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E se la perdita del Gran Premio per Monza fosse un'opportunità? In realtà, il valore aggiunto dell'Autodromo non supererebbe l'1,5 per mille del Pil brianzolo. E potrebbe essere agevolmente compensato dalla valorizzazione della Villa e del Parco. 

Ho sempre pensato (e proposto[1]) che il Parco e l’Autodromo, per quanto oggettivamente incompatibili, possano convivere, a patto di un compromesso “alto”. Che per essere suggellato, dovrebbe comportare un atto sacrificale, essenziale per restituire al Parco una sostanziale, anche se non totale, integrità dopo le violazioni del secolo scorso: la demolizione dell’ecomostro, malfatto e inutile, della pista di alta velocità, che come una crosta deturpa una parte sostanziale del grande quadro realizzato duecento anni fa  dall’architetto del  paesaggio Luigi Canonica. Potrebbe trattarsi di  una grande realizzazione nella prospettiva dell’Expo 2015. Ma prevedo che non se ne farà niente, per l’aggressività dei sostenitori dell’Autodromo, che vogliono conservare le mani libere sul Parco.

Rispetto a questo scenario, e a quello del permanere dello status quo (con un Autodromo sempre tremebondo per la sua sorte e un Parco storico sempre minacciato di declassamento a parco urbano se non addirittura a spazio a disposizione per qualsiasi trovata di amministratori in cerca di visibilità), si dovrebbe cominciare a considerare l’eventualità di un terzo scenario: quello di che cosa accadrebbe se veramente venisse a mancare la ragion d’essere sostanziale dell’Autodromo: il Gran Premio di Formula Uno.

Credo che sia interesse di tutti chiedersi: se un evento di questo tipo si verificasse, sarebbe possibile trasformarlo, per usare l’espressione del  grande economista Schumpeter, in una “distruzione creativa”?

Per immaginare questo futuribile, conviene fare alcune considerazioni prima su ciò che si distruggerebbe,  e  poi su ciò che si potrebbe creare.

 

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I numeri dell'Autodromo e del Parco

Secondo stime  della Camera di commercio di Monza e Brianza, l’indotto del Gran premio di F1 nel 2009 sarebbe stato dell’ordine di  70 milioni di euro, di cui circa la metà, cioè 35 milioni, riguarderebbero la Brianza.

Per avere una idea della dimensione di questa somma, si può  confrontarla con una stima del PIL della Brianza. Sulla base dei dati della indagine Unioncamere-Istituto Tagliacarne sui PIL provinciali, il PIL della nuova provincia può stimarsi intorno ai 27 miliardi di euro annui[2].  Ammesso e non concesso che i 35 milioni dell’indotto del Gran Premio di F1 siano  comparabili con il valore aggiunto provinciale (che è un dato al netto di costi e interscambi interni alla provincia, a differenza della stima dell’indotto del Gran Premio) , si tratterebbe di circa l’1,5 per mille. Più probabilmente meno dell’1 per mille del valore aggiunto della Brianza. Come si vede, una incidenza minima sull’economia  brianzola.

Si è azzardata anche una valutazione di un possibile (per ora inesistente) brand del GP di Monza. Non è chiaro chi dovrebbe essere il titolare di questo brand, se il gestore dell’autodromo, o il  neonato Consorzio Villa e Parco di Monza, o la nuova Provincia.  Si è comunque stimato un valore di ben 3 miliardi di euro. Supponendo che questo brand esistesse  già (cioè non richiedesse ingenti investimenti per realizzarlo[3]) dovrebbe fruttare al detentore o al possibile acquirente, spannometricamente,  un introito  dai 300 (per 10 anni) ai 600 (per cinque anni) milioni di euro all’anno. Cioè da quattro a otto volte  più dell’indotto stimato per  Monza e Brianza nella precedente ricerca! Evidentemente c’è qualcosa che non torna.

 

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Compensare con una "distruzione creativa"

Questi dati danno comunque una idea (certo da approfondire ulteriormente) di cosa Monza e Brianza perderebbero se il Gran Premio di F1 venisse meno, e con esso, sostanzialmente, l’Autodromo.

La domanda che, in questo caso, si porrebbe subito, è: che fare per compensare questa piccola “distruzione” con una grande azione creativa?

Le valenze su cui Monza e  Brianza potrebbero puntare per un rilancio della propria immagine e attrattività non mancano certo:  vanno dalla Corona Ferrea[4], al Duomo di Monza, esempio  archetipico  del gotico italiano, ai percorsi  storici del Regno longobardo  in Italia[5], del Grand Tour  dei viaggiatori dei secoli scorsi, alle ville signorili, al grande affresco storico-letterario dei  Promessi Sposi, al paesaggio ancora non compromesso dalla cementificazione[6]. E infine e soprattutto, il grande complesso monumentale dello “Imperial Regia” Villa e Parco di Monza.

Sul valore culturale, economico, occupazionale[7] di queste straordinarie risorse, tangibili e intangibili, non mi risulta esistere alcuna indagine, salvo che sulla Villa Reale. Per quest’ultima è stato stimato, sempre da parte della Camera di Commercio di Monza e Brianza, un indotto di 74 milioni di euro. Ma la mancata considerazione del Parco, esempio di architettura del paesaggio di valore storico, artistico  e  naturalistico incomparabile, dimostra la mancanza di consapevolezza del moltiplicatore che esso fornisce alla Villa. A mio parere questo moltiplicatore potrebbe essere dell’ordine di due o tre volte. Il che giustificherebbe investimenti ingenti per il loro recupero e valorizzazione.

Mi sembrerebbe pertanto  più che opportuno, necessario condurre adeguate ricerche su questi valori del territorio monzese e brianzolo, sinora  colpevolmente assenti. Ricerche che, per la Villa e il Parco,  possono giovarsi anche di  confronti con realtà comparabili (a partire da Versailles e Schoenbrunn, fino alla recente esperienza del grandioso recupero della Reggia di Venaria Reale, che versava in condizioni ben peggiori della Villa e del Parco di Monza).

Credo che potremmo constatare che l’aver puntato sempre,  comunque e sostanzialmente sull’Autodromo sia stato un errore, quanto meno per difetto, e che la perdita della Formula 1 e dell’Autodromo potrebbe rivelarsi una occasione di distruzione creativa à la Schumpeter. O più terra terra, che non tutto il male verrebbe per nuocere.

 

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[1] Vedi “Il Parco di Monza. Storie del Futuro” in Il Parco, La Villa, n.6, dicembre 2009, pp.9-16.

[2] La stima si basa sulla ipotesi ragionevole che il valore aggiunto  pro capite della Provincia di Monza e Brianza equivalga a quello della Provincia di Milano prima dello scorporo (33 mila euro), e sul numero degli abitanti della nuova Provincia (822 mila).

[3] In realtà, la notorietà del territorio di Monza e Brianza è piuttosto bassa: secondo una inchiesta  della locale Camera di Commercio su un campione di residenti  di Barcelllona, Parigi, Zurigo e Francoforte, circa il 50% di questi dichiara di non conoscere Monza, e tra quelli che ne hanno sentito parlare il 40% circa  la ricollega all’Autodromo. Quindi, passare da questa notorietà a un brand richiederebbe ingenti investimenti, e puntare sull’Autodromo potrebbe essere molto riduttivo, se non controproducente.

[4] Oltre ad essere il simbolo del Regno d’Italia, la Corona Ferrea ha una notorietà internazionale, per essere citata nel capolavoro di Hermann Malville (che è per gli USA ciò che Dante è per l’Italia) Moby Dick.  Se valorizzata, potrebbe attrarre migliaia di americani!

[5] Esiste un “sito seriale” di città legate alla storia del Regno Longobardo in Italia, che è stato proposto per essere incluso nel “Patrimonio dell’Umanità” dellUnesco. Stranamente  Monza, la città di Teodolinda, Regina dei Longobardi e Regina d’Italia,  non ne fa parte.

[6] Non vi è dubbio che la notorietà e l’attrattività della Brianza, oggi languente,  è legata strettamente a quella di Milano, che gode di  grande notorietà e prestigio internazionale. Ma anche Milano, se vuole competere con altre metropoli di prima grandezza, ha urgente bisogno  di  non  chiudersi nella cerchia dei Navigli,  ma   aprirsi all’esterno, e soprattutto alla Brianza e  ai laghi alpini.

[7] Basti considerare che l’occupazione diretta dell’Autodromo consiste in non più di 50 persone, mentre  Villa e Parco restaurati e valorizzati potrebbero richiedere, sull’esempio di  altre realtà comparabili, oltre 200 persone.

 


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