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Vorrei | Rivista non profit

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Successo o fallimento? I pareri su Copenaghen sono discordi. E le informazioni dei media non sempre affidabili. Ma noi di Vorrei c'eravamo. Ecco che cosa ha potuto sentire e vedere il nostro inviato nella capitale danese.

   

Sabato 12 dicembre 2009

Chi, in questi primi giorni di dicembre, arriva a Copenhagen coglie subito, nella grande e centrale piazza del Municipio, che qualcosa di diverso è nell’aria. Visivamente... In effetti, sospeso nel bel mezzo della piazza, si vede navigare un grande globo; di  notte la sfera si illumina, riuscendo nel buio a raffigurare la Terra in modo ancora più verosimile.

L’evento è a metà tra la kermesse natalizia e la festa paesana, con bancarelle, stand di curiosità e leccornie ecocompatibili, e la mostra educativa interattiva, con exhibit da museo della scienza e della tecnologia. Sarà semplice curiosità, ma è un fatto che la gente si accalca, vede, discute. Nascerà così a livello di immaginario collettivo quella idea di “Hopenhagen”, ovvero di nuovo progetto di città “carbon neutral” che gli amministratori della capitale danese, sostenuti da uno schieramento di multinazionali “amiche del clima”, ed insieme ad altre realtà del pianeta dichiarano di voler costruire sin da ora?

Mi lascio guidare dal flusso della gente, percorro la via che è la “vasca” della città, così, in modo del tutto naturale se non involontario, arrivo in piazza Nytorv, dove il WWF internazionale ha allestito la sua Artic Tent, ovvero il suo spazio / mostra di sensibilizzazione dedicata all’Artico. Scelta azzeccata in termini di marketing, sia perché lo spazio è ben frequentato, come pure per il fatto che per gli stimoli usati al fine di attirare la curiosità della gente danno l’idea di funzionare egregiamente. Così ecco comparire davanti a noi, subito assediato dai turisti in cerca di souvenir fotografici, un dinosauro appena scongelatosi da un blocco di ghiaccio artico aggredito dal cambiamento climatico.

In realtà la mia presenza a Copenhagen non è casuale. Sono arrivato qui per partecipare al grande raduno di chi vuole mandare ai rappresentanti dei Governi del mondo, riuniti nella capitale danese in occasione della COP 15, il messaggio che la trattativa sul futuro del clima del nostro pianeta non è solo affare di scienziati e politici. Anzi questa è questione veramente vitale per i cittadini, che, con la loro presenza fisica in piazza, ne sono testimoni attivi. Come questo gruppo, felice e contento, di ragazzi che sono qui, arrivati da Taiwan, e che si dimostrano ben attivi anche prima dell’inizio ufficiale della manifestazione

Non è quindi un caso che lo slogan “Action now” sia quello più ripetuto per tutta la durata della manifestazione del Global Day Action e lungo i sei chilometri percorsi dal corteo per arrivare dal cuore della città al “Bella Center”, il grande centro congressi che è luogo fisico del summit. In realtà il repertorio degli slogan è ampio, tutti simpatici ed efficaci o impegnativi, come il ritmato Yes we can, yes we must, yes we will.

Delle migliaia e migliaia di persone presenti la maggior parte sono giovani, ma non mancano adulti e famiglie con bambini. Una vera “moltitudine inarrestabile”, per usare il titolo italiano del libro di di Paul Hawken che mette in evidenza il fatto che, senza che nessuno se ne sia accorto, forse sia nato il più grande movimento della storia dell’umanità. Credo che il raduno di Copenhagen sia stato proprio un segno in tal senso, rappresentando una delle più grandi manifestazioni (se non la maggiore) della storia dell’ambientalismo. Cosa che, mi sembra, sia del tutto sfuggita ai media italiani, mentre invece all’estero sono subito apparsi commenti in tal senso, come l’intervista alla sociologa francese Sylvie Ollitrault sul quotidiano Le Monde del 13 / 14 dicembre, che parla dell’evento definendolo “mobilitazione militante di una ampiezza inedita”. Dunque il grande articolato multi-verso ambientalista e l’ampia rete delle reti del movimento dei movimenti si è dato appuntamento a Copenhagen sabato 12 dicembre 2009.

Tante le associazioni ed i gruppi organizzati della società civile, ma molti, come il sottoscritto, sono stati pure i singoli cittadini o i gruppi di amici presenti. Maggioritaria, ovviamente, la presenza europea. Del tutto residuali le rappresentanze politiche e di partito, con un ciuffo di storici stendardi rossi portati con orgoglio da un nucleo di anziani militanti socialisti danesi accalcati ai piedi del palco da dove parlano gli oratori.

Parla Kumi Naidoo, dirigente di Greenpeace, un volitivo e effervescente ragazzo di colore, in rappresentanza della rete di associazioni che ha preparato per tempo l’evento, facendolo precedere da svariate iniziative preparatorie organizzate in tutto il mondo. Del resto, contemporaneamente all’evento nella capitale danese, manifestazioni convocate sugli stessi contenuti si svolgevano in svariati luoghi del mondo.

Poi si parte. Lentamente si esce dal centro, presidiato, ma in modo discreto, dalle forze di polizia e sorvolato dagli elicotteri che controllano la situazione dall’alto, per percorrere le vie di quartieri periferici. La gente guarda curiosa; alcuni, sfidando il freddo, si affacciano e salutano. Musicalmente c’è solo l’imbarazzo della scelta: tra la banda di “ottoni rossi” di quartiere che rincuora il corteo, i tamburi elettrizzanti dei ragazzi dei centri sociali, le basi musicali più scontate, quasi da discoteca.

C’è nell’aria un grande orgoglio per l’essere qui: lo si nota visivamente per come si portano con fierezza cartelli, striscioni, gli ombrelli verdi dei verdi, i poncho blu degli Amici della Terra, mentre Greenpeace trascina il suo grosso pupazzo di neve gonfiabile e gli scouts col fazzolettone al collo presidiano la base del loro grande albero ed altro ancora. Insomma una grande ricchezza di simboli diversi che comunicano con immediatezza i contenuti della manifestazione.

Ma il percorso è lungo, le ore di luce poche e la temperatura rigida; tutte ragioni per camminare in fretta. Nel buio quasi totale si arriva nei pressi del Bella Center: un grande complesso, che sorge in un classico non luogo di periferia. Ne intravvedo da lontano la sagoma illuminata da luci fredde, quasi fosse una apparizione spettrale. Nell’aria c’è del nervosismo; lo percepisco chiaramente e per la prima volta mi sento a disagio. Ho anche la netta impressione che il traffico degli elicotteri in volo sopra di noi si sia intensificato. In fondo a questa specie di budello nel quale il corteo si è arrestato, è stato montato il palco e un grande schermo. Da questo arrivano frequenti inviti alla calma; poi ne capirò il motivo: in quel momento nella coda del corteo stanno avvenendo scontri tra polizia e black block, con il fermo di quasi un migliaio di dimostranti.

Finalmente inizia il comizio conclusivo: parla Mary Robinson, già Presidente dell’Irlanda e Alto Commissario ONU per i Diritti Umani. Il suo intervento insiste sulla necessità di un taglio netto delle emissioni di CO2, di aiuti ai paesi poveri e di difendere strenuamente i gruppi etnici dei luoghi più esposti al cambiamento climatico (artico, Tibet, isole).

Ma l’intervento per me più innovativo e in controtendenza è quello di Deepa Gupta, cofondatrice dell’Indian Youth Climate Network (IYCN). Ai manifestanti fa una domanda chiara e precisa: siete disponibili a fare sacrifici per proteggere il clima? Dai presenti non mi sembra arrivare un consenso entusiastico. Parole troppo scomode, come furono, all’epoca, quelle dette da uomini politici dello spessore di Enrico Berlinguer e di Alexander Langer? Parole comunque che non ho più sentito ripetere da nessuno degli attuali leader politici, tantomeno in Brianza. Grazie a te, Deepa, che, in questa fredda notte danese, ne riproponi l’attualità e la rilevanza politica! Anche per lo stesso stile della manifestazione. Ad esempio, non abbandonare rifiuti durante la manifestazione, come si fa quando si va in montagna, potrebbe essere già qualcosa in tal senso… Insomma le contraddizioni in seno al popolo degli alternativi, che bisogna impegnarsi a risolvere, comunque non mancano!

Ma ormai si è fatto tardi e il freddo aumenta e io, che per di più ho una incipiente calvizie, ho lasciato a casa cappello e guanti…! Ripercorro a passo svelto i 6 km di prima, incontrando sbarramenti di polizia che mi fanno capire che qualcosa in effetti è successo, come poi saprò da Internet. Ho ancora un’ora di viaggio in treno prima di raggiungere mio figlio, che studia nella città svedese di Lund grazie al programma europeo Erasmus, e concedermi una salutare notte di riposo.

 

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Domenica 13 dicembre 2009.

Ultima giornata del mio soggiorno in Danimarca. Voglio riprendermi dalla sfacchinata del giorno precedente e quindi me la prendo un po’ comoda. Parto da Lund per Copenhagen nella tarda mattinata, devo fare un’ora di treno, percorrendo il viadotto sul mare che collega la Svezia alla Danimarca. Il treno passa non lontano da una vera selva di pale eoliche per la produzione di energia elettrica, impiantate sui fondali del mare del Nord. Un pieghevole trovato il giorno prima mi spiega che la prima esperienza danese in tal senso risale al 1891, quando Paul La Cour costruì un modello sperimentale!

Obiettivo della giornata è visitare il “summit dei cittadini”, ovvero il Klimaforum09.

Resto stupito dal numero di iniziative che avvengono al summit: seminari, convegni e, soprattutto, workshop operativi sulle più svariate esperienze e metodologie di intervento. Insomma sulla protezione del clima c’è da rimboccarsi le maniche, visto che tutti possono fare qualcosa di concreto per contenere le emissioni di CO2, ad esempio della propria abitazione, del proprio stile alimentare esageratamente carnivoro, della propria mobilità personale e altro ancora. Insomma si può agire ora da cittadini per ridurre la propria impronta ecologica mentre parallelamente si chiede comunque ai politici di fare la loro parte. Anche la predicazione delle chiese può riguardare questi argomenti, mi spiega Susan nel suo stand espositivo allestito insieme a tanti altri, lasciandomi poi come regalo il fascicoletto intitolato…

Resto affascinato da questa esperienza, ma ho un cruccio. Cioè, in questa grande “fiera delle utopie pratiche” rilevo l’assenza non tanto degli Italiani, in realtà, a prima vista e “a orecchio”, ben individuabili, ma di una impronta, una origine italiana nel mare di punti di vista, esperienze, proposte frammischiate nel grande articolato multi-verso ambientalista qui convenuto. A noi il compito di coprire, almeno in futuro, questa lacuna!

Ma una eccezione c’è: è Monica Frassoni che, come presidente dei Verdi europei,  presiede brillantemente e con passione, questa sì tutta italiana, l’affollata assemblea di esponenti ambientalisti di tutto il mondo convenuti a Copenhagen. Saluto Monica, il presidente dei Verdi italiani Angelo Bonelli e Roberto Della Seta degli Ecodem e parto.