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È confermato: il GP d'Italia resta a Monza fino al 2016. E dopo? Non si sa. Si sa invece che Roma si farà comunque. Una vittoria di Pirro dai costi (anche ambientali) altissimi.

 

Dunque è (sembra) fatta: il Gran Premio d'Italia resta a Monza. E' stato Bernie Ecclestone in persona a rinnovare l'accordo tra la Formula One Management, la (sua) società privata che gestisce il 'circo' della Formula 1, e la Sias, rappresentata da Claudio Viganò.

La politica locale (di entrambi gli schieramenti, a onor del vero) l'ha presentata come una vittoria, ma è davvero così? Vediamo. L'accordo rappresenta un rinnovo per quattro anni dell'attuale contratto, in scadenza nel 2012. Quindi, la presenza del Gran Premio è assicurata solo fino al 2016: dopo, non si sa, visto che il contratto non prevede alcuna clausola di 'tacito rinnovo'.

 

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Una posa perplessa di Bernie Ecclestone, 'patron' della F1

 

Una vittoria di Pirro

Nel frattempo, nel 2013, debutterà la gara di Roma. Commentando la firma del rinnovo, Ecclestone ha accennato in modo piuttosto sibillino al fatto che la corsa nella capitale non farà parte ufficialmente del Campionato di F1. Una specie di 'amichevole'? Sia come sia, dal punto di vista turistico e mediatico sarà comunque un secondo GP in terra d'Italia. Perché il punto è proprio questo. Anche se il Sindaco di Roma Alemanno ha dichiarato che "al 2012 o al massimo dal 2013 l'Italia potrà vantare l'invidiabile situazione di avere due Gran Premi di Formula 1 sul proprio territorio nazionale che si rafforzeranno reciprocamente nella promozione turistica e nella valorizzazione sportiva", la realtà è un'altra. Perché tutti gli studi effettuati, non ultimo quello della Camera di Commercio di Monza e Brianza, confermano che il 'doppio Gran Premio' danneggerà Monza senza portare sostanziali vantaggi a Roma.

 

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Il Parco di Monza: dall'alto, risalta il contrasto tra l'oasi verde
e il tessuto fortemente urbanizzato circostante. Come sarebbe senza autodromo?


E l'ambiente? E lo sviluppo del territorio?

In compenso, mantenendovi sopra la spada di Damocle dell'autodromo fino al 2016, il rinnovo impedisce per altri sei anni di pensare seriamente a una politica di valorizzazione sostenibile del Parco di Monza. Un bell'esempio di vittoria di Pirro, insomma. Che tiene buone le lobby dei commercianti e dell'indotto motoristico promettendo qualche beneficio a breve termine, senza garantire vantaggi concreti al territorio in un'ottica di sviluppo futuro. E infischiandosene, come sempre, delle problematiche ambientali.

Una miopia che è tipica di molte classi dirigenti elette, il cui orizzonte arriva solo fino alle elezioni successive, ma che in Italia è ormai patologica e impedisce qualsiasi programmazione seria e qualsiasi visione strategica. Una gestione (se così la si può chiamare) quella della vicenda autodromo, che ricorda da vicino quella della vicenda Malpensa-Alitalia. Si potrebbe dire della Lombardia, su scala nazionale, quello che si diceva una volta della Germania a livello internazionale: un gigante economico, ma un nano politico. La Regione che espire il 16% dell'intera popolazione italiana e il 25% del Pil, non riesce a far sentire efficacemente la sua voce a livello nazionale.

Ce ne sarebbe di che riflettere, alla vigilia delle Regionali.