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Le cascine di Monza nei ricordi di Pietro

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S

ono nato a Monza 1954. Nella prima infanzia ho abitato in via Berchet, angolo via Cavallotti, difronte alla cascina dei Capelletti, poi mi sono trasferito di residenza in S. Albino, ma ho continuato a frequentare il quartiere e la sua scuola elementare Mantegazza, in via Sempione e poi le scuole medie all’istituto Artigianelli in via Magenta.

All’epoca in via Berchet e via Brennero vi erano diverse attività lavorative, in particolare mi ricordo di una falegnameria e di un fabbrica metalmeccanica, dove il padre di un mio compagno di classe faceva il custode. Ricordo il vecchio bar-osteria “Cafferino” proprio sotto casa, dove ora c’è il bar Vip; il cortile con ancora la tromba per l’acqua, non più funzionante; le rotaie del tram sull’asfalto di via Cavallotti; la vecchia fabbrica all’angolo di via Agnesi, di cui mia madre mi raccontava del proprietario, un certo Mario Colombo e dei suoi dipendenti che all’ora di pranzo uscivano ad aspettare le figlie e\o le mogli che portavano il pranzo nelle ceste, in gran parte provenienti dalle cascine Bovati e Caprotti, cascine ora dimenticate come tali e inglobate nel quartiere di San Fruttuoso.

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Molti ragazzini, usciti da scuola, ci ritrovavamo per giocare all’aperto nei prati dove ora c’è il complesso scolastico del liceo Frisi. Era una grande area delimitata da una lunga muraglia che costeggiava tutta la via Sempione fino alla via San Gottardo. Dalla parte ovest la città abitata finiva sulle sponde del canale Villoresi, da lì si estendevano i campi coltivati a grano, territori occupati oggi dal quartiere Triante. In questi luoghi giocavamo ai banditi e ai pirati, soprattutto in riva al canale e nei campi poco più indietro la fabbrica Pagnoni, tuttora esistente in via Sempione, che a noi sembrava enorme e piena di operai, come lo erano anche le altre fabbriche vicine, la Singer e la CGS. C’era anche un rapporto molto cordiale con gli operai di queste fabbriche con cui, insieme agli altri ragazzini, percorrevamo un tratto di strada a piedi e in pulman: noi per andare alla scuola dell’Istituto Artigianelli e loro per andare nelle fabbriche.

Delle cascine di Monza molti ricordi si sono affievoliti, ma della cascina Bastoni e del mulino di Sant’Albino qualcuno è rimasto. Nella cascina Bastoni mia madre mi mandava al mattino presto con la “caldareta”, contenitore tipico del latte, a prendere il latte appena munto per la colazione. In una piccola stalla andavo a trovare un cavallo bianco a cui ero affezionato, mi sembrava uno stallone enorme, altissimo, come una statua. Il mulino era azionato da una ruota che girava con la forza dell’acqua della roggia Gallarana, che attraversava tutto il borgo di Sant’Albino, c’erano molti animali da cortile, stalle con mucche e cavalli, vi si poteva barattare il pane secco in cambio di uova fresche.

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Da qualche anno, purtroppo, per la carenza di case economicamente alla mia portata, ho dovuto emigrare da Monza e attualmente risiedo nelle immediate vicinanze, ma non ho mai staccato neanche per un po’ il cordone che mi lega a quella che io considero la mia città. Hanno fatto molto per viverla al meglio, ora con l’interramento del viale Lombardia sarà ancora più bella, ma la vorrei più sicura e più pulita e con più attenzione, da parte delle varie amministrazioni, ai bisogni concreti dei singoli cittadini. Nell’ultimo periodo mi ha toccato il modo in cui è stato stravolto il trasporto pubblico. Penso, da persona che ha utilizzato in passato il servizio del trasporto pubblico, che esso sia di grandissima importanza per ridurre la morsa del traffico da cui la città è soffocata, quindi andrebbe migliorato per incentivarne il più possibile l’uso alla popolazione.

 


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