorio circostante. Verso la fine del 2007 e durante il 2008 abbiamo cercato di rendere visibile il piiù possibile il progetto alla cittadinanza, affinché fosse riconosciuta la qualità del progetto. Abbiamo prodotto una pubblicazione sul Teatro, portato i nostri progetti fuori dalle mura del Boccaccio.
Il festival Sprawl è stato un primo importante tentativo di coinvolgere nella progettualità culturale del Teatro alla Scala pericolante altri spazi del territorio di Monza e Brianza e crediamo di avere creato i presupposti per intessere una rete di collaborazione tra spazi e artisti di Monza e Brianza.

lavoriamo laddove abbiamo la possibilità di diffondere arte e sperimentazione

Ora che il Boccaccio non ha una sua sede dove lavorate?
Una peculiarità del Teatro alla Scala Pericolante è sempre stata quella di lavorare sugli spazi a nostra disposizione.
I due festival, Detriti e Pianeta Venere, hanno inaugurato questa modalità di slegarsi da uno spazio fisico deputato al teatro e invadere tutti i luoghi della Foa Boccaccio, così come il progetto, mai realizzato, “Doppio Passo del Pedone”, andava a lavorare sulle strade della città di Monza. Fino ad arrivare a Sprawl dove, oltre a invadere gli spazi del Teatro Villoresi, abbiamo pensato ad una programmazione che toccasse i locali e le strade della città.
Attualmente, nonostante non abbiamo una sede fisica, lavoriamo laddove abbiamo la possibilità di diffondere arte e sperimentazione, cercando di cogliere e portare alla luce le specificità del sito, dello spazio, rendendolo luogo deputato ad accogliere spettacoli, performance ecc.
Per quanto riguarda la creazione artistica siamo vagabondi e cerchiamo ospitalità in diversi spazi, trovando accoglienza spesso in spazi non monzesi.

Negli spazi "istituzionali" i vostri lavori non trovano accoglienza o siete voi a rifiutarli per principio?
Non rifiutiamo una collaborazione con gli spazi “istituzionali” qualora fosse rispettata la libertà di espressione artistica senza censure.

Da fruitore, come ci si avvicina a stili e poetiche poco compiacenti come le vostre ed evitare un impatto "traumatico"?
Non evitiamo impatti “traumatici” , ma permettiamo a chi collabora con noi di esprimere la propria arte.
Non abbiamo un libretto di istruzione per l’uso, ma proponiamo l’arte nella sua verità e coerenza, anche a costo di impatti “traumatici”.
Non ci interessa essere compiacenti, ma dare la possibilità agli artisti di esprimersi, anche talvolta a discapito del pubblico.

Quali sono gli spazi affini attivi?
Probabilmente più che spazi affini si può parlare di modalità ed esperienze affini, che riconosciamo in alcuni collettivi di Milano (Torchiera) e in esperienze come quella di Bussana Vecchia e alcuni collettivi berlinesi con cui abbiamo collaborato come il Kiez to go.

Una realtà che non offre spazi, sostegni per la creazione

Ci parli del tuo percorso?
Non vorrei parlare nello specifico del mio, quanto di un percorso comune a chi in questi anni ha, insieme a me, portato avanti il progetto. Comunque, il mio è il percorso di chi ha intrapreso la difficile strada della creazione artistica e si è trovata a confrontarsi con una realtà che non offre spazi, sostegni per la creazione, con la fortuna, però, di condividere le difficoltà con altre persone, che hanno sentito l’urgenza di crearsi delle nicchie di sopravvivenza.
Il Teatro alla Scala Pericolante, così come la Foa Boccaccio sono state il frutto di una necessità di sopravvivere e non sopprimere alle logiche imposte dalla società.
Così oltre alla creazione di miei spettacoli ho tentato, insieme al collettivo, di condividere con gli artisti queste possibilità e abbiamo trasformato questi luoghi in luoghi di sperimentazione, luoghi di creazione e diffusione dei vari linguaggi artistici.

Che progetti ci sono sul tuo/vostro tavolo?
Uno dei progetti è sicuramente trovare una nuova sede per il Teatro alla Scala Pericolante, e continuare l’esperienza, magari dedicando una parte del progetto, oltre che alla promozione e creazione di spettacoli, anche alla formazione, progetto a cui stavamo già pensando e che si è interrotto con lo sgombero della Foa Boccaccio.
Un altro progetto riguarda alcune creazioni che ho in programma di intraprendere e alcune produzioni, che però non avranno sede a Monza, ma questa è un’altra storia.

 

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Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Sono grafico e art director, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Scrivo soprattutto di arti e cultura.

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