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 Foto Esni

Qualche riflessione sulla tutela del patrimonio storico-artistico a margine della presentazione di uno studio dell'ambientalista e ricercatore Zeno Celotto intorno alla fontana seregnese del “mangiabagaj”

 
É molto comune conoscere poco o nulla della propria città, proprio per il fatto di vederla sempre, dando per scontato ciò che si scorge di sfuggita passeggiandoci. Così recita il risvolto di copertina del volumetto dedicato alla fontana seregnese detta del mangiabagaj, riprendendo la postfazione di Andrea Celotto, figlio dell'autore: un libro, pubblicato e distribuito dal Circolo Culturale Seregn de la memoria, scritto in dialogo, reale e ideale, con le nuove generazioni, che riesce a destare interesse anche fra loro, come ha dimostrato la loro partecipazione alla sua recente presentazione. Perchè può essere eccitante scoprire quante storie può raccontarci un monumento e quanto fascino delle epoche passate queste storie possano restituirci: storie scrupolosamente accertate e vagliate, corredate da testi e immagini che ci immergono nel gusto, nel costume, nella mentalità di secoli lontani, nei quali pure possiamo intravvedere risonanze col nostro presente.

 

Può essere eccitante scoprire quante storie può raccontarci un monumento e quanto fascino delle epoche passate queste storie possano restituirci

Parliamo di una fontana ottagonale, posta nel cuore della città, nella piazza antistante il palazzo municipale, sovrastata da un“biscione” in cotto, ben noto simbolo visconteo-sforzesco, che i Seregnesi chiamano affettuosamente mangiabagaj, diverso però nella struttura da quello che corona l'identica fontana che adorna oggi in Milano il cortiletto del Castello Sforzesco che da essa prende nome, e che è presente anche nelle copie della stessa che si trovano a Niguarda, nel cortile della Villa Mirabello, e a Grazzano Visconti, nella piazza del borgo. Un prodotto seriale, dunque, questa fontana: che valore ha, quando è stato concepito e realizzato, e dove si trova l'originale, che relazione ha con queste copie? Ebbene sì, si tratta di copie, ma il loro disegno è di Luca Beltrami, l'architetto a cui si deve la salvezza e il restauro del Castello Sforzesco: nel 1897, avendo scoperto durante una sua sosta a Bellinzona una bellissima acquasantiera nella Collegiata, la cui vasca era adornata da “numerose e belle imprese sforzesche”, e nella quale molti particolari rivelavano la sua originaria funzione di fontana, Beltrami ne aveva fatto un calco in gesso e progettato un rifacimento, con l'aggiunta di un basamento ottagonale e della vasca per la raccolta delle acque, oltre che di un biscione visconteo ricavato “dalla decorazione di una scala a chiocciola della Certosa di Pavia” , dato che un lungo frammento di ferro sporgente dalla sommità della vasca suggeriva la presenza di un manufatto che la coronasse. Intervento, questo, che fu giudicato improprio quando una copia della fontana, attraverso vicende rimaste ancora sconosciute, giunse a Seregno, dove fu collocata nella piazza di fronte al palazzo municipale nel 1928: il mangiabagaj fu tempo dopo eliminato, salvo ricomparire nel 2009 in cotto e in una foggia decisamente diversa da quella tradizionale, attestata nelle altre copie, secondo la libera interpretazione dello scultore Antonio De Nova. La pietra originaria in cui la vasca e le decorazioni erano scolpite fu coperta da una vernice in cotto.

 

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Nonostante questo ultimo restauro sia così recente, lo stato di degrado di queste sculture é tale che c'é voluta tutta la pazienza e la passione di Celotto per rintracciarvi ad una ad una le raffigurazioni delle imprese sforzesche, paragonandole alle riproduzioni che i documenti d'epoca rinascimentale proponevano in abbondanza, non solo su stemmi, stendardi, mosaici e dipinti, ma anche su abiti e gioielli. Un esempio è l'impresa detta del velo annodato (raffigurato anche nella lunetta sinistra sovrastante uno dei finestroni absidali della Cappella di Teodolinda): simbolo di fedeltà, amore cavalleresco e dignità regale, era l'emblema dell'imperatore Venceslao IV di Boemia, che lo concesse a Galeazzo Visconti insieme al titolo ducale, ottenuto per intercessione del futuro papa Alessandro V e dietro all'esborso di una somma equivalente a diciassette milioni e mezzo di euro! Quella che illustra il significato di queste raffigurazioni é la parte più nuova e affascinante della ricerca pubblicata dal Circolo Culturale Seregn de la memoria nella piccola collana di storia locale “I Ciculabèt”. Tra soli e colombine circondati da raggi, leoni rampanti che tengono rami di melo cotogno, levrieri che si riposano all'ombra di un pino, falchi che si precipitano sulle oche di uno stagno, morsi per cavalli destinati a suggerire come reggere lo stato e piccole scope che rimandano al compito di farvi pulizia, si ricava l'immagine di una casata, pervenuta fortunosamente al potere sul Ducato di Milano, che attraverso un linguaggio fatto di simboli e motti (oggi si direbbe slogan), vuole affermare la continuità coi Visconti, accreditare come proveniente dal Cielo il proprio potere e dichiararne a potenziali nemici i propositi e la forza morale ed economica. Una bella lezione di storia “viva”, quella che la cura e la preservazione dei monumenti possono garantirci!                                                                                                                           

   

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Se conoscere il valore di un monumento del passato ne incoraggia la conservazione, è altrettanto vero che la conservazione dello stesso, insieme ai documenti che lo riguardano, rappresenta uno strumento, pregnante ed insostituibile, di conoscenza del passato.

Eppure sono tanti i nemici del nostro patrimonio storico-artistico: scarse conoscenze, ricerche poco accurate o rese impossibili dal disordine degli archivi, furia ammodernatrice e, per ultima, l'attuale cancel culture.

  

Sono tanti i nemici del nostro patrimonio storico-artistico: scarse conoscenze, ricerche poco accurate o rese impossibili dal disordine degli archivi, furia ammodernatrice e, per ultima, l'attuale cancel culture.

Pratica in realtà molto antica, dalla romana damnatio memoriae, che decapitava le statue degli imperatori caduti in disgrazia, alla sostituzione della testa della statua di Filippo II in Piazza dei Mercanti con quella di Bruto da parte dei giacobini milanesi: è Manzoni a ricordarci, nel dodicesimo capitolo del suo romanzo, le vicissitudini di questo monumento-simbolo, gettato infine nel fiume durante la Restaurazione. Vicenda che somiglia forse a quella dell'edificio seregnese della Gioventù Italiana del Littorio, trasformato nel dopoguerra in Casa del Popolo e alla fine abbattuto per far posto ad un parcheggio...

Ma se é comprensibile che nell'immediatezza dei grandi rivolgimenti storici e culturali vengano abbattuti i simboli carichi di significati politici, non è accettabile trattare con sufficienza le tracce di un passato lontano, per far posto ad un presente privo di memoria.

 

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Foto Esni 

La storia delle nostre città, e quella di Seregno non fa eccezione, é anche storia di sventramenti, abbattimenti, ricostruzioni più o meno arbitrarie, specie negli anni del dopoguerra e del boom economico: oggi una maggiore consapevolezza impone una difesa di tutto ciò che nello spazio urbano ha valore storico-artistico, perchè si possa stabilire col nostro passato un dialogo significativo, in primo luogo visivo e sensoriale, che solleciti curiosità, ricerca, conoscenza. Come, prima che fosse troppo tardi, é avvenuto con la fontana del mangiabagaj grazie alla sensibilità ambientalista di Zeno Celotto e alla sua esperienza nella ricerca storica.

 

 

 

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Smoke rises after an Israeli forces strike in Gaza in Gaza City, Tuesday, May 11, 2021. (AP Photo/Hatem Moussa)

 

«Quando parliamo di arabi israeliani, parliamo di un quinto della popolazione israeliana. Persone che sulla carta hanno tutti i diritti, ma che nella realtà si vedono negate moltissime cose: basti pensare alla legge che dichiara Israele Stato Nazione degli ebrei e che fa degli arabi quasi cittadini di serie B».

David Grossman, la Repubblica, 13/05/21

 

«Le ultime settimane hanno visto in misura crescente scontri violenti tra Ebrei e Arabi in Gerusalemme e nella West Bank, causati in parte dalla rabbia dei Palestinesi per le restrizioni poliziesche ai raduni per il Ramadan presso il Monte del Tempio e per lo sfratto di diverse famiglie palestinesi dal sobborgo di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est a favore di coloni ebrei».

Haaretz, 10/05/21

 

Se queste fonti di parte ebrea dicono il vero, non c’è dubbio che è stata Israele a innescare la guerra in corso, colpendo i Palestinesi nei valori più profondi: quelli religiosi e quelli della casa. E la reazione è comprensibile, se non giustificabile. Se qualcuno ha argomenti in contrario lo ascolterò.

Ma non vorrei occuparmi della questione del “di chi è la colpa”. Mi sembra più importante trarre le conseguenze di questo ennesimo, e apparentemente irrisolvibile, “scontro d’identità” di cui la Palestina è esemplare testimonianza.

Credo che ormai l’idea dei “due stati”, uno ebreo e uno arabo, sia tramontata per sempre. E a pensarci bene era fondamentalmente errata dal punto di vista di una visione democratica. Perché in uno stato democratico la libertà di culto costituisce un caposaldo della uguaglianza dei cittadini.

La fede religiosa è un elemento importante dell’identità delle persone e delle comunità. Ma come ho cercato di sostenere in un mio articolo precedente, identità non deve significare chiusura, ma al contrario premessa per il proprio confronto, competitivo ma anche collaborativo, conoscitivo e operativo, con i diversi da sé. Per  la  stessa crescita ed evoluzione della propria identità.

Secondo statistiche del 2019, ebrei e arabi palestinesi, che vivono all’interno o all’esterno di Israele, si equivalgono numericamente: 6,5 milioni ciascuna comunità, per un totale di 13 milioni circa. Se convivessero tutti in uno stesso stato laico, è impossibile pensare che perderebbero le rispettive millenarie identità. Questa non verrebbe annullata neanche in presenza di numerosi matrimoni misti. Ma diventerebbe meno aggressiva, più umana.

La globalizzazione, che in una certa misura ci fa tutti cittadini del mondo, dovrebbe favorire questo processo verso un comune sentire, sia pure sempre dialettico e diversificato.

Non è auspicabile che la Palestina continui ad assomigliare ai paesi confessionali che la circondano. E’ invece auspicabile che essa intraprenda un percorso simile a quello che, sia pure con grandi difficoltà e lentezza, caratterizza i rapporti tra bianchi e afro-americani negli Stati Uniti e quelli tra nativi e ex-coloni bianchi in Sud Africa. La Palestina e Israele potrebbero fare da apripista per la diffusione della democrazia tra i paesi arabi e musulmani.

Gli Ebrei non avrebbero nulla da temere da una crescita dell’istruzione e del benessere delle popolazioni arabe.  Come popolo che ha subito nella storia gravi discriminazioni, potrebbe anzi guadagnarsi un posto tra i campioni della lotta globale contro le disuguaglianze.

 

WASHINGTON, UNITED STATES:  (FILES) US President Bill Clinton (C) stands between PLO leader Yasser Arafat (R) and Israeli Prime Minister Yitzahk Rabin (L) as they shake hands, 13 September 1993, at the White House in Washington DC for the first time after Israel and the PLO signed an historic agreement on Palestinian autonomy in the occupied territories. Palestinian leader Yasser Arafat, 75, has lost consciousness, Israeli public radio reported late 27 October 2004, quoting Palestinian sources. A source close to the Palestinian Authority said earlier that Mahmoud Abbas, the PLO's No 2, and premier Ahmed Qorei were also at the bedside of Arafat, 75, who officially has been suffering from a severe bout of flu.  AFP PHOTO J. DAVID AKE  (Photo credit should read J. DAVID AKE/AFP/Getty Images)

Accordi di Oslo 1993 - Rabin, Clinton e Arafat

 

Forse questa può apparire una prospettiva utopica. E’ probabile, purtroppo. Ma l’alternativa è una guerra senza fine. Perché nessuno dei due contendenti riuscirà a prevalere sull’altro. Riuscirà solo a mantenere l’avversario in condizioni permanenti di paura o mortificazione, surrogati, conati forse inconsapevoli di un progetto di annientamento reciproco.

 

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I piani di Joe Biden per il rilancio degli USA sono così ambiziosi (fino a 4 mila miliardi di dollari nell’arco del suo mandato) e “nuovi” da far parlare ormai di una “Bidenomics

 

In grande sintesi prevedono:

- Ingenti investimenti per infrastrutture in tutti i settori dell’economia statunitense, in gran parte orientati, oltre che al restauro di quelle esistenti e alle reti digitali,  alla difesa dell’ambiente e alla riduzione delle disuguaglianze;
       - Un aumento del debito pubblico, ma anche delle tasse;
       - Che l’aumento delle tasse non tocchi la maggioranza della popolazione (ceti meno abbienti e medi), ma solo le categorie più ricche, attraverso:
           . Nessun aumento per i redditi inferiori ai 400 mila dollari l’anno;
           . L’aumento della progressività delle imposte sui redditi personali, portando l’aliquota marginale fino al 39,6%, e tasse più elevate sulle plusvalenze finanziarie per i milionari;
           . L’aumento dell’imposta sul reddito delle società dal 21% al 28%;
           . Una imposta uniforme sulle imprese (global minimum tax) da concordare a livello internazionale tra i paesi del G20 (cioè tra i paesi che nel loro insieme superano l’80% dell’economia mondiale).

Forse si potrebbe fare di più (ad esempio, si potrebbero rendere più progressive le imposte personali e abbassare il limite di reddito su cui aumentare le tasse). Ma comunque queste misure stanno facendo molto scalpore, perché segnano una radicale inversione di rotta rispetto alle politiche economiche praticate negli ultimi 40 anni.

In realtà non sono altro che l’accoglimento da parte della politica di proposte che numerosi economisti di orientamento progressista vanno avanzando da decenni: come Joseph Stiglitz, Antony B. Atkinson, Thomas Piketty, Kate Raworth, Jeremy Rifkin, Rutger Bregman, e in Italia come Enrico Giovannini, Fabrizio Barca, Stefano Zamagni, e sicuramente nella mente, a mio parere e speranza, di Mario Draghi. Proposte che ho illustrato e commentato ripetutamente su questa rivista.

I piani di Biden sono stati presentati come un ritorno al New Deal keynesiano/ rooseveltiano degli anni trenta del secolo scorso, basato su grandi investimenti in opere pubbliche in deficit. Ma a me sembra che segnino in realtà un cambiamento epocale, capace di proporre un nuovo paradigma economico adeguato a contrastare i problemi fondamentali dell’umanità: il degrado ambientale e le disuguaglianze crescenti con la povertà ancora diffusa e incrementata dalla pandemia del Coronavirus. Impegni così controcorrente, decisi ed espliciti, se espressi solo poco tempo fa, avrebbero fatto gridare allo scandalo.

Significano inoltre la fine dell’inganno, in cui sono caduti anche i riformisti travolti dal liberismo dominante, costituito dalla confusione tra imprese produttive e detentori di ingenti redditi e ricchezze. Con l’idea di sostenere le prime si sono favoriti i secondi, causando l'impoverimento della maggioranza delle popolazioni e la concentrazione delle ricchezze in un ristretto numero di miliardari. Si è sostanzialmente ridato vita all’antico e smentito, ma duro a morire, principio dell’ancien régime, secondo il quale favorendo i ceti più ricchi si ottiene, per “gocciolamento” (thrickle down) il benessere di tutti. Attraverso riduzioni della progressività delle imposte personali, agevolazioni senza limiti alle cosiddette imprese, in realtà ai ceti più ricchi e alla finanza fine a se stessa, ritenuti a priori generatori di ricchezza, le disuguaglianze e la sofferenza della maggioranza delle popolazioni hanno raggiunto livelli inaccettabili.

Riassumendo Biden in modo ancora più conciso: 1) dimensioni straordinarie della spesa pubblica per infrastrutture compatibili con l’ambiente , per servizi sociali (istruzione, sanità)  e per le categorie meno abbienti, 2) riforme drastiche delle politiche fiscali a favore della maggioranza della popolazione e a carico dei ceti più ricchi. Ma c’è un terzo pilastro della nuova economia, che sembra anch’esso in movimento, di cui la svolta non può fare a meno: 3)  il comportamento delle imprese nei confronti delle persone e dell’ambiente. Sembra che si vada diffondendo tra i massimi livelli aziendali una maggiore consapevolezza della possibilità di far convergere, in una prospettiva più ampia, gli interessi aziendali con quelli sociali e ambientali. Anche di questo cambiamento ho parlato nei miei ultimi articoli. E anche in questo caso non si tratta di idee nuove: un manuale in proposito lo scrisse nel 1996 Frederich F. Reichheld, capo di una importante società di consulenza aziendale (Bain & Company) in un libro dal titolo significativo: “The Loyalty Effect”. Testo che usavo per le mie consulenze rivolte a imprenditori e manager. Ma la differenza sta nel fatto che, dopo un quarto di secolo, quelle idee vengono fatte proprie in modo formale da schiere più vaste e influenti di dirigenti di gruppi imprenditoriali e di detentori di immense ricchezze. Si tratta di segnali che confermano che il clima, prima orientato ai soli interessi aziendali, anzi dei loro vertici, è cambiato. Tuttavia, dal dire al fare con quel che segue: non ho sentito parlare ad esempio di riduzione delle scandalose differenze tra le retribuzioni dei vertici aziedali e dei dipendenti di ultimo rango. E credo che senza imbrigliare la finanza speculativa a favore di una finanza al servizio dell’economia reale, le dichiarazioni d’intenti, per quanto diffuse e influenti, resteranno inferiori alle necessarie dimensioni.

Di enorme importanza sarà il possibile accordo internazionale per una imposta minima sulle imprese. Se i G20 o i membri dell'OCSE lo adotteranno, cesserà la rovinosa concorrenza al ribasso tra i diversi paesi per indurre le multinazionali ad insediarsi nel proprio territorio. Inoltre, costituirà un segnale del fatto che il piano di Biden è parte di una svolta globale orientata alla lotta alle disuguaglianze e al risanamento ambientale. Il Next Generation Plan europeo va nella stessa direzione. Spero vivamente, e ci sono le condizioni, perché il PNRR (Piano Nazionale di Recupero e Resilienza) italiano segua la corrente.

Molti commentatori sottolineano il fatto che il disegno di Biden incontrerà molte difficoltà, a partire dal Congresso e dal Senato americani. Un cittadino comune potrebbe chiedersi come mai un progetto che avvantaggerebbe la grande maggioranza della popolazione (se non il 99% secondo lo slogan del movimento Occupy Wall Street, almeno l’80%), non possa ottenere il consenso popolare per essere realizzato. Ma questo dà la misura del potere di ambienti ristretti di manipolare l’opinione pubblica.

 

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La Bidenomics è stata equiparata non solo al New Deal di Roosevelt, ma anche al Programma Apollo di John F. Kennedy che ha portato il primo uomo sulla luna, con l’obiettivo di riconquistare il primato degli USA nelle ricerche spaziali, compromesso dall’exploit dei russi con lo Sputnik. Oggi la gara non è più tra USA e Russia, ma tra USA e Cina. Il rischio maggiore è costituito dalla possibilità dei paesi maggiori, grazie alle loro grandi dimensioni, di intraprendere politiche protezionistiche in contrasto con la globalizzazione, puntando all’autosufficienza. Questo rischio è presente anche nei piani di Biden. E’ da augurarsi che, in un pianeta reso piccolo dalla rivoluzione digitale, la lotta per il primato abbandoni le illusioni imperialistiche del passato e si risolva in una co-opetition produttrice di benessere per tutti. E’ comunque incredibile come mai, nel quadro della svolta in atto e dell’enorme fabbisogno di risorse economiche per la ripresa dopo la pandemia, nessuno abbia ancora proposto una politica di disarmo universale non solo fisico (le armi), ma anche digitale. Lo ha fatto solo Papa Francesco. Speriamo che venga finalmente ascoltato da qualcuno.

Infine, la svolta potrebbe essere messa in difficoltà dalle imprevedibili e impreviste conseguenze delle misure economiche che la pandemia ha costretto ad adottare. Questi provvedimenti imposti dalla drammaticità dell'evento hanno fatto crollare, finalmente, i vincoli troppo restrittivi del passato, ma senza sostituirli con un sistema sufficientemente flessibile, ma controllabile. Credo che pochi economisti siano in grado di prevedere ciò che avverrà una volta superata la pandemia, ad esempio in termini di sviluppo, di occupazione, di inflazione, di debiti, addirittura di sistemi monetari (si pensi all'avvento dei bitcoin). Una maledizione cinese dice: «Che tu possa vivere in tempi interessanti». Sono curioso di vederli, ma è improbabile.

 

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20110322 fontana del guercio

 

In un libro di Chiara Ballabio e Zeno Celotto, e in una intervista a quest'ultimo, la storia del fontanile Testa del Nan, nel territorio di Carugo, e delle lotte fra i nobili che fra il XVI e il XVII secolo ne rivendicavano lo sfruttamento delle acque 

 

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20211703 Upton Sinclair personaggio chiave di Mank

Una traccia per entrare nelle trame parallele di Mank di David Fincher. Candidato a ben 10 Oscar, il film sulla genesi dello script di Quarto Potere e dei conflitti tra lo sceneggiatore Herman Mankievicz e Orson Welles inaspettatamente si rivela essere anche un documento storico sui complotti per porre fine alla Epic Campaign dello scrittore socialista Upton Sinclair, in corsa per il governatorato della California nel 1934. 

 

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20200215 progetto futuro

Prende avvio la collaborazione di tre associazioni monzesi e una concorezzese, con l'intento di creare uno spazio aperto alla cittadinanza in cui discutere a fondo dei problemi del territorio

 

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20211901 foto originale meme di Bernie by Brendan Smialowski

 

Come si arrivati è all'insediamento di Joe Biden e Kamala Harris; la falsa retorica dei media mainstream  sull'inizio di "una nuova era" nella  parata biparisan dei potenti pro-corporation; l'utilizzo fuori posto  di "This Land is your Land" di Woody Guthrie;  l'autenticità e la purezzza di Amanda Gorman col suo poema e di Bernie Sanders con i suoi guantoni. 

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Che la giornata dell’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris sia destinata a far capitolo a sé nella storia degli Stati Uniti è fuori discussione per una molteplicità di motivi, alcuni dei quali ormai scontati e altri del tutto imprevedibili. Ripercorrendo alcuni momenti salienti che hanno portato allo storico giuramento del 20 gennaio 2021, consideriamo qualcuno di quei motivi, smontando i fiumi di ipocrisia con cui alcuni dati di fatto sono stati caricati di connotazioni eccezionali e positive che non hanno, cercando però al contempodi intravedere dei segni di speranza, oltre che nei guanti di Bernie, in qualche altro momento di quella cerimonia. 

La retorica e la sostanza della “Nuova Era”

Strettamente connesso alle false retoriche di Cnn Msnbc & Co. e di Joe Biden è lo sconforto rinnovatosi più forte che mai in milioni di persone convinte che quel giuramento spettasse a Bernie Sanders, cosa che avrebbe dato sia una sostanza concreta a espressioni ripetute fino alla nausea quali “inizio di nuova era”, “vittoria della democrazia”, “trionfo della giustizia”, “prevalere della verità”, sia un significato ben diverso al ribadito richiamo di Biden “all’unità e all’anima della nazione”.Tutte formule che danno il benvenuto allo status quo che precedeva gli anni di Trump, causati, è bene ribadirlo, da due fattori interdipendenti. 

Primo: il fallimento dell’ammistrazione Obama-Biden, di cui Hillary Clinton era vista come la continuazione naturale, che fin dall’inizio aveva tradito gli elettori giovani e progressisti formando un governo pieno di artefici della crisi del 2008, e collaborando con i repubblicani anche nei primi due anni, quando tutto il Congresso era democratico. 

Quel tipo di governo viene ora riproposto più o meno simile, come dimostrano tanto l'insistenza Biden sull'intenzione di lavorare con i repubblicani, quanto il suo “Cabinet of Firsts” che, come sottolinea The Intercept, “mostra un approccio cinico alla diversità”. Biden “punta l’enfasi sulla diversità per assicurarsi un’eredità presidenziale storica ancora prima di entrare in carica”, ma quelle scelte illustrano “come i Democratici sappiano usare il linguaggio del multiculturalismo senza prendere provvedimenti forti per aiutare la gente marginalizzata”. A dispetto insomma delle crocette messe su tutte le caselline riguardanti genere, razza e orientamento sessuale, il fatto è che la maggior parte dei ministri e collaboratori di Biden ha stretti legami con lobby e corporation in affari con le varie sezioni governative.

Secondo: le bugie e le calunnie su Bernie Sanders a cui quella informazione “liberal”, che ora celebra la vittoria di verità giustizia e democrazia, ha fatto da potentissima cassa di risonanza nelle primarie del 2016, ignorando volutamente gli imbrogli messi in atto da Hillary Clinton e dall’establishment democratico. 

Il ruolo dell’establishment democratico e dei media nelle primarie 2020

I boicottaggi contro Bernie si sono ripetuti anche nelle ultime primarie fin da molto prima delle vicende apocalittiche del 2020 e dei conseguenti comportamenti di Trump. Un esempio su tutti è quel “Bernie mi fa accapponare la pelle” spiattellato senza spiegazioni e senza contraddittorio in un panel della Msnbc dalla consulente legale Mimi Rocah nella primavera 2019. 

Con l'inizio,  il 3 febbraio 2020, delle fasi operative del voto,  la prima truffa è andata in scena proprio nella notte di esordio col mancato arrivo, per la prima volta nella storia, dei risultati del  caucus dell'Iowa. I “disguidi informatici” della misteriosa ditta “Shadows” appaltata per elaborarli, che aveva collegamenti con Pete Buttigieg e Hillary Clinton,  sono stati il pretesto per comunicare nei giorni successivi  risultati parziali che davano al giovane Mayor Pete dei vantaggi su Sanders che in effetti non aveva, favorendolo nel New Hampshire e offrendo a diversi “giornalisti” l’occasione di ridicolizzare Bernie battuto da un ragazzino. Lo scorso dicembre le collusioni del Comitato Democratico Nazionale e del suo presidente Tom Perez in quella brutta vicenda sono state definitivamente provate, ma diffuse solo da fonti indipendenti.

Il supertuesday del 3 marzo 2020 e il l’arrivo della pandemia

Tuttavia, nonostante i boicottaggi,  dopo le tre vittorie consecutive di Iowa, New Hampshire e Nevada, Bernie Sanders, avviato verso una quasi certa conquista di una consistente maggioranza relativa, terrorizzava l'establishment democratico, tanto che  concorrenti presidenziali e opinionisti avevano cominciato a parlare della necessità che alla convention generale si arrivasse a una maggioranza assoluta, anche attraverso una seconda votazione che avrebbe visto l’intervento dei superdelegati, esclusi dalla prima, dotati del superpotere di ribaltare il voto popolare. Come sappiamo non ce n’è stato bisogno, soprattutto grazie al Covid, intervenuto come una manna a miracolare Joe Biden. Ma le manovre per il suo recupero sono cominciate prima della conclamazione statunitense della pandemia, quando, a due giorni dal supertuesday del 3 marzo (dove Bernie era dato per vincente in una decina di stati su quattordici),  “qualcuno” ai vertici del  partito, “ha invitato" Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati in quel momento più forti dopo Bernie, a ritirarsi dalla corsa per sostenere Joe Biden. 

Nonostante la bella vittoria del 29 febbraio in South Carlina, dovuta in buona parte all'endorsment del potente deputato afroamericano  Jim Clyburn,“il padrino della politica democratica”  di quello stato, arrivato tre giorni prima del voto, Biden, reduce da tre precedenti sconfitte pesantissime, aveva scarse prospettive per il 3 marzo, poiché ormai da tempo senza soldi non aveva neppure aperto un ufficio elettorale in diversi di quegli stati stati. “L’obbedisco” di Pete (ora risarcito col ministero dei trasporti) e Amy (finora organizzatrice della giornata inaugurale), che di tutto potevano avere in mente tranne che di ritirarsi galvanizzati com’erano dai loro risultati di febbraio, ha così regalato a Joe Biden la vittoria in dieci stati lasciandone a Bernie solo quattro. E questo, è il caso di ripeterlo, in un momento in cui negli Stati Uniti il Covid 19 era ancora soltanto un fenomeno italiano. 

La riesumazione di Joe Biden voleva dunque dire dirigersi  consapevolmente verso una sconfitta quasi certa contro un Donald Trump non ancora compromesso dai comportamenti disastrosi dei mesi successivi, sebbene la sua base adorante non si sia mai spostata di un millimetro neanche dopo. Ancora una volta l’intero sistema democratico, a parole vicino al suo elettorato ma nei fatti distante anni luce, ha dimostrato di preferire alla presidenza Sanders un bis di Trump che, pur con l’enorme responsabilità di avere sdoganato e amplificato il suprematismo bianco (per quanto allora non ancora ancora spinto fino ai punti che oggi conosciamo), aveva comunque fatto gli interessi di quella palude bipartisan che aveva promesso di prosciugare.

Beati gli ultimi perché saranno i primi

Ecco dunque come “l’ultimo” dei big, artificialmente portato in pole position dalle strategie del suo ex-capo, è diventato, almeno momentaneamente “il primo”. Un momentaneamente che valeva però solo nella testa di chi ancora sperava, invano, in un ravvedimento di Elizabeth Warren che, sebbene precipitata a causa dei continui voltafaccia, aveva ancora tre o quattro giorni di tempo per unirsi a Bernie e al movimento progressista, permettendo la formazione di una coalizione che avrebbe goduto del supporto di Marianne Williamson, Tulsi Gabbard e Andrew Yang, già sostenitori di Sanders quattro anni prima, e magari, anche se non lo sapremo mai, di qualche carrierista a caso col piede in due scarpe. 

La diffusione della pandemia e il mancato rinvio delle successive primarie, vergognosamente vendute da Tom Perez come non rischiose per non compromettere il momentum di Biden, hanno fatto il resto, chiudendo in fretta la partita. Bernie è stato accusato di mollare troppo presto, ma capendo che ormai i giochi erano fatti ha preferito dedicarsi con tutte le sue forze alla protezione dei più deboli, anche girando la sua raccolta fondi a favore dell’aiuto concreto di una piccola parte dei milioni di persone in difficoltà a cui la nazione più ricca del mondo non dava risposte nemmeno nella tragedia della pandemia.

Ed è così che Joe Biden, “l’ultimo diventato il primo”, è rimasto tale senza colpo ferire, rintanato nel letargo del suo scantinato di Wilmington dal quale riemergeva di tanto in tanto per leggere qualche comunicato dal teleprompter. 

Bizzarra connotazione della parola cristiana “beati gli ultimi perché saranno i primi”.

Una bizzarria ancora più strana per Kamala Harris, una “prima” diventata “ultima” per poi ridiventare “prima”.  Come ho descritto su Jacobin Italia in Si scrive Kamala Harrisi, si legge Hillary Clinton, Harris, partita come punta di diamante e salita ulteriormente nei sondaggi dopo aver dato del segregazionista a Joe Biden (“that little girl was me”), è poi crollata sia perché smascherata su provvedimenti discutibili presi da procuratrice, sia per il doppiogioco su posizioni sandersiane che millantava in pubblico e ritrattava dietro le quinte. Per non perdere la faccia, Kamala ha abbandonato le scene senza nemmeno affrontare la competizione dei voti reali, calcolando che “quell’atto di coraggio” le avrebbe permesso di riciclarsi in attesa della scelta vicepresidenziale.

Il blocco di Kamala Harris al ristoro di 2000 dollari 

Nel frattempo però in Senato i suoi trucchetti sono andati avanti. Il suo “no” alla proposta di Bernie Sanders di tagliare del 10% i 740 miliardi di dollari per le spese militari a favore di  interventi per le classi sociali più colpite dal covid ha curiosamente a che fare anche con il suo ultimo voto in Senato alla fine di dicembre, dopo che la Camera aveva approvato il passaggio da 600 a 2000 dollari come ristoro per i meno abbienti, come persino Donald Trump aveva sollecitato.

Passata sotto silenzio dai media mainstream ma ben documentata da David Sirota sul Daily Poster e su Jacobin Magazine, la questione riguardava l’intenzione di Bernie Sanders di fare ostruzionismo, se prima non fosse stato approvato lo Stimulus Bill con i 2000 dollari, sull’approvazione di un’altra legge, per coincidenza proprio quella delle spese del Pentagono. Donald Trump l’aveva infatti reinviata al Senato perché vi aggiungesse alcune clausole, ma il Senato poteva comunque passarla indipendentemente dal veto presidenziale. Non appena Mitch McConnell ha chiesto di approvare quella legge prima dello Stimulus Bill, Kamala è stata tra i moltissimi che hanno votato sì, impedendo l'ostruzionismo di Bernie, dando il via libera senza condizioni a un’approvazione che sarebbe comunque avvenuta nel giro di pochi giorni.  e relegando invece allo stallo la legge sui ristori da 2000 dollari. E pensare che proprio lei in maggio se ne era fatta promotrice insieme a Bernie Sanders e a Ed Markey, sostenendone la necessità e l’urgenza. Per la cronaca quella legge è ancora lì che aspetta, così come aspettano i milioni di americani in difficoltà, moltissimi dei quali di colore come Kamala, che di quei soldi per loro vitali avrebbero potuto beneficiare. 

Comunque, visto che la speranza è l’ultima a morire, c’è sempre la possibilità che Kamala facciadietro-front rispetto ai suoi abituali comportamenti a vantaggio di altri che favoriscano quelle fasce della popolazione che dice di rappresentare e di voler proteggere. 

“The Hill We Climb” di Amanda e i guanti di lana di Bernie

 Chissà che non possa indirizzarla sulla strada giusta l’intervento dell’incantevole creatura materializzatasi ad un certo punto della cerimonia con un cappottino giallo e un nastro rosso nei capelli. Ha commosso tutti Amanda Gorman, la giovanissima poetessa che ha accompagnato con delicati e armoniosi gesti delle sue piccole mani la potente declamazionedel suo “The Hill We Climb”, un ”Urlo” ginsberghiano del ventunesimo secolo insanguinato dal razzismo, ma anche colmo di speranza. 

Si sa che la commozione, perfino quella suscitata da un’apparizione forte come quella di Amanda, ha quasi sempre breve durata, eppure a volte può capitare che ciò che l’ha provocata si imprima nel profondo, lasciando messaggi e significati non più ignorabili. 

Nel loro piccolo anche i guanti di Bernie hanno inconsapevolmente lanciato un messaggio carico di significati. In maniera più prosaica e senza l’aura di bellezza ed elegia che Amanda ha diffuso intorno a sé, ma con la stessa purezza, onestà e autenticità “the Dad of America” era lì. Seduto in disparte, quasi che il Covid in tutta la sua crudeltà gli avesse comunque concesso il regalo di potersi smarcare da quella folla di politici così diversi da lui. Era lì con il parka, la mascherina, quella cartelletta arancione che sembrava dire “dai sbrighiamoci con questi orpelli che il lavoro ci aspetta”.E con le sue manopole giganti fatte di lana riciclata da una maestra del Vermont, indossate per ripararsi dal freddo proprio come si fa nel Vermont, senza immaginare quale ripercussione avrebbero avuto. Quasi volessero testimoniare l’esistenza di una giustizia superiore o di un “caso” resosi conto che quando è troppo è troppo, quei guanti hanno restituito a chi li indossava la dimensione di realtà che la propaganda dei media gli ha sempre rubato, diffondendola finalmente in tutto il mondo attraverso un’inondazione di meme scherzosi e spassosi ma mai irridenti. E chissà che la curiosità stimolata su quel vecchietto per molti ancora sconosciuto, ma appena diventato presidente della commissione budget del Senato, non faccia di lui un esempio da seguire, magari trasformando “the dad of America” in “the dad of the world”. 

 This land is your land

E allora, proprio in virtù dell’autenticità di Amanda e di Bernie trova posto un terzo elemento di purezza che era parso un po’ stonato in quella inaugurazione all’insegna della retorica e della forma, la “This land is your land” cantata da Jennifer Lopez prima della comparsa di Amanda.La canzone, diventata l’inno di battaglia dei “Feel the Bern” fin dal 2015, in quel contesto suonava quasi come un’offesa a Woody Guthrie.Lui, l’hobo per eccellenza, l’interprete delle voci dei milioni di ultimi diventati sempre più ultimi nel mondo delle disuguaglianze sempre più estreme, il cantore che aveva scritto una canzone per Franklin Delano Roosevelt ma che mai si sarebbe potuto sentire a suo agio, come Bernie, a quella riunione di potenti enfaticamente celebrata come “l’inizio di nuova era”, ma priva di gran parte della “sostanza” tanto importante per Woody. Perché se è vero che sconfiggere Trump era sostanziale per l’inizio di una nuova era, così come lo era per Woody sconfiggere i fascisti durante la guerra, è anche vero che il messaggio sulla sua chitarra, “this machine kills fascists”, andava ben al di là dell’interpretazione letterale e della contingenza temporale. Quel messaggio voleva dire, proprio come “This land is your land, this land is my land …this land was made for you and me” e tutti i versi apparentemente folcloristici e patriottici ma carichi di significati politici e sociali, che ci sono altri obiettivi sostanziali da raggiungere prima che gli Stati Uniti possano davvero essere quella terra di democrazia che pretendono di essere. Quegli obiettivi erano ancora lì dai tempi di Woody Guthrie e di FDR, in attesa di un presidente come Bernie che cominciasse a dare loro consistenza. Invece è arrivato Joe. 

 

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20200917 academy

 Un segnale può significare poco. Ma una convergenza di più segnali può significare che è in corso un cambio epocale 

 

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 20200908 joe biden scelta vp

 Mentre Biden sta per annunciare la sua VP, diamo una panoramica delle finaliste: Kamala Harris, ex-candidata presidenziale e favorita  fino alla fine di luglio;  Susan Rice, ex-consulente di Obama per la sicurezza nazionale, la cui vendita delle azioni di Netflix sembra porla in pole position; infine la sorpresa degli ultimi giorni Karen Bass, presidente del Black Caucus del Congresso, mentre  Elizabeth Warren sembra ormai fuori gioco.

 

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20200508 vorrei campidoglio washington congresso

Ai Repubblicani, compatti nel votare no al taglio del 10% delle spese militari per destinarle a interventi nella situazione pandemica, si è aggiunta la maggior parte dei Democratici, dimostrando ancora una volta quanto nel corrotto sistema bipartisan gli interessi dei finanziatori, in questo caso il Military Industrial Complex, contino molto di quello degli elettori.

 

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 2020 06 01 biblioquarantena

Intervista a Federica Perelli, assessore alla cultura e all'istruzione del Comune di Seregno 

 

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