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Il Consorzio: una scatola vuota, un ente paravento per attuare ciò che la Regione
e il suo potente “ente strumentale” (Infrastrutture Lombarde) vorranno

 

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uando, lo scorso anno, è stato costituito il Consorzio per la gestione unitaria della Villa e del Parco di Monza, chi ha a cuore il più importante monumento architettonico e naturalistico della Lombardia ha ritenuto che finalmente esso sarebbe stato restaurato e recuperato nelle sue straordinarie valenze. L’approvazione bipartisan di un decente Statuto dell’ente confortava in questa speranza. Finalmente il monumento sarebbe stato sottratto alle improvvisazioni degli amministratori di turno degli enti proprietari, e sarebbe stato dotato dell’autonomia e delle risorse proprie per realizzare il grande disegno strategico del suo risanamento e rilancio.

Ma pochi si sono accorti, o hanno dato il peso dovuto, al punto 1 dell’articolo 1 dello Statuto, che parla di “attuazione e perseguimento delle finalità previste dall’Accordo stipulato il giorno 30 luglio 2008”. Si potrebbe dire: “In capite venenum”.

Questo Accordo, che anticipa molti contenuti dello Statuto, attribuisce particolari poteri alla Regione attraverso la sua agenzia Infrastrutture Lombarde S.p.A. In premessa di questo Accordo, si ricorda infatti che “in data 19 aprile 2007 la Regione Lombardia conferiva a Infrastrutture lombarde S.p.A. le funzioni di stazione appaltante e committente dei lavori relativi al recupero e valorizzazione della Villa Reale di Monza e dei giardini di pertinenza, dettando indicazioni in ordine alla necessità di armonizzare il progetto vincitore del concorso di progettazione con le mutate esigenze della Regione Lombardia e di garantire la migliore sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento, reperendo risorse finanziarie tramite fonti di autosostentamento”. E nell’articolo 8, punto 2, dell’Accordo si dichiara che il Consorzio provvede agli affidamenti di opere e servizi inerenti agli interventi di conservazione, recupero ed adeguamento funzionale “tramite Regione Lombardia, che si avvale di Infrastrutture Lombarde S.P.A., ente strumentale della Regione stessa che sta già seguendo, come chiarito in premessa, lo sviluppo del progetto degli interventi a farsi su Villa Reale e che è stata anche incaricata, al momento dalla sola Regione Lombardia, delle funzioni di stazione appaltante”.

Come dire: il neonato Consorzio può perseguire tutte le finalità e avere tutti i poteri attribuitigli dallo Statuto. Basta che lo faccia secondo i voleri e gli strumenti della Regione. Addio autonomia, addio autodeterminazione. Una scatola vuota, un ente paravento per attuare ciò che la Regione e il suo potente “ente strumentale” vorranno. Il tutto con il consenso degli altri proprietari, i quali non si preoccupano affatto di questo “patto leonino”, hanno solo una preoccupazione: quello di non assumersi alcuna responsabilità e di non dover tirar fuori soldi per il monumento. Cosa comprensibile per il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali e per il Comune di Milano, abituale vampiro che aleggia sul Parco per conto terzi. Indecente per il Comune di Monza.

Si potrebbe dire, e si dice, che molti monumenti simili sono gestiti da enti in forma privatistica. E si cita ovviamente Schoenbrunn. In effetti l’ente gestore di Schoenbrunn ha forma privatistica, ma è saldamente e integralmente in mano allo stato austriaco. Nel nostro caso si potrebbe dire: che male ci sarebbe, gli altri proprietari acquiescenti, se il monumento fosse gestito dalla Regione Lombardia tramite un suo ente operativo?

Ma purtroppo non è neanche così e, come si suol dire, al peggio non c’è mai un limite.

Infatti, cosa fa le Regione e per lei Infrastrutture Lombarde S.p.A.? Indice una gara tra privati per affidare al vincitore per trent’anni, cioè vita natural durante e magari trasferibile agli eredi, la gestione della parte centrale e più rappresentativa della Villa.

E qui si viene al dunque, perché è naturale chiedersi: perché questa insensatezza, questa irresistibile attrazione al privarsi di un bene e sostanzialmente regalarlo ad altri? La risposta è semplice e deprimente: per far quadrare il bilancio, per garantire l’”autosostentamento” del bene! Basti dire che il Comune di Milano ha aderito tardivamente al Consorzio solo perché “non comporta alcuna spesa obbligatoria a carico del Comune di Milano”! Assurdo, no?

Questo volar basso dimostra che non vi è nessuna consapevolezza 1) del fatto che il monumento è un capitale sociale, che va commisurato al bilancio sociale della regione e non in termini di costi-ricavi del bene stesso, 2) del fatto che con la logica miope dell’”autosostentamento” e delle concessioni a babbo morto si svendono Villa e Parco a lotti, ad esaurimento, come una miniera da sfruttare. Sias, Golf, Cascina S. Giorgio, eccetera, insegnano.

Di fronte a questo modo di pensare e di agire su Villa e Parco c’è una cosa sola da fare. Dire: Basta!

Non è ammissibile che la Regione e i due comuni più ricchi d’Italia non siano in grado di finanziare un grande monumento di comune straordinario interesse, e che vadano in giro a piatire quattro soldi da privati famelici!

Finanziare come? Con risorse pubbliche (non esiste un patrimonio storico di questo tipo in sè autosufficiente); con i proventi dei biglietti dei visitatori della Villa e dei Giardini (un orto botanico straordinario!) e degli eventi compatibili con il bene; con la gestione del patrimonio agroforestale (oggi svenduto o regalato a concessionari), che consentirebbe, questo sì, l’autosostentamento del Parco; con i contributi dell’Unione Europea e di altre istituzioni; e con il fund raising: ci sarà ancora qualche mecenate tra gli imprenditori lombardi, o no? E anche con le concessioni, certo, ma per servizi specifici e limitate nel tempo, con precisi obblighi e vincoli, in modo che il Consorzio sia sempre in grado di cambiare concessionario, se questo non opera come si deve.

Io credo che non dovrebbe essere nemmeno giuridicamente ammissibile che una istituzione come il Consorzio deliberi una concessione di estensione tale, nelle attribuzioni e nella durata, da vanificare o anche incidere gravemente sulle sue prerogative costitutive. Non dovrebbe essere possibile che il concessionario acquisisca un potere tale da rovesciare i ruoli con il concedente (nel bando di gara è scritto che il concessionario concede al Consorzio di utilizzare direttamente per alcuni giorni all’anno gli spazi concessi!). Ci deve pur essere nel Codice dei beni culturali e ambientali, o in qualche norma europea, qualche sbarramento in proposito!

Ma alla base di tutto ciò sta una scelta politica: la scelta di uscire una volta per tutte dalla logica economicistica perversa che ha dominato nel secolo scorso, per adottare finalmente una visione e un agire culturale, ambientale, economico della gestione dell’Imperial Regia Villa e Parco di Monza (come erano denominati nelle mappe dell’ottocento) all’altezza del compito.

 

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