20160308 Guardiola Villa Repaci

Intellettuale dissidente durante il fascismo, voce critica infaticabile nell'Italia del dopoguerra. La vicenda esemplare di un grande giornalista e uomo di lettere, immortalato anche da Fellini nel film La dolce vita.

Ci sono figure della nostra cultura recente, omesse dai programmi di storia e letteratura del liceo, che sono relegate all’oblio fino a quando per puro caso non ci si imbatte in loro scoprendo che sono state personalità di spicco della cultura e della politica del Novecento e che sono balzate agli onori della cronaca per più di un’impresa. È il caso di Leonida Repaci, un nome ben noto a studiosi e intellettuali, ma sconosciuto alla cultura popolare; e a torto, visto che fu proprio a favore del popolo che spese buona parte dei suoi pensieri e delle sue lotte.

Calabrese per nascita (Palmi, in provincia di Reggio Calabria), nel corso della sua lunga vita si è diviso tra le professioni di avvocato, redattore e scrittore – portate avanti tutte con la stessa dedizione - e si è trovato coinvolto in una serie di eventi e circostanze degni di un eroe letterario.

Solo per citare qualche episodio: nella prima gioventù parte soldato durante la Grande Guerra, frangente in cui viene ferito e guadagna una medaglia d’argento; in seguito all’attentato al teatro Diana di Milano (1921)  assume energicamente la difesa degli imputati anarchici e nel corso del processo si pone esplicitamente contro il regime fascista, procurandosi grossi fastidi - non ultimo un duello all’arma bianca niente meno che con Galeazzo Ciano. È autore prolifico di opere di tutti i generi letterari, tra le quali forse la più nota è il romanzo La storia dei Rupe, che ha vinto il Premio Bagutta nel 1933. È redattore per diverse riviste: Antonio Gramsci in persona lo vuole come collaboratore a L’Ordine Nuovo su cui scrive firmandosi con lo pseudonimo di Gamelin. Nel 1925, durante la processione della Varia di Palmi, viene arrestato insieme ad altri comunisti e socialisti con l’accusa di aver ucciso un fascista del luogo; dopo sei mesi viene assolto e rilasciato. Si tratta in realtà di un pretesto per colpire una delle più grandi “roccaforti rosse” della Calabria. Infine è direttore di quotidiani (Il Tempo, L’Epoca, L’Umanità), fondatore e presidente del noto Premio letterario Viareggio e ancora pittore apprezzato. Federico Fellini, nel 1959, lo vuole nella parte di sé stesso nel film La dolce vita.

 

20160308 giardino Villa Repaci

 

Chi l’ha conosciuto di persona lo descrive come un uomo dal carattere forte, un sognatore animato da una sorta di “furia di essere vivo”, non estraneo alle scenate, che si distingue per l’«intransigenza ideologica» di matrice socialista e per un «carattere ribelle e bellicoso», che raccomanda agli amici di non portargli fiori al cimitero, ma solo un garofano rosso, e che trova forse solo nella moglie Albertina un porto sicuro in cui placarsi. Vive buona parte della sua vita a Villa Petrosa – Petrusa, in dialetto – a Palmi, una casa acquistata dal padre in cui pare che Francesco Cilea, il noto compaesano musicista, avesse composto l’opera Adriana Lecouvreur. Questa casa sta appollaiata sulla cima della petrusa, il tratto di costa impervio che prende il nome appunto dalla villa, una scogliera a piombo che si staglia sulla Costa Viola – particolare sfumatura di colore che prende il Tirreno in quella zona –  e offre a Sud Ovest la vista dello Stretto, della Sicilia e dello Stromboli. Questa è per Repaci e sua moglie un buen retiro, luogo di pace e consolazione in cui vivono lunghi anni sereni. Tanto che lo scrittore la sceglie in vita come dimora dopo la morte, volontà che non è stata rispettata e per cui si sta battendo oggi l’associazione “Amici Casa della Cultura Leonida Repaci”.

«Sono convinto che se non fossi nato in Calabria forse non sarei diventato scrittore». Il rapporto con la sua terra è controverso.  Lui afferma che si diventa scrittori osservando la realtà che si ha intorno ogni giorno, i modi e le condizioni di vita, nel suo caso quindi quelli di un paese della Calabria nei primi del Novecento, che egli ama profondamente, nonostante il rapporto difficile con i suoi compaesani, soprattutto dopo l’arresto, che è destinato per lungo tempo a sentimenti di sfiducia e diffidenza che lo spingono a scrivere di Palmi «presepe buono, pastori malvagi», e ancora a ribattezzare la città, protagonista di molte delle sue opere, con nomi allegorici come Gràlimi (lacrime) o Sarmura (acqua salata). Queste tensioni si allentano un po’ negli anni della vecchiaia, quando Palmi non si tira indietro dal tributargli qualche onore, come intitolare a suo nome la Casa della Cultura per esempio. Gesto che egli apprezza molto, come non manca lui stesso di dire il giorno dell’inaugurazione. Al termine della sua vita, Leonida Repaci cede Villa Petrosa e tutto il suo contenuto alla città, con la richiesta che venga trasformata in un luogo di cultura, di studio, che sia meta di quanti desiderano conoscere la sua opera e la sua splendida terra, con l’unica condizione che si presenti inalterata, esattamente così com’era quando ci abitava con la moglie.

Altra volontà, questa, che Palmi non ha onorato per circa trent’anni – quasi come ultimo strascico di quei rapporti difficili intercorsi quando lo scrittore era in vita – per quei casi ben noti al Sud, e anche altrove sebbene più sporadici, per cui le ricche risorse di un luogo vengono inspiegabilmente abbandonate a sé stesse, lasciate all’incuria ed esposte al vandalismo, nel tempo che ci vuole a districarsi tra i tortuosi corridoi della burocrazia italiana, della mancanza di fondi e della mala gestione della cosa pubblica. Negli ultimi anni però, grazie all’intervento dell’associazione “Amici Casa della Cultura Leonida Repaci”, la villa è stata finalmente riqualificata con dei fondi pubblici e Palmi si sta rendendo conto di essere custode di una memoria storica e di una ricchezza di cui essere orgogliosa che va protetta ed esaltata.

Perché alla fine, è questo che ci resta oggi di Leonida Repaci, oltre alla sua opera. Villa Petrosa, la sua casa, ancora appollaiata sulla stessa scogliera. Un luogo suggestivo, con un giardino in cui in inverno crescono rigogliosi gli alberi di arance e limoni e la bouganville si arrampica sulle rocce, i pini fiorentini ormai alti che Albertina, versigliese, ha voluto come ricordo della sua Toscana, e la “guardiola”: un piccolo incantevole affaccio che si sporge a strapiombo sul mare, da cui si sente il suono dei flutti e dove si dice che Repaci si recasse per trarre l’ispirazione dei suoi scritti. Una casa che attualmente altro non è che un fantasma di ciò che era, ma che conserva ancora nell’aria lo spirito forte e ingombrante di chi l’ha abitata.

La tomba di Leonida Repaci si trova al cimitero di Palmi, a fianco a quella di Albertina, e si dice che passando di là,  di tanto in tanto si vede ancora un garofano rosso.

Gli autori di Vorrei
Carola Dessena
Carola Dessena

Umanista per natura ma anche per scelta, dopo il diploma di maturità classica e gli studi universitari in Scienze dei Beni Culturali, si è recentemente iscritta e sta frequentando (seppur non più fanciullina) il Corso di laurea in Lettere Moderne presso la Statale di Milano. Il suo percorso di formazione professionale principia nel settore comunicazione e ufficio stampa - declinandosi in collaborazioni con teatri, agenzie di comunicazione e di brand design - per approdare poi al mondo dell’editoria con l’esperienza di redattrice per diverse riviste B2B. Attualmente è web editor e SEO editor per due aziende e scrive contributi per alcuni magazine online.

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