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Una nota di Francesco Gesualdi «Per modificare a fondo l’economia in senso egualitario, non basta parlare di stili di vita, bisogna parlare di modelli di società»


C’è un passaggio nell’articolo di Paola Baiocchi e Andrea di Stefano, pubblicato sul numero 23 di Carta [26 giugno 2009], che mi pare di fondamentale importanza. Volendo parafrasare «Lettera a una professoressa», andrebbe scolpito sulla porta di ogni gruppo d’acquisto e di ogni gruppo che aderisce a Bilanci di Giustizia. La frase è: «Per modificare a fondo l’economia in senso egualitario, non basta parlare di stili di vita, bisogna parlare di modelli di società». Può sembrare strana questa mia posizione, ma dopo avere insistito per anni sul consumo critico e sugli stili di vita come nuovi spazi di impegno, sento che questa proposta può trasformarsi in un’involuzione se viene vissuta come il nostro unico spazio di impegno. Ho sempre concepito le azioni attraverso il consumo come un’ulteriore leva di impegno politico in aggiunta alle altre che tradizionalmente abbiamo sempre vissuto (voto, sindacato, protesta, rivendicazione, partecipazione locale, progettazione dell’alternativa), perché solo utilizzando tutti gli spazi di potere che abbiamo a nostra disposizione possiamo sperare di promuovere il cambiamento.

Invece ho l’amara sensazione che molti stiano vivendo le iniziative attraverso il consumo come una sostituzione degli altri livelli di impegno, una sorta di riflusso nel privato politico: avendo capito che il sistema è duro a cambiare, ci rifugiamo nelle piccole iniziative individuali e di gruppo, che almeno ci danno la sensazione di avere raggiunto qualcosa di concreto. Aspirazione legittima, ma che va vista per quello che è: una tentazione per trovare l’illusione della pace interiore.

Coerenza personale, esperienze alternative, partecipazione istituzionale in ambito locale, rivendicazione e opposizione in ambito nazionale e internazionale, ma anche pensiero in grande: questi sono, a mio avviso, gli spazi che dobbiamo occupare contemporaneamente se vogliamo giocare un ruolo di cambiamento reale. Fra tutti, quello che sento abbandonato di più è l’ultimo, il pensiero in grande, la capacità di delineare un orizzonte alternativo, una nuova terra promessa verso la quale incamminarci. Navighiamo a vista, come tutti gli altri protagonisti della scena politica, senza un progetto se non parole; decrescita, sostenibilità, «buen vivir». Parole belle, che esprimono valori importanti, ma che non si trasformano in azione politica perché non delineano un quadro alternativo di riferimento, non esprimono il famoso modello sociale di cui parlano Paola e Andrea.

 

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Prendiamo atto della realtà: siamo pochi, sempre gli stessi, se andiamo avanti di questo passo ci spegneremo per consunzione. Mi chiedo perché, e una parte della risposta sta nella violenza del sistema, che ci impone una precarietà crescente, forme di assunzione che dividono, invasione televisiva, concentrazione mediatica, impoverimento scolastico. Tutto questo sta modifi cando il nostro essere, sta scalzando il senso dei diritti, della solidarietà collettiva, dell’equità, del rispetto, per fare posto ai concetti mercantili di tipo individualista: arrivismo, successo, ricchezza.

Ma mi dico che parte della responsabilità è anche nostra: di fronte ai gravi problemi sociali e ambientali che stiamo vivendo, partoriamo solo piccole iniziative individuali e di gruppo, non siamo assolutamente capaci di indicare una strada di trasformazione di massa. Questo è il terreno che dobbiamo recuperare. Mentre continuiamo a fare tutto il resto che già facciamo, dobbiamo trovare il tempo e le energie per occuparci anche della progettazione dell’alternativa, altrimenti non diventeremo mai credibili. La gente vuole sapere come potrà vivere pur smantellando l’industria dell’automobile, come potrà avere una buona sanità, una buona istruzione, in una parola una buona economia pubblica, pur raffreddando l’economia, come si coniuga una buona vita con risorse limitate. Dobbiamo tornare a riflettere, a progettare l’alternativa, e dobbiamo farlo in una maniera partecipata, guai alle soluzioni di vertice.

Sogno la nascita di cento, mille, un milione di piccoli gruppi diffusi in ogni dove, che si confrontano su questi interrogativi e al tempo stesso prospettano degli scenari di lungo respiro e delle strategie di intervento immediato. Un lavoro di pensiero e di progettazione diff uso ma non svincolato, effettuato in un rapporto di rete che nel tempo possa sfociare in un qualcosa di più organizzato: un movimento dalle mille specificità che però è unito da un pensiero comune sulla forma sociale ed economica che può assumere la nostra società industriale, un movimento che, pur proponendo e vivendo strategie politiche e partecipative le più varie, forma massa critica nella medesima direzione e sa coagulare attorno a sé nuove forze.

Ci vuole una regia per tutto questo. Vedrei bene che fosse assunta in maniera congiunta dalle riviste dei nostri movimenti, perché hanno il vantaggio di arrivare a molti. Chiedo formalmente ai direttori di Carta, Altreconomia, Valori, di rispondere a questo appello e di dichiararsi disponibili a un incontro di approfondimento. Attendo fiducioso una risposta.

 

 

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