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Vorrei | Rivista non profit


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Un villaggio operaio a pochi chilometri da Trezzo d'Adda, realizzato fra il 1878 e il 1930, miracolosamente integro

 

La casa operaia modello deve contenere una sola famiglia ed essere circondata da un piccolo orto. Ognuna delle famiglie deve avere quattro camere: al piano terra una camera per i lavori domestici e una cucina; al primo piano due camere da letto. Nel solaio, un ripostiglio.

 

C

hi scriveva queste considerazioni era Silvio Crespi verso la fine dell’ottocento. Fino a qui, potrebbe passare tra quelli che Engels, anche nel suo scritto “La questione delle abitazioni” definiva “i socialisti utopisti”. Quel villaggio operaio però esiste e venne realizzato a pochi chilometri da Trezzo d’Adda.

 

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Rimasto praticamente inalterato sino ai giorni nostri, venne realizzato  tra il 1878 e il 1930. È costituito dalla grande fabbrica tessile (alimentata da una centrale idroelettrica), dai suoi uffici direzionali, da decine di casette per gli operai, da alcune ville per i dirigenti, dalla chiesa, dalle scuole, dallo spaccio alimentare, da un piccolo ospedale, dal dopolavoro, dalle abitazioni del medico e del cappellano, edificate sulla collina che contiene quella sorta di plaga posta tra i fiumi Adda e Brembo. La villa padronale è costituita da un castello in mattoni a vista, con una torre merlata. In fondo al viale, che attraversa tutto il villaggio, il cimitero con il mausoleo della famiglia Crespi e le tombe dei dipendenti, tutte eguali. Non manca un parco urbano.

 

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Su quel prodotto del “capitalismo illuminato” tutti i maggiori storici di architettura e urbanistica hanno scritto qualcosa, ma non solo loro. C’è chi lo considera uno strumento di controllo totale della vita di chi vi lavorava, dalla nascita alla morte. Chi invece lo vede come una riuscita alternativa ai casermoni operai, senza le minime condizioni igieniche e di vivibilità che si costruivano allora. Ma non si tratta di soli edifici. E’ bene ricordare che a cavallo dei due secoli fiorino lì diverse iniziative sociali e ricreative, luogo di confine tra utopia sociale e pragmatismo aziendale paternalistico.

 

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Non è il solo esempio presente in Italia e all’estero: vi sono villaggi similari sia in Inghilterra, che in Francia e in Germania, dove Silvio Crespi si era recato ai tempi. Un esempio similare è il villaggio Leumann a Collegno, in provincia di Torino.

Che fosse un tentativo di realizzare una città ideale è probabilmente rinvenibile sui fronti degli edifici con tetto a capanna che costituiscono la grande fabbrica, dove è rappresentato in sequenza ritmica il simbolo e la pianta del tutto simile a quella di “Sforzinda”, la città utopica e immaginaria progettata dal Filarete nella seconda metà del quattrocento, nel suo famoso “Trattato di architettura”. In fondo, il significato etimologico della parola “utopia” è “il luogo che non c’è”. Il villaggio di Crespi d’Adda invece esiste.

 

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Questa città-museo integra, ancora oggi vivente, vale la pena di essere visitata e capita, soprattutto oggi, arrivando da quell’agglomerazione indistinta che ormai contraddistingue la conurbazione che da Monza va verso Trezzo e poi a Bergamo. Un’ultima annotazione: nel 1995, Crespi d’Adda è stata dichiarata dall’UNESCO, patrimonio mondiale dell’umanità.

 

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Per informazioni: www.villaggiocrespi.it

 

 

Gli autori di Vorrei
Giorgio Majoli
Author: Giorgio Majoli

Nato nel 1951 a Brescia, vive a Monza dal 1964. Dal 1980 al 2007, ha lavorato nel Settore pianificazione territoriale del Comune di Monza, del quale è stato anche dirigente. Socio di Legambiente Monza dal 1984, nel direttivo regionale nei primi anni ’90 e dal 2007, per due mandati (8 anni). Nell’esecutivo del Centro Culturale Ricerca (CCR) di Monza dal 1981. Ora pensionato, collabora come volontario, con associazioni e comitati di cittadini di Monza e della Brianza, per cercare di migliore l’ambiente in cui viviamo.Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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