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Il concetto importante della limitazione del consumo di suolo si deve sposare con la qualità urbanistica del risanamento della Città.

 

Alfredo Viganò, architetto, urbanista autore di numerosi Piani regolatori e generali del territorio, risponde a Giacomo Correale Santacroce che alcuni giorni fa ha pubblicato, sempre su Vorrei, l'articolo “I confini del diritto di costruire”.

Carissimo Giacomo, l’amicizia e rispetto che ho per te mi consente di dire cose che possono sembrare brusche.  Da un po’ di tempo è invalsa l’abitudine di accettare stereotipi su molte cose, anche da persone avvedute. Capita a me magari parlando di medicina e ad altri parlando di urbanistica. Discutendone, ad esempio sulla ideologia del consumo di suolo, mi sento dire, ma tanto è così per la maggior parte della gente, come se ciò giustificasse le cose. Per questo e per amor di patria è un periodo che ne parlo e scrivo poco rifugiandomi più nella lettura storica delle cose. Ciò non toglie che tirato da te per i capelli ne scrivo brevemente qui, ma preferirei parlarne davanti a un caffè o altrove, anche in un confronto pubblico.

Prima la questione che segnali di area piantumata. Il Piano di Governo del territorio ancora vigente tutela la piantumazione, ma anche la Forestale in caso di taglio di piante di alto fusto, al di là della edificabilità del suolo, con sostituzione se ammalorate o spostate per documentata necessità. Vediamo molte pratiche in Commissione Paesaggio. Mi piacerebbe sapere come è potuto avvenire. Non so se vi sia stato un permesso e verificherò appena possibile. Lo può fare qualsiasi cittadino andando in Comune con le foto e l’indirizzo chiedendone ragione.

Sull’urbanistica semplifico e del diritto di edificazione e del regime dei suoli ne parlo un’altra volta. Sempre mi stupisco che, anche da parte di Istituzioni, l’urbanistica sia ritenuta disciplina imprecisa, senza regole e fattibile da chiunque. Niente di più sbagliato. Come altre volte ho scritto l’urbanistica non ha certo la precisione di chi misura in microgrammi, usa chili e tonnellate, ma ha poche regole definite e precise per chi ne fa una corretta professione al servizio della comunità. Cento abitanti in più o in meno in una città non sono per l’urbanista significativi a meno che non determinino un andamento statistico. Difatti pur risolvendo anche problematiche vicine, l’urbanista le definisce in un quadro di prospettiva a medio e lungo termine, strategiche come si usa dire.

Condivido l’attenzione per le aree urbane e periurbane e proprio per questo la loro tutela mette in gioco atti di programmazione urbanistica ed economica e non scelte solo puntuali e statiche. Faccio un esempio. Se devo utilizzare un’area dismessa dentro il ventre urbano, devo prima chiedermi cosa serve nel contesto, sia urbano che di quartiere e se risulta necessario un parco pubblico devo prevedere, nella legislazione e risorse attuali, come attuarlo anche se ciò significa uno spostamento della volumetria in altre aree, di solito libere, ai margini dell’edificato. Affrontando due problemi, il Parco dentro e la qualificazione dei margini urbanizzati che solitamente sono sconclusionati per funzionalità e paesaggio.

Il concetto importante della limitazione del consumo di suolo si deve sposare con la qualità urbanistica del risanamento della Città. Di esempi ne potrei fare molti per una esigenza non ideologica ma ideale e di programmazione nel rispondere alla qualità di vita degli abitanti e dei loro fabbisogni. Ovviamente la necessità del Parco interno o meno (come di ogni altro servizio) dovrebbe nascere da attenti studi sui fabbisogni del tessuto urbano e della gente. Cosa che, sembra quasi incredibile, spesso, all’insegna di scelte pseudo-ideologiche, quasi fosse una moda passeggera, non c’è nessuna seria ricerca che valuta il rapporto tra fabbisogni, luoghi, priorità, tempi di realizzazione, fattori economici e ambientali-paesaggistici, di mobilità. Cioè in sostanza i contenuti del Piano di Servizi che è la premessa alla definitone delle strategie compreso l’uso di risorse pubbliche e private. Prima quindi del Documento di Piano e non dopo come avviene ed è avvenuto anche qui. La corretta metodologia urbanistica non è un opzionale ed è questo che determina la programmazione degli interventi nel tessuto urbano ed i loro tempi e priorità, compreso l’obiettivo del contenimento del consumo di suolo.  Mi permetto di dire che ciò riguarda la stragrande maggioranza dei Piani di Governo del territorio e, mi spiace dirlo, in buona misura anche l’ultimo adottato qui da noi. Sarebbe lungo chiarirne qui gli aspetti, dalla metodologia usata alle carenze di studio dato che poche sono regole prioritarie in urbanistica: ogni scelta deve essere motivata comprendendo la commistione di aspetti tecnico scientifici propri di molte discipline; una finalità anche ottima in se è giusta se messa al posto giusto; scelte troppo generalizzate con poche motivazioni non comprendono le mille peculiarità che differenziano il tessuto urbano, sociale, economico e paesaggistico della Città.

Ci sono altri aspetti ma sarebbe lunga e voglio semplificare. Aspetti che coinvolgono le strategie, ma concrete, fermi restando principi e obiettivi ideali. Aspetti anche di lungo tempo e lettura dei fenomeni in atto. La nostra città è cresciuta male e deve mettere mano alla sua riqualificazione che non interessa solo le pur importanti aree dismesse ma anche l’espansione avvenuta e le frange periferiche a contatto con le residue aree agricole, la mobilità e la centralità del Parco come fattore determinante della sua qualità. Cresciuta male significa che non va difesa ad oltranza per le sue componenti e esigenze parziali che la compongono, ma per le trasformazioni che rispondono ad obbiettivi precisi e molteplici. La Città non migliora dicendo solo che calcolo come un ragioniere le aree libere e le vincolo con il battimani del condominio di cemento talvolta smisurato e di fronte, ma con la programmazione che risponda ai fabbisogni con priorità nel tempo nell’uso delle aree e di risorse pubbliche e private. Ho fatto l’esempio su aree dismesse ma potrei continuare sulla risposta al problema della casa e dell’housing sociale. Mi piacerebbe continuare ma sarà per un’altra volta e per ora concludo

Mi piacerebbe anche parlare di altre esperienze urbanistiche utili e belle, anche dei fenomeni di urbanesimo in corso e come il problema e disagio maggiore stia nell’ urban sprwl e non nella concentrazione e compattazione urbana, dei confronti in numeri, dimensioni, caratteri urbani e ambientali e di mobilità tra la nostra Regione metropolitana e le altre maggiori in Europa. 

Giusto quindi come ho detto la discriminante del consumo di suolo ma letta in un contesto di programmazione urbanistica che risponda ai fabbisogni della città e che sono complessi, da quelli ambientali a quelli sociali, economici, di mobilità e di migrazione. Dei grandi fabbisogni, pensa anche solo alla mobilità che significa anche qualità della vita, il consumo di suolo è una attenzione doverosa che però deve commisurarsi a tutti gli obiettivi di un Piano urbanistico. Tuo Alfredo Viganò.

 

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