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 20220718 diavolo

 

 

Nell’aprile dello scorso anno ho scritto su questa rivista un articolo dal titolo: “La svolta globale. Se il diavolo…”

In quell’articolo prospettavo la possibilità di un cambiamento radicale dell'economia e della convivenza globale dopo la pandemia. Un cambiamento non solo delle politiche economiche degli stati, ma anche dei comportamenti delle imprese e delle persone verso un’economia attenta alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze e della povertà.

Questa prospettiva era suffragata non solo da nuovi orientamenti politici e programmi di investimenti pubblici (come l’Agenda 20-30 dell’ONU, la “Bidenomics” in USA, il Next Generation Plan dell’Unione Europea e il PNRR in Italia), ma anche da una inedita consapevolezza da parte delle imprese, in particolare delle grandi multinazionali, della possibile convergenza dell’obiettivo del profitto con quelli della riduzione delle disuguaglianze e del risanamento ambientale.

Purtroppo il diavolo ci ha messo la coda, usando come killer Vladimir Putin.

 

20220718 killer

 

Nel dicembre del 2021 mi chiedevo, su Facebook, come mai nonostante «il fabbisogno urgente ed ingente di risorse per combattere il degrado ambientale, le disuguaglianze globali e la pandemia, nessuno proponesse una riduzione delle spese militari, in forte aumento negli ultimi decenni anche per l’allarmante corsa al controllo dello spazio». Riduzione sollecitata solo pochi giorni prima, come in un risveglio da un lungo sonno, da un nutrito gruppo di scienziati.

Ed ecco che ci troviamo nuovamente nella realtà descritta da Salvatore Quasimodo nel culmine della seconda guerra mondiale, in due terribili poesie: “Uomo del nostro tempo” e “Alle fronde dei salici”. Al “piede straniero opra il cuore” dell’Ucraina, alle migliaia di morti tra la popolazione civile, a milioni di sfollati, a case e fabbriche sistematicamente rase al suolo.

Tra i segnali reali delle prospettive di una rivoluzione positiva avevo segnalato in un altro articolo la forte crescita di investimenti ESG (Environment, Social, Governance) da parte non di generiche e minoritarie espressioni di “finanza etica”, ma da grandi investitori istituzionali, tra cui la Banca d’Italia. Era la conferma finanziaria della sempre più diffusa consapevolezza che gli interessi privati e quelli sociali (ambientali, di equità) nel lungo termine tendono a convergere.

Il diavolo ha interrotto il circolo virtuoso.

La guerra in Ucraina ha costretto a stornare le risorse economiche verso fonti altamente inquinanti e verso il settore bellico.

Il riarmo, il ritorno al carbone, una pandemia Covid ancora strisciante, eventi ambientali come la siccità e lo scioglimento dei ghiacciai hanno scatenato una tempesta perfetta.

Che fare?

A mio parere occorre apprendere la lezione della storia, e in particolare quella del comportamento dei britannici nella seconda guerra mondiale: resistenza a oltranza contro gli aggressori e contemporanea progettazione del futuro, sotto i bombardamenti.

La crisi energetica sta determinando due tendenze contrapposte. Una negativa e sperabilmente di breve termine: il ritorno alle peggiori fonti fossili. L’altra, positiva e di lungo termine: l’accelerazione del passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili.

Secondo alcuni la guerra non inciderà sulle tendenze di lungo termine finalizzate alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze.

Interessante, in proposito, l’intervista a Mark Wiedman, capo delle strategie di Black Rock, il più grande gestore di patrimoni del globo, dal titolo “La guerra in Ucraina sarà una svolta chiave nella storia del capitalismo”, su Affari & Finanza del 24 giugno scorso. Anche Black Rock ha spostato parte dei suoi investimenti sui settori più redditizi del momento, sacrificando quelli certificati ESG (Environment, Social, Governance). Ma Wiedman ritiene che gli alti prezzi delle fonti energetiche fossili imprimeranno una forte accelerazione al passaggio alle fonti rinnovabili (con l’aiuto temporaneo del gas naturale). E ciò a cui dà maggiore importanza é il comportamento responsabile delle imprese, come il ritiro delle loro filiali operative dalla Russia. L’opinione, propagandata negli ultimi tempi, di una maggiore efficienza degli stati autoritari sta appassendo, cedendo il passo alla superiorità dei sistemi democratici, testimoniata dalla rapidità di adozione e dalla qualità dei vaccini contro il Covid 19.

 

20220718 pannelli

 

Sulla stessa linea, sia pure su dimensioni ben minori, é Nino Tronchetti Provera, fondatore di Ambienta, società che investe esclusivamente in imprese dedicate alla sostenibilità ambientale. A suo parere «ormai non si può più fare a meno di una transizione verso un’economia più sostenibile» che prefigura grosse opportunità per le imprese.

E più dei manifesti sul nuovo orientamento delle imprese a favore degli stakeholder e della società civile, come quello formalizzato dai capi delle maggiori multinazionali riuniti nella Business Roundtable, vale una pagina pubblicitaria della KPMG, una delle maggiori società di consulenza alle imprese, che dice ai potenziali clienti: «Diamo al tuo mondo una nuova visione. Il nostro approccio data-driven ti aiuta ad acquisire una visione completa di tutti i tuoi stakeholder. Puoi accrescere il coinvolgimento e creare fiducia, mentre promuovi lo sviluppo in ogni area del tuo business. Perché non basta quanto cresci, ma come”.

Ma l’orientamento alla compatibilità ambientale, al coinvolgimento sociale, al buon governo delle imprese non è la nuova versione della "mano invisibile" di Adamo Smith. Esso richiede un imporante intervento pubblico, locale e globale. Ancora: "Più mercato. più stato".

Lo stato sociale (istruzione pubblica, sanità gratuita per tutti, reddito minimo, abitazioni ...) comporta la disponibilità di ingenti risorse pubbliche. Già attualmente in Italia la quota del settore pubblico nel PIL supera il 40%. Più che puntare su un ulteriore, difficile aumento della spesa pubblica, e quindi delle  tasse, é necessario agire con interventi senza spese che aumentino l’orientamento del settore pubblico alla promozione del risanamento ambientale e della riduzione delle disuguaglianze e della povertà. Con interventi non solo “successivi”, finalizzati a correggere gli effetti inquinanti e iniqui prodotti da un sistema economico liberista, ma soprattutto "preventivi" con norme miranti ad anticipare i comportamenti nocivi per l’ambiente e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

Nel corso dei miei precedenti articoli ho evidenziato le proposte in questo senso di autorevoli economisti, tra cui alcuni premi Nobel, per lo più, purtroppo, inascoltati.

 

20220718 madagascar

 

Tento qui di seguito di richiamarli, senza aspirare a una completezza, facendo osservare che gran parte di queste proposte, se non addirittura tutte, richiedono accordi internazionali:

. Contrasto più severo all’evasione e all’elusione fiscale, consentito dalla maggiore tracciabilità digitale.

. Eliminazione dei paradisi fiscali, con accordi internazionali sulla tassazione delle imprese.

. Ritorno alla progressività delle tasse precedente al periodo neo-liberista.

. Imposte su successioni e donazioni e sui patrimoni limitate al decile o al 20% più abbiente dei contribuenti, finalizzate alla riduzione del carico fiscale sul 50% dei meno abbienti.

. Ostacoli alla finanza speculativa, “fine a se stessa”, a favore di una finanza al servizio dell’economia reale e della comunità internazionale (ripensamento della Tobin tax).

. Legislazione antitrust.

. Salario minimo.

. Reddito di inclusione o di cittadinanza universale.

. Redistribuzione della spesa pubblica a favore degli obiettivi di risanamento ambientale e riduzione delle disuguaglianze di ogni tipo (territoriali, di genere, etniche, generazionali… ).

. Ritorno ai trattati internazionali per la riduzione delle spese in armamenti.

. Riqualificazione degli aiuti ai paesi arretrati per favorirne lo sviluppo endogeno (“Piani Marshall”).

. Riserva dei bandi pubblici alle sole imprese certificate ESG.

. informatizzazione della PA mirata sulla semplificazione e sulla trasparenza, al servizio del cittadino e non solo della macchina pubblica.

. Politiche attive del lavoro, basate sulla formazione permanente, essenziale per la transizione tecnologica e digitale, e sulla rilevazione mirata della domanda insoddisfatte di competenze .

. Eliminazione delle differenze retributive tra uomini e donne.

. Riduzione delle differenze tra le retribuzioni dei vertici aziendali e quelle dell’ultimo livello dei lavoratori, differenze aumentate in misura esorbitante negli ultimi decenni, dandogli adeguato peso nella certificazione ESG.

Ma intanto occorre fare di tutto per superare la transizione bellica, tagliando la coda del diavolo.

Sperando che non si trasformi in un gatto a nove code, magari confuso con i gatti spensierati di Roma.

 

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20220401 lavoro

 

Nel discorso di insediamento di Sergio Mattarella del 3 febbraio 2022 c’è una frase che sintetizza perfettamente una nuova concezione dell’economia contrapposta al neo-liberismo dominante:

«Le disuguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di crescita».

Ricerche economiche sui dati storici del secolo scorso e di quello attuale hanno dimostrato che una più equa distribuzione del reddito e della ricchezza non è un freno allo sviluppo, ma al contrario lo favorisce e lo rende più stabile. Questa tesi è confermata dal fatto che l’esplosione delle disuguaglianze verificatasi a partire dal 1980 ad oggi si è accompagnata a una bassa crescita.

Una delle cause della bassa crescita è la concentrazione dei redditi e delle ricchezze in poche mani a scapito dei ceti medi e meno abbienti, che agisce negativamente sulla domanda di beni e servizi.

I fatti smentiscono i sostenitori del neo-liberismo, secondo i quali un mercato senza vincoli è la via per produrre livelli superiori di reddito per tutti. Dietro a questa vulgata c’è l’idea che favorendo i ceti più ricchi, spacciati per produttori, il sistema economico consentirà automaticamente il trasferimento di quote di reddito ai meno abbienti, per “thrickle down” (gocciolamento). L’aumento delle disuguaglianze negli ultimi 40 anni ha smentito questa tesi. Ha smentito inoltre l’idea che se si vuole redistribuire il reddito con interventi fiscali, occorre prima produrlo. Non solo: ha dimostrato che gli interventi redistributivi, per quanto necessari, non sono sufficienti a compensare le disuguaglianze prodotte da un sistema economico liberista. Produzione ed equa distribuzione del reddito vanno insieme.

Questa presa d’atto ha stimolato la ricerca su quali potessero essere gl’interventi “pre-redistributivi” da realizzare per non affidarsi solo a quelli redistributivi. Molte sono state le proposte, che ho commentato in diversi articoli precedenti. Vorrei soffermarmi ora su quelle di Robert B. Reich, che configurano una radicale e organica riforma del sistema vigente.

Poche parole per definire il personaggio: consigliere dei presidenti democratici da Gerard Ford a Jimmy Carter a Barack Obama, Segretario di Stato per il Lavoro nel governo Clinton dal 1993 al 1996, in quest’ultimo anno sorprese molti con la decisione di abbandonare la politica attiva per dedicare più tempo alla cura dei figli. Ha comunque proseguito la sua attività scientifica e politica, come docente tra l’altro della Berkeley University, culla dei movimenti giovanili americani, e come ispiratore di esponenti riformatori del Partito Democratico americano come Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Alexandra Ocasio-Cortez.

Una sua tesi fondamentale, espressa nei due ultimi libri (“Come salvare il capitalismo”, Fazi Editore, 2015; “Il Sistema. Perché non funziona e come possiamo aggiustarlo”, Fazi Editore, 2021), è che si debbano abbandonare le dicotomie del passato, quella tra destra e sinistra e quella tra stato e mercato. A suo giudizio queste contrapposizioni nascondono quella reale, che vede il predominio di pochi ricchi e potenti sulla generalità della gente comune. La vera dicotomia è tra oligarchia e democrazia.

Ritiene inoltre che si debba abbandonare l’idea che redditi e ricchezze esorbitanti siano il risultato del merito, così come l’insuccesso e la povertà siano da attribuire a un demerito.

In sintesi, con le sue parole: «Occorre liberarsi dall’idea che esista un “libero mercato” separato dal governo e che un individuo guadagna in base a ciò che vale per la società».

Il mercato non è una realtà contrapposta allo stato. E’ una creazione politica, che assume caratteristiche diverse a seconda di come viene configurata dalle élite al potere, nel privato e nel pubblico. Le attuali distorsioni del mercato, che provocano crescenti disuguaglianze, non sono intrinseche al mercato in quanto tale. Dipendono da come il mercato è configurato da chi ha potere e ricchezza.

Sl banco degli imputati egli pone non solo i Trump, la cui tendenza all’autoritarismo e al populismo è scontata. Egli mette sotto accusa tutto l’establishment americano, compresi i sostenitori del Partito Democratico.

 

20220401 r reich

Robert Reich

 

Il mercato si basa su cinque pilastri, e varia a seconda di come vengono adottate le scelte relative:

La proprietà
La concorrenza
I contratti
I fallimenti
L’applicazione effettiva (“enforcement”) delle regole.

Secondo Reich «la proprietà, pilastro fondamentale dell’economia di mercato, dipende da decisioni politiche su che cosa si possa possedere e a quali condizioni». Un problema fondamentale consiste nei limiti che l’interesse pubblico deve imporre alla proprietà privata. Il problema si è posto da sempre (si pensi al diritto di costruire rilasciato da un’amministrazione locale al proprietario di un terreno, e alla rendita immeritata che l’atto genera). Ma è divenuto molto più complesso con lo sviluppo della proprietà intangibile (brevetti, copyright, loghi) il cui valore è molto opinabile. «Questa “proprietà intellettuale” è il mattone chiave della nuova economia, e senza le decisioni governative su chi possa possederne un aspetto o un altro, e a quali condizioni, tale economia non potrebbe esistere». In sostanza, sono le norme che creano il diritto di proprietà.

Dopo la corsa ad ampliare la proprietà privata a danno della proprietà collettiva, praticata negli ultimi tre-quattro secoli, si sta affermando, almeno in via di principio, l’esigenza che la proprietà privata venga condizionata da una sua compatibilità o addirittura una sua funzione sociale. Lo stesso eccessivo accumulo della ricchezza da parte di un singolo individuo o persona giuridica dovrebbe essere considerato come sanzionabile per i suoi effetti negativi sui rapporti di potere e quindi sulla convivenza democratica.

Questo “aggiornamento” del diritto di proprietà sarebbe del resto coerente con l’accettazione di provvedimenti in difesa della libera concorrenza e contro i monopoli, da combattere in quanto lesivi del libero mercato come sistema competitivo.

L’inizio del contrasto ai monopoli si fa risalire allo Sherman Act del 1880. Questo fu usato in modo eclatante con lo smembramento della Standard Oil di Rockefeller nel 2011 e della AT&T Bell nel 1984. Ma negli ultimi anni la lotta ai monopoli si è fatta sempre più difficile, perché «a differenza dei vecchi monopolisti che controllavano la produzione, i nuovi controllano le reti». Inoltre Il neo-liberismo ha consentito che poche enormi imprese possano abusare della loro posizione dominate nei diversi settori: Monsanto nella produzione di semi, Boeing nell’aeronautica, American, Delta, Southwest e United nelle linee aeree, Eli Lilly, Pfizer, Johnson & Johnson, Bristol Myers, Squibb e Merck nei medicinali, le nuove “cinque sorelle” - Microsoft, Amazon, Apple, Google, Facebook - nell’informatica, Comcast, AT&T e Verizon nelle reti, e soprattutto le cinque grandi banche di Wall Street: JPMorgan, Bank of America, Citigroup, Wells Fargo e Goldman Sachs, che controllano quasi la metà delle attività bancarie degli USA. Queste grandi imprese, “troppo grandi per poter fallire”, dispongono di un potere tale da poter pagare i migliori professionisti per curare i propri interessi, finanziare la politica e definire la legislazione. E comprare i concorrenti innovativi che potrebbero insidiare il loro predominio. La soluzione non è facile, ma di fondamentale importanza. «Si tratta di valutare il rapporto tra le efficienze che derivano dall’avere aziende di grandi dimensioni e il potere di queste aziende di alzare i prezzi; trovare un equilibrio tra le innovazioni permesse da piattaforme e standard comuni e la loro capacità di soffocare innovazioni altrui; determinare una ripartizione adeguata del potere economico tra i vari gruppi».

Per quanto riguarda i contratti, Reich mette in luce le asimmetrie causate dalle differenze nei rapporti di forza, che consentono ai contraenti ricchi e potenti, dotati di conoscenze esclusive e professionalità superiori, di imporre clausole penalizzanti e poco trasparenti a carico dei contraenti più deboli. Include tra queste asimmetrie l’insider trading basato su informazioni esclusive e riservate, o «comunicazioni ultraveloci cui la maggioranza degli investitori non ha accesso». Sottolinea inoltre la complessità dei contratti con le grandi aziende, che impedisce ai comuni mortali di capire a fondo cosa firmano.

Quanto alla legislazione sui fallimenti, essa consente agevolazioni nella ristrutturazione dei debiti che molto spesso sacrificano gli interessi dei creditori più deboli, come i lavoratori e le piccole imprese fornitrici.

Un ultimo pilastro del mercato è l’applicazione effettiva delle norme (enforcement) che dovrebbero penalizzare adeguatamente le violazioni delle regole. Purtroppo molto spesso le penalizzazioni sono insufficienti, perché le lobby riescono a far approvare leggi o clausole/scappatoia. Molte grandi aziende danno addirittura per scontate le penali conseguenti alle violazioni delle norme, includendole tra i costi generali. Reich mette in evidenza gli ostacoli imposti alle class action di piccole imprese o comuni cittadini contro le grandi imprese, e l’obbligo inserito nei contratti di lavoro di ricorrere ad arbitrati favorevoli alle imprese in caso di contenzioso.

Il fatto che i pilastri del mercato, (proprietà, concorrenza, contratti, fallimenti, efficacia delle penali) siano stati indeboliti negli ultimi decenni, sostanzialmente dagli anni ottanta, non è intrinseco alla natura del mercato: è stato il frutto di comportamenti precisi da parte dei grandi operatori economici (banche, monopoli, trader finanziari, gestori di patrimoni) e di pubbliche istituzioni, deliberati o subiti.

VALORE E LAVORO.

E’ duro a morire negli USA il mito meritocratico, secondo cui chi ha potere e ricchezza li possiede perché li ha meritati, perché li ha conquistati con il duro lavoro e le proprie capacità. Chi al contrario è povero e non ha successo, lo è per mancanza di impegno e carattere. Ma non è vero. L’aumento spropositato delle retribuzioni dei capi azienda (da un rapporto di 20 a uno rispetto alla retribuzione media di un dipendente nel 1965, a un rapporto di 296 a uno nel 2013) e la caduta delle retribuzioni rispetto alla produttività non possono essere frutto del merito e del demerito.
Ci sono molti ricchi che non lavorano e molti poveri che lo sono non per loro colpa. C’è chi guadagna somme di gran lunga superiori al merito o senza merito (sei su dieci americani più ricchi sono eredi di immensi patrimoni), e chi guadagna molto meno del valore del suo lavoro.

I capi azienda si sono arricchiti grazie a manipolazioni speculative sul valore delle azioni della propria impresa, all’appropriazione di risorse che l’impresa avrebbe dovuto destinare ad investimenti e ricerche, alla compressione delle retribuzioni, a manipolazioni delle norme di mercato e della politica con attività lobbistiche e finanziamenti di campagne elettorali, alla pratica delle “porte girevoli” tra aziende e amministrazioni pubbliche. In sintesi, allo asservimento della politica al potere finanziario.

A fronte di questo prepotere di pochi ricchi e potenti, il potere contrattuale della maggioranza dei cittadini, dei poveri, dei meno abbienti, del ceto medio, hanno subito una drastica diminuzione.

Un segnale di questo declino è stato il distacco delle retribuzioni dalla produttività. Rispetto al 1948, mentre la produttività è aumentata del 240%, le retribuzioni orarie sono salite poco più del 100%. Ma se fino al 1970 la crescita è stata parallela, successivamente quella delle retribuzioni ha cessato di salire (. Contemporaneamente, la sindacalizzazione dei lavoratori USA è passata da oltre un terzo nel 1965 al 7% nel 2015!

 

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Fonte: Robet B. Reich: “Come salvare il capitalismo”, Fazi Editore, 2015, p. 160

 

Anche la fiscalità e la spesa pubblica hanno subito una sistematica re-distribuzione verso l’alto.

Dal 1978 l’imposta sui dividendi azionari è scesa al 15% mentre l’aliquota massima sui redditi da lavoro è al 35%; l’imposta sugli immobili è stata abolita e sono state concesse ampie esenzioni sulle successioni e donazioni. L’imposta sui redditi da capitale è passata dal 33% di fine anni 80 al 23,8% nel 2014. Sono state esentate da imposte le “donazioni filantropiche” di cui solo un terzo sono veramente umanitarie.

Contemporaneamente sono stati sacrificati investimenti e spese per i servizi pubblici essenziali, favorendo le attività private, soprattutto nell’istruzione.
Le sovvenzioni alle università pubbliche sono molto inferiori a quelle versate alle università private. Nel 2013 il contributo pubblico per studente di una università pubblica era dell’ordine di 6 mila dollari, un decimo di quello ricevuto dall’università di Princeton, privata!

Particolarmente grave è il diffondersi della pratica delle “sliding doors”, del passaggio senza vincoli di personaggi dalle istituzioni pubbliche ad attività economiche private e viceversa. Una carriera politica può così divenire allettante non per una vocazione al perseguimento dell’interesse pubblico, ma come trampolino di lancio per la propria carriera personale.

Tutto ciò è sostenuto da una comunicazione sistematica, diretta a presentare ogni provvedimento a favore delle grandi concentrazioni economiche come positivo per l’economia nazionale, e ogni spesa pubblica per i servizi sociali fondamentali come assistenziale e insostenibile. E confluisce a trasformare la democrazia in un’oligarchia.

Reich sottolinea che questa involuzione non è attribuibile solo alla destra (Partito Repubblicano), ma anche alle sinistra (Partito Democratico). E per dimostrarlo centra il mirino del suo ultimo libro su una personalità molto rappresentativa: Jamie Dimon. Si tratta del numero uno della JPMorgan, una delle cinque banche maggiori degli USA. Non solo: Dimon dal 2017 è diventato anche presidente della Business Roundtable, un’associazione che riunisce quasi 200 capi delle principali aziende americane. Di un recente “Manifesto” di questa associazione ho parlato con favore in un mio articolo.

Dimon è un sostenitore del Partito Democratico, e Reich elenca le sue numerose dichiarazioni di orientamento liberal, di critica al sistema economico vigente e a favore di una riduzione delle disuguaglianze. Ma secondo Reich i suoi comportamenti non coincidono affatto con le dichiarazioni, e sono tutti orientati a rafforzare il potere dei ricchi e potenti.

In particolare, punta la sua critica proprio sulla recente dichiarazione della Roundtable secondo cui il fine di un’impresa non è soltanto l’interesse degli azionisti (gli shareholder), ma anche quello di tutti coloro che sono coinvolti nell’attività dell’azienda (gli stakeholder, cioè i dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali). Egli qualifica queste enunciazioni come pure relazioni pubbliche, così come molti impegni verbali sulla responsabilità sociale dell’impresa.

 

20220401 sistema

 

Riconosce l’esistenza crescente di casi virtuosi, come le “benefit corporation”, le “imprese condivise” come la Patagonia, che praticano uno “stakeholder capitalism”, un capitalismo dei partecipanti al posto di un capitalismo degli azionisti. Ma non ritiene che si possa contare solo o soprattutto su di esse per un rovesciamento del sistema.

Secondo Reich, l’orientamento a favore degli stakeholder, di cui si parla da qualche anno ma che tarda a tradursi in comportamenti, era effettivamente praticato prima degli anni ottanta come regola dell’etica aziendale. Ne sono testimonianza le minori disuguaglianze nelle retribuzioni vigenti prima del 1980, la maggiore progressività delle imposte sul reddito e sulla ricchezza, così come l’andamento parallelo di retribuzioni e produttività.

CONTRAPPESI

Ma cosa propone Reich per contrastare la degenerazione della democrazia in oligarchia? Propone una politica che ricostituisca quei contrappesi che si sono perduti negli ultimi decenni, quel “potere compensativo” (espressione ripresa dal grande economista John K. Galbraith) di cui disponevano la maggioranza dei cittadini e dei lavoratori. «Per sconfiggere l’oligarchia è necessario che il resto di noi si unisca e si riprenda l’America». «La riforma della nostra vita comune non sarà guidata da imprese socialmente responsabili, né da capi azienda illuminati. Sarà guidata da cittadini impegnati e attivi».

Sono i «consumatori, i lavoratori, le piccole imprese, i piccoli investitori» che possono rovesciare il sistema di regole di mercato imposto «dai top manager delle aziende e della finanza, dai trader di Wall Street, dai gestori di portafogli e da grandi detentori di capitale fisso, che opera una «pre-redistribuzione verso l’alto di redditi e ricchezze».

Non è chiaro se Reich proponga la fondazione di un nuovo partito, o una scissione del Partito Democratico. Ma la sua titubanza dimostra la debolezza della tesi secondo cui la contrapposizione tra destra e sinistra è superata. Ed è evidente che il suo cuore è localizzato a sinistra!

Ma la rivitalizzazione dei movimenti di base e dei corpi intermedi come i sindacati richiedono orientamenti, comunicazione, norme di legge, risorse economiche e professionali che sono proprio le risorse delle forze dominanti. Il problema è come rompere il circolo perverso che fa sì che i ricchi e potenti orientino il sistema politico-istituzionale a loro favore.

Con tutta la consapevolezza del fatto che Reich, grazie alla sua lunga militanza, “conosca i suoi polli”, non credo che sia una buona politica associare i Dimon, sostenitori del Partito Democratico, ai Trump che fanno consapevolmente e deliberatamente il proprio interesse contro quello generale. A mio modesto parere è una posizione che risente di vecchie concezioni classiste. Occorre invece sfidare Dimon e i suoi simili sul dare corpo alle loro affermazioni, come la seguente: «Desidero che tutti abbiano accesso all’assistenza sanitaria? Sì. Desidero che i ragazzi dei quartieri disagiati si diplomino? Sì. Personalmente non mi dispiacerebbe pagare più tasse».

Sostenere la diffusione dell’associazionismo plurale, indebolito negli ultimi anni. Rilanciare la sindacalizzazione. Porre vincoli alla finanza fine a se stessa. Porre vincoli alle “porte girevoli” tra attività private e cariche pubbliche. Vietare i contributi ai partiti e alle campagne elettorali da parte di persone giuridiche (aziende, fondazioni) e consentirli con limiti drastici a persone fisiche ben individuabili («Cacciare il denaro dalla politica»). Ripristinare la separazione tra banche commerciali e banche d’affari. Fine dei bonus lobbistici. Restrizioni sui brevetti. Ridare potere agli organi antitrust, dallo «smantellare i monopoli delle reti via cavo», al vietare «di brevettare i tratti genetici chiave della catena alimentare», Ridurre le dimensioni delle grandi banche perché nessun detenga più del 5% della attività bancarie del paese. Vietare le manipolazioni di borsa a favore dei manager (insider trading, buyback societari, stock option e premi di risultato), configurandoli come vere e proprie truffe, ripristinando regole abolite. Salario minimo a livello di metà del salario medio. Finanziamenti pro-capite della spesa scolastica uguali in tutte le scuole.

Occorre mettere alla prova i sedicenti sostenitori dell’interesse pubblico con il sostegno a norme di legge che creino le condizioni necessarie al conseguimento di questi obiettivi. Ma soprattutto fargli acquisire la visione di una economia come quella riassunta da Mattarella con la citazione all’inizio di questo articolo, visione che nel lungo termine sarebbe nell’interesse non solo della maggioranza della gente comune, , ma anche loro e delle loro imprese:

«Le disuguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno per ogni prospettiva reale di crescita».

Ovviamente la “lezione americana” di cui parlo in questo articolo parla anche, e molto, a noi. De te fabula narratur.

 

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 20210812 ricilaggio

 

In un famoso film del 2002 di Steven Spielberg, dal titolo “Minority Report”, si immagina che nel 2054 sia stato introdotto un programma digitale capace di prevenire gli assassini. La sperimentazione su Washington avrebbe annullato completamente gli omicidi.

Nel mio ultimo articolo, dedicato alla prevenzione delle disuguaglianze inique, ho parlato di nuovi orientamenti culturali o addirittura di “rivoluzioni” che caratterizzerebbero i tradizionali paradigmi della scienza economica. In particolare di un passaggio da una scienza specialistica orientata esclusivamente all’utile e allo sviluppo quantitativo, a una aperta agli altri saperi e orientata anche a rispondere alle esigenze ambientali e sociali.

Ma sono stato prudente nel sostenere che questi orientamenti, spesso solennemente enunciati, si siano tradotti in effettivi e adeguati comportamenti.

Ho citato Richard Cohen, con il suo “Impact Revolution”, nel quale propone di dare vita ad imprese capaci di integrare il rischio economico, connesso con la ricerca del profitto, con finalità umanitarie. Ma anche in questo caso non mi è sembrato che possano essere ottenuti risultati di grande rilievo globale, contrariamente a quanto sostiene o auspica Cohen.

Ma ora si stanno affermando nuove forme d’investimento, che fanno presagire un reale cambiamento dei comportamenti finanziari globali nel senso della maggiore equità e compatibilità ambientale.

Questo cambiamento, che ha come acronimo ESG, consiste nel fatto che le imprese non verranno più valutate  soltanto sulla base  dei risultati economico/finanziari, ma anche dei loro comportamenti ambientali, sociali e gestionali, tali da incidere sulla loro reputazione e quindi sulla valutazione di mercato. Come si vedrà, i quattro criteri (economico, ambientale, sociale, gestionale) sono strettamente interconnessi, anzi si compenetrano vicendevolmente.

Un problema sta nella adozione di indicatori che integrino quello, semplice ma inadeguato, del PIL, cioè del prodotto economico complessivo di tutte le attività di un paese.

In un comunicato del maggio 2019, la Banca d’Italia ha dichiarato di aver «modificato le modalità di gestione dei propri investimenti finanziari attribuendo un peso maggiore ai fattori che favoriscono una crescita sostenibile, attenta alla società e all'ambiente. Aumenteranno quindi le risorse destinate alle imprese con le migliori prassi ambientali, sociali e di governance».

Nello stesso documento la Banca comunica i criteri di valutazione adottati: per l’ambiente, le emissioni di CO2 e i consumi di energia e di acqua; per gli aspetti sociali, la percentuale di donne impiegate sul totale dei dipendenti e nei ruoli manageriali; per la governance, ancora la percentuale di donne nel Consiglio di Amministrazione, la separazione dei ruoli di presidente e di amministratore delegato, la percentuale di membri indipendenti nel CdA, l’adozione di misure anticorruzione.

E’ evidente la prudenza dei criteri adottati dalla Banca, che li rende insufficienti, anche se aperti a progressive integrazioni, nella misura in cui le metriche diventano possibili, cioè sufficientemente oggettive e condivise.

 

20210812 banca

 

Proviamo a elencare i problemi che dovrebbero essere considerati e misurati, oltre a quelli adottati dalla Banca d'Italia:

Per l’ambiente, dovrebbero essere presi in considerazione anche gli scarichi industriali e lo smaltimento e riciclo di scarti e rifiuti, nell’ottica dell’economia circolare.

Per gli aspetti sociali, si dovrebbe temer conto di tutti gli aspetti che riguardano gli stakeholders, coloro cioè che sono coinvolti nell’attività aziendale, e non solo gli shareholder, cioè i proprietari. Come i fornitori, che non dovrebbero essere sottoposti a pratiche di monopsonio, cioè di sfruttamento da parte dell’acquirente. E i clienti, nei confronti dei quali l’impresa dovrebbe essere il più possibile trasparente quanto a qualità di materiali e ingredienti, ai processi di produzione, e corretta nei messaggi pubblicitari. Tra gli stakeholder dovrebbe essere inclusa la comunità in cui l’azienda è inserita, ad esempio per quanto riguarda il traffico generato e l’inquinamento acustico.

Per la governance, la sufficiente presenza di personale femminile costituisce evidentemente un criterio dovuto ma minimo. Anche l’uguaglianza dei livelli retributivi tra i due sessi, che non presenta particolari problemi di misurazione, dovrebbe essere considerata. Un aspetto, ancora prevalentemente rimosso, dovrebbe essere messo in evidenza e affrontato: la differenza dei livelli retributivi tra i vertici aziendali e il dipendente di ultimo rango. E’ uno dei divari più scandalosamente aumentati negli ultimi trent’anni. Anche le ore dedicate alla cultura e alla formazione dei dipendenti sul totale dell’orario lavorativo dovrebbero essere considerate. E dovrebbe essere rilanciata la considerazione della durata degli orari di lavoro, perché studi recenti dimostrano che “lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di retribuzioni, significa anche lavorare meglio sia dal punto di vista umano che da quello economico.

Dal percorso verso l’ESG le imprese possono trarre vantaggi o incontrare difficoltà. Gl’interventi finalizzati a ridurre l’impatto sull’ambiente possono comportare investimenti, ma anche vantaggi consistenti in termini di riduzione dei consumi energetici e idrici e degli sprechi. Ma gl’interventi finalizzati al miglioramento dei rapporti sociali e della governance, decisi a livello di una singola impresa, posso essere resi difficili dalla necessità di competere nel breve termine contro chi non adotta i criteri ESG.

Ma l’impegno ESG spinge le imprese a ragionare sul medio-lungo termine piuttosto che sul breve termine. E politiche apparentemente costose nei confronti di fornitori, dipendenti e clienti possono rivelarsi nel lungo termine importanti fattori di un vantaggio competitivo difficilmente attaccabile. E’ quanto sosteneva Frederick F. Reichheld, presidente della società di consulenza strategica Bain & Co., nel suo “Loyalty Effect” del lontano 1996, descrivendo un circuito virtuoso del successo delle imprese. Ma come mai dimentichiamo il visionario Adriano Olivetti, che proponeva una fusione tra cultura, ambiente, innovazione tecnologica e successo economico, realizzata concretamente nelle sue imprese, e il suo Movimento di Comunità, andati dispersi purtroppo con la sua morte?

La possibilità per la singola impresa o gruppo lungo di percorrere la via ESG è condizionata dal contesto socio/economico globale. Ma come ho già fatto rilevare nel precedente articolo, il clima a livello internazionale (Agenda 2030 dell’ONU, accordi a livello di OCSE e G20, consolidamento dell’Unione Europea), sembra favorevole, avendo intrapreso una sorta di inversione di marcia rispetto ai circa 40 anni passati.

 

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Questo clima in un certo senso rivoluzionario dovrebbe essere integrato da una politica finanziaria globale che penalizzi le pratiche speculative, generatrici di rendite improduttive e inique. I recenti accordi per una tassa minima globale sulle imprese multinazionali, finalizzati a far cessare la letale competizione al ribasso tra i diversi paesi e a colpire i paradisi fiscali, dovrebbe essere solo l’inizio. La proposta del premio Nobel James Tobin per una tassa sulle transazioni finanziarie, da considerare alla stregua del gioco d’azzardo, proposta nel 1972 e affossata, dovrebbe essere riesumata con le potenzialità consentite dalla rivoluzione digitale. Occorrerebbe anche difendere l’ambiente urbano dalla speculazione e dalla rendita edilizia, con un blocco drastico del consumo di suolo.

E’ il caso di ricordare che stiamo parlando delle sole misure dirette a prevenire disuguaglianze e povertà, e non delle strutture e servizi attinenti ai diritti fondamentali (sanità, scuola, casa, reddito minimo) e delle misure correttive delle disuguaglianze, affidate soprattutto all’intervento pubblico e a una fiscalità progressiva e redistribuiva. Per quanto si possa prevenire agendo sui comportamenti delle imprese e dei mercati, le pubbliche istituzioni non potranno rinunciare all’esercizio di funzioni e  interventi che sono loro propri.

Comunque, è sperabile che negli anni futuri il successo nella prevenzione delle disuguaglianze e della povertà diventi oggetto di un “majority report”!

 

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Dani Rodrik

I piani globali contro l’emergenza climatica. I progetti per un salario minimo universale. Le proposte per una tassa minima comune sulle imprese multinazionali. Piani come il Next Generation EU, che comporta un maggiore vincolo solidaristico tra le nazioni europee. Sono tutti eventi che prima della pandemia sarebbero stati improponibili

 

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07 12 2020 apertura

La crisi causata dal covid-19 ha un elemento positivo: le menzogne macroeconomiche diffuse in questi anni cadono una dopo l’altra.

 

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2020717 ciabella di rawhort icona

Raworth: «Occorre passare da un’economia degenerativa a una rigenerativa, da un’economia divisiva a una redistributiva, da una assenteista ad una interventista. L’economia deve perseguire il benessere, non la crescita». Duflo: «Occorre resistere alle seduzioni delle teorie non provate e dell’opinione comune disinformata».

 

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 20200425 istat previsioni popolazione icona

                     (Popolazione residente in Italia. Dati in milioni. Fonte: ISTAT)

Occorre  guardare oltre il dopo-coronavirus. A una strategia che realizzi un circolo virtuoso tra la produzione di risorse e la loro destinazione allo sviluppo umano e sociale. Perché è agli esseri umani come persone reali  e creative  che occorre indirizzare gli interventi economici

 

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20180908 graficofonte: F.F. Reichheld con T. Teal, Il Fattore Fedeltà, Il Sole 24 Ore, 1997

L’attività dell’impresa è comunque un’attività competitiva. Essa è però costantemente in bilico tra una gestione opportunistica, di breve termine, attenta ai risultati economico-finanziari immediati, e una gestione strategica, orientata al conseguimento di un “vantaggio competitivo sostenibile” nel lungo termine.

 

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20190705 fabrizio barca

Un impegno  motivante e conveniente. Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha presentato “15 Proposte per la giustizia sociale”,  ispirate a Anthony Atkinson