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Anche se animati da buone intenzioni, i tentativi di mantenere oggi agricoltura e bestiame nel Parco possono causare più danni che vantaggio. Cerchiamo di capire perché.

 

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erto, ci rendiamo conto come una stalla nel Parco di Monza sia l'ultimo dei problemi, visti gli usi impropri che, soprattutto nel lontano ventennio, tra il '20 e il '30, sono stati scaricati in modo dissennato in quel luogo (autodromo, golf e ippodromo). Anzi, domenica 18 aprile, presso l'azienda agricola insediata ai Molini San Giorgio si è svolta una iniziativa di apertura che ha pubblicizzato la propria produzione di prodotti biologici.

Nessuno evidentemente è contro tale tipo di produzione che va sicuramente promossa, ma vorremmo ricordare anche alcune questioni. E' pur vero che il Parco di Monza, fin dai suoi progetti originari, cioè a partire dal 1805,  aveva visto la formazione di tre grandi zone: quella boschiva a nord; quella agricola nel centro parco e quella di pertinenza della Villa Reale con i suoi giardini, sia all'inglese che all' italiana, zona posta a sud di viale Cavriga.

 

Il progetto paesaggistico originale del Cagnola
Il progetto paesaggistico originale del Canonica

È però altrettanto vero che il numero di capi di bestiame in tutto il Parco, a metà dell' 800, non superava i 200 capi, tra buoi, vacche, cavalli, muli ed asini. Non risultano capre e caproni, oggi visibili. Diverse poi erano le cascine (alcune delle quali poi demolite), nelle quali quel bestiame era ospitato, distribuendo così il carico antropico provocato da quegli insediamenti. Nessuno comunque vieterebbe che tale attività agricola venisse svolta in qualche cascina abbandonata, posta all'esterno del Parco o nel suo immediato intorno.

Concentrare, ormai da diversi decenni, in una sola stalla circa 200 capi, risulta oggi, a nostro parere, inopportuno sia per l'inquinamento che un tale tipo di insediamento inevitabilmente comporta in termini di alcuni inquinanti prodotti; sia perché il complesso è collocato in una zona vicino al sistema delle acque del Lambro, fiume e rogge, sempre a rischio di esondazioni, luoghi dove, tra l' altro, vengono depositati i residui della produzione animale (liquami e letame); sia perché quei due edifici storici, progettati dal Canonica e poi dal Tazzini verso il 1820,  ospitavano un mulino a 6 pale e non una stalla così fatta, impianto che invece avrebbe dovuto invece essere ripristinato e restaurato. 

 

 

Un'immagine storica dei Molini San Giorgio
Un'immagine storica dei Molini San Giorgio

Come dire: nessuno è contrario sia alle produzioni agricole e biologiche, sia alle ormai rare stalle in Brianza, ma porre quegli usi in un parco storico , soprattutto con insediamenti di quelle dimensioni, rischia di trasforma il sito in una sorta di "zoo agreste" dove portare i bambini, quasi per dire loro che sì, una volta, c'erano anche le mucche... con il possibile risultato che quelli pensino che le stalle e quelle bestie siano solo residuati della storia, una sorta di museo vivente. Insomma: l'agricoltura, sarebbe roba d'altri tempi e non della attuale modernità... fatta invece di cemento, ferro e vetro.

Questo coincide anche con il pensiero di alcuni proprietari terrieri delle aree agricole di Monza, le quali, con ampi cunei verdi, arrivano ancora oggi quasi sino al centro o la contornano, in periferia. Stiamo parlando della aree agricole di Sant'Albino, quelle a sud di viale Campania, della Cascinazza e di quelle nei pressi del castello del Torneamento. I diversi tentativi di edificarle  o di difenderle, nel corso degli anni, e nei diversi piani urbanistici comunali, lo dimostrano.

 

 

Zone verdi a Monza
Zone verdi a Monza nel PGT vigente

Del tutto simili sono anche gli intendimenti di alcuni amministratori locali, cioè il desiderio di non mantenere gli attuali usi agricoli in essere, obiettivo che invece dovrebbe essere perseguito anche per conservare un giusto rapporto tra parte edificata, e non, della città, con tutti i benefici che questo comporta. Per meglio comprendere tutti gli aspetti di questo tema, si possono leggere le relazioni richiamate nell'articolo presente in questo dossier di maggio 2010, nonché agli interventi del meeting internazionale tenuto a Milano il 22 aprile scorso, in esso richiamato.

Questa scelta, cioè la necessaria difesa della aree agricole dei parchi di corona alla città, potrebbe e dovrebbe peraltro vedere un ampio fronte di cittadini e comitati locali, di associazioni di agricoltori, di produttori e consumatori (anche a km 0), e comunque di tutti coloro, (imprenditori edili e professionisti compresi), che abbiano realmente a cuore il destino di Monza.

Il resto, è solo archeologia edificatoria e sono affari più o meno leciti.

Gli autori di Vorrei
Giorgio Majoli
Author: Giorgio Majoli

Nato nel 1951 a Brescia, vive a Monza dal 1964. Dal 1980 al 2007, ha lavorato nel Settore pianificazione territoriale del Comune di Monza, del quale è stato anche dirigente. Socio di Legambiente Monza dal 1984, nel direttivo regionale nei primi anni ’90 e dal 2007, per due mandati (8 anni). Nell’esecutivo del Centro Culturale Ricerca (CCR) di Monza dal 1981. Ora pensionato, collabora come volontario, con associazioni e comitati di cittadini di Monza e della Brianza, per cercare di migliore l’ambiente in cui viviamo.Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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