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  Storia dei boschi milanesi a

 Giorgio Buizza ricostruisce la storia del patrimonio boschivo del parco cintato più grande d'Europa

 

1. La storia dei boschi del parco di Monza che possiamo documentare inizia quando i boschi ancora non ci sono.

 

2. Il Catasto di Carlo VI, noto anche come catasto Teresiano, riporta una suddivisione particellare del territorio a nord di Monza composto da minuti appezzamenti di forma irregolare, quasi tutti destinati all’attività agricola .

Nell’area che diventerà Parco di Monza solo alcuni mappali di superficie molto modesta quasi insignificante, - ubicati nella zona nord-est - sono classificati “bosco”.

Qualche autore cita, a proposito dei boschi del Parco, con riferimento a un passato remoto, la Selva dei Gavanti, tra mito e leggenda, risalente forse a qualche secolo prima, di cui non è rimasta traccia.

Dando fiducia alle carte e ai rilevatori del tempo (prima metà del settecento) ci si deve accontentare di qualche migliaio di metri quadrati; è facile immaginare che solo alcuni terreni accidentati, sassosi, incoltivabili fossero, in una zona fertile e pianeggiante di pianura, lasciati al bosco.

Il bosco era considerato un impedimento: faceva ombra sulle altre colture, non dava da mangiare; invece gli alberi in dotazione al fondo agricolo, venivano elencati nei verbali di consegna e riconsegna; il taglio non autorizzato di un albero era ritenuto motivo valido per la rescissione del contratto di colonia o di mezzadria, fino anche alla cacciata dal fondo del fittavolo o mezzadro infedele (cfr. film “L’albero degli zoccoli”).

 

3. Dopo l’edificazione “dell’Imperiale Regio Palazzo presso Monza” (1777 – 1779) contornato da ampio giardino recintato da un alto muro e ancora circondato dalla campagna, all’inizio dell’800 con il Vicerè Eugenio Beauharnais e la repubblica Cisalpina, viene avviata la costruzione del grande Parco (1805)che, a più riprese, ingloba ampie zone di territorio di diversi comuni (Monza, Vedano, Biassono, La Santa, Villa S. Fiorano) inglobando anche estese proprietà di famiglie nobili (Durini).

Il luogo viene scelto da Maria Teresa e Ferdinando per la bellezza, la salubrità, la tranquillità, la giusta distanza da Milano. Con i francesi (1805-1814) inizia la storia dei boschi del parco di Monza.

L’evoluzione è documentata dalle mappe disegnate dall’arch.  Canonica (subentrato al Piermarini quale architetto di corte).

Nell’ampio territorio del Parco le strade vengono ridisegnate, rettificate e trasformate in viali alberati, gli appezzamenti vengono aggregati e riperimetrati, le particelle (dove possibile) vengono delimitate da linee di confine rettilinee ed ortogonali, viene riorganizzato il tracciato dei canali adacquatori nelle aree irrigue. Viene attuato un grande progetto di riorganizzazione territoriale sui circa 700 ettari di superficie, per adeguare il territorio alle mutate esigenze del Palazzo e per dar vita anche ad una agricoltura innovativa, finalizzata ad avviare nuove coltivazioni e a sperimentare nuove tecniche di produzione.

 

4. In questa fase, buona parte del territorio viene sottratta alla agricoltura produttiva per essere destinata al bosco. Nel periodo in cui operano l’arch. Canonica (periodo francese 1805 1814), ma soprattutto, più tardi, l’ing Tazzini (periodo austroungarico 1814 1848), la riorganizzazione porta alla demolizione di numerose piccole cascine isolate e in cattivo stato di conservazione, alla ristrutturazione di edifici esistenti funzionali alle nuove esigenze e anche nobilitati sotto l’aspetto architettonico, e alla costruzione di nuovi (es. casc. Frutteto) .

Nel volgere di pochi anni circa metà del Parco (soprattutto la parte settentrionale, più alta e più asciutta) viene destinata al bosco. Non viene “lasciata” al bosco, viene organizzata e gestita coscientemente per la formazione e lo sviluppo del bosco.

Ovviamente viene lasciata alla coltivazione agraria la parte irrigabile del Parco, quella prevalentemente in vicinanza del Lambro.

 

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5. Tutto il parco è caratterizzato dagli alberi e dai boschi: i viali principali e i rondò sono identificati con il nome degli alberi (vialone delle roveri, viale dei tigli, rondò dei tulipiferi, rondò dei castagni d’india, viale dei moroni, rondò delle roveri.

Le finalità dell’imboschimento sono principalmente tre:

  • la risorsa energetica
  • il legname d’opera per le necessità del Palazzo e delle cascine,
  • l’organizzazione della vasta proprietà in funzione dell’allevamento della selvaggina e della caccia.

Lo confermerebbe il fatto che una parte dell’area boscata, quella più periferica, all’estremo nord est, viene adibita a serraglio per l’allevamento degli ungulati. All’interno del parco vengono allestite due fagianaje (una ungherese, l’altra italiana). Dislocati all’interno del parco vi sono almeno due roccoli per la caccia.

 

6. La specie principe dei boschi del Parco è la quercia che risponde alla molteplici esigenze: buon potere energetico, longevità, buon adattamento alle condizioni pedoclimatiche, durevolezza del legno, produzione di ghiande per l’allevamento animale e per l’autoriproduzione. Non è del tutto chiaro se le più volte citate roveri fossero effettivamente le quercus petraea o se con il termine rovere (rugul in brianza) si indicassero genericamente tutte le querce sia la petraea (che oggi chiamiamo rovere) che la pedunculata cioè la farnia.

Nei cataloghi del regio parco dei primi decenni dell’800 sono menzionate numerose specie di querce, con nomi specifici anche strani e fantasiosi; (R. Cormio cita il n° di 97 diverse specie ricavate dal catalogo del Manettti – 1846). Qualcuno si è chiesto se fossero effettivamente specie differenti o non fossero un modo elegante e falsamente scientifico per vincere la competizione tra giardinieri e per poter affermare la propria collezione come ineguagliabile per numero di specie e varietà.

Il parco di Monza, nonostante fosse attraversato dal Lambro, non presentava allora problemi di natura idrologica, di instabilità delle sponde; il bosco non ha assunto qui la valenza di strumento per la stabilità del suolo e per il consolidamento delle sponde anche se, pur inconsciamente, questa funzione veniva svolta in tutta naturalità, grazie anche alle modeste portate del Lambro.

 

7. In un testo ottocentesco dal titolo “Trattato sui boschi” dell’ingegnere Sabini – Milano 1844 – di cui trovate riprodotto un capitolo negli atti del convegno è possibile constatare come già quasi due secoli fa si lanciavano appelli per la buona gestione dei boschi, per la salvaguardia del territorio, per la prevenzione del rischio idrogeologico.

 

L’uomo sovente dominato dall’avarizia tutte manomise le provide istruzioni con cui natura volevalo garantire dalla furia delle acque. Non erano sufficienti all’avide sue brame i prodotti propri delle montagne; ma ritrarne voleva di maggiori, quindi non gli bastò di distruggere in un tratto immense boscaglie, lavoro di tanti secoli e rispettate da tante età, e quasi increscendogli la perdita di poca legna le divelse sin dalle radici, andando in traccia ben anco delle sue diramazioni; non gli bastò il frutto dei pascoli, delle mandre e delle piante, ma quasi preso dalla manìa di distruzione, affine di ottenere dai monti un meschino prodotto di cereali con insensata temerità, dissodò il giogo delle montagne con quell’aratro che non gli fu dato per esse; e di tal maniera adoperando spogliossi di tutti i vantaggi a lui per lo addietro dalle foreste forniti, onde addossarsi una sequela non mai più finita di miserie e di guai.

…l’acqua non più fiaccata dai rami, non più assorbita in larga copia dalle frondi e dalle corteccie degli alberi, piomba con violenza sullo smosso terreno, profondamente lo squarcia, e trovandolo privo di sostegno e non più annodato dalle erbe e dalle radici delle piante, seco trae con immenso rovinìo e terra, e ghiaja, e sassi, e macigni giù per l’erta del monte, c come rovinoso turbine, che quanto più s’avanza di tanto più ingagliardisce, tutto travolge nelle sottoposte valle, lasciando orrendi burroni e spaventevoli precipizi, ove per lo addietro verdeggiavano i pascoli e carotava le mandre. I torrenti infatti resi gonfi oltremodo per la rapidissima contemporanea sopravvenienza di tante acque, acquistando una forza incalcolabile colla velocità del fulmine, con furia inconcepibile, seco trascinano quell’enorme ammasso di materie fino al fiume in cui vanno a immettersi, e guai se nel tramite si abbattono in qualche ostacolo al loro impeto; allora se ne ingigantisce la possa, scompone le sponde, debordano dalle rive, e disertano le campagne per cui passano, via trasportando i frutti non solo, ma non di rado e mandre e stalle, né mancano casi in cui seco travolsero le abitazioni in un coi miseri abitatori, lasciando poi al cessare della piena un orrido mucchio di sterile arena, ove prima biondeggiavano le messi in fertilissime campagne.

 

Si può dire che non abbiamo fatto molti passi avanti visto il verificarsi di disastri e dissesti con sempre maggiore frequenza… ma torniamo al parco di Monza

 

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8. La carta del geografo Brenna (1845) è quella che riporta con maggiore dettaglio sia l’individuazione delle aree boscate, sia la descrizione del territorio agricolo produttivo, sia gli aspetti paesaggistici (visuali, allineamenti), sia la precisa toponomastica del Parco.

I boschi vengono realizzati anche nella zona sud del parco, in sponda sinistra del Lambro, nell’area che successivamente verrà destinata, nel 1920 alla Facoltà di agraria dell’Università di Milano.

Dall’interpretazione delle carte ottocentesche (Canonica 1817, Mappa di Vienna, Brenna 1845) si rileva che la massima espansione dei boschi avviene in questo periodo raggiungendo  la superficie di circa 343 ettari.

I boschi hanno in prevalenza la fisionomia del bosco misto di latifoglie; prevale il querco-carpineto nelle aree più asciutte a cui si accompagnano le formazioni tipiche delle zone più fresche e umide con presenza di olmo, platano, acero, frassino; in vicinanza del Lambro o lungo le rogge e il fontanile Pelucca ontano, salice e pioppo. A giudicare dalle poche immagini che ci sono pervenute, si può dire che, finchè la Villa ha ospitato re, vicerè e prìncipi, con le loro esigenze e le loro passioni, anche i boschi sono stati governati, curati, accuditi e controllati.

 

9. Alcune immagini dell’inizio del novecento mostrano i filari di querce adulte lungo il vialone delle roveri che paiono una successione di alberi-fotocopia: tutte le querce sono impalcate alla stessa altezza, tutte hanno il primo ramo che si sviluppa verso il centro del viale, tutte le sagome sono identiche, compatte, e tutti i fusti sono perfettamente diritti e allineati. E’ la testimonianza di una gestione costante, omogenea e ben organizzata, opera di giardinieri competenti e specializzati, anche se muniti dei soli attrezzi manuali del tempo; segaccio, roncola, forbici, scala di legno e arrampicata libera.

 

10. La cura meticolosa del patrimonio è testimoniato dalle clausole di un contrato di affittanza stipulato nel 1829 e successivamente rinnovato nel 1938. Si tratta della concessione in affitto delle piante della zona dei “boschetti reali”, esterni al muro di cinta e compresi tra la Villa Reale e la città.

In questo contratto, oltre alla conta delle piante che costituiscono l’oggetto dell’affittanza, si precisano le altre clausole specifiche: Il contratto prevede che le foglie cadute dalle piante siano una risora e come tale vengono cedute al migliore offerente mediante una gara di assegnazione e pagate alla proprietà.

 

Lotto 1 - Fitto annuo delle foglie delle piante di platano che sono lungo i marciapiedi in fianco al detto viale in ragione di £ 0,05 per ciascuna delle n. 830 piante - £ 41,50…..Nel detto lotto resteranno inoltre comprese le foglie delle piante del suddetto Rondò, senza apposito distinto prezzo avendo avuto riguardo alle medesime nella suddetta somma

Lotto 3 - Fitto annuo del fondo a prato ossia tappeto verde dei giardini pubblici  compresevi le foglie delle piante soprastanti; le foglie degli olmi lungo il viale dello degli Olmi e le due sottoposte strisce di tappeto verde: le foglie dei due laterali berceau di carpani e della simile spalliera che fiancheggia il giuoco delle palle; le foglie dei platani di un viale incominciato e non finito… e finalmente le foglie dei platani e delle rubinie che sono lungo la strada ed il marciapiede che dai giardini pubblici conduce al Ponte sul Lambro detto delle Grazie: il fitto annuo, dico, di tutti i suddetti oggetti, avuto riguardo alla tenuità del ricavo in confronto del dispendio che vi è necessariamente annesso pel conseguimento e raccolta del frutto, sorveglianze, può ascendere a parer mio a £ 40.

Il fitto annuo si pagherà dagli affittuari all’Amministrazione……in tanti buoni denari sonanti metallici a corso di grida vigente ed in due rate eguali nei giorni 1 agosto e 31 ottobre di ciascun anno e sotto pena dell’esclusione forzosa in caso di ritardo coi soliti metodi privilegiati.

 

Erano dinamiche di potere e di sfruttamento, non replicabile, da non assumere a modello per i giorni nostri, ma sono testimonianza della cura dedicata agli alberi e dei risvolti economici legati, da una parte, alla buona gestione del patrimonio e, dall’altra, alla possibilità di sussistenza delle famiglie contadine legate alla vita del bosco e degli alberi.

Con la morte di Umberto 1 nel 1900 anche per i boschi del parco inizia un periodo di progressivo declino.

Raffaele Cormio, al quale è intitolata la civica siloteca di Milano, ha frequentato il Parco di Monza nei primi decenni del secolo, prima come semplice cittadino, poi con l’incarico di conservatore. Nella sua famosa relazione tenuta alla Casa del Fascio di Monza nel 1938 afferma quanto segue:

 

La mia prima visita e le mie osservazioni in proposito risalgono al 1904. Ero ancora soldato degli alpini e portai i miei scarponi su e giù per i viali e sentieri: gli scarponi, ogni tanto, si inchiodavano in terra, gli occhi per aria: allora il Parco era nel suo integro splendore, e incantava.

Nel 1934 mi prese del bel parco una vera preoccupazione….

 

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11. Dopo l’abbandono da parte della casa Reale e dopo la restituzione dei beni al demanio dello stato inizia lo spezzatino: si pensa ai reduci di guerra e si costituisce il Consorzio Milano/Monza/Umanitaria; si pensa alla ricerca e all’istruzione e si affidano 50 ettari di campi e boschi alla Scuola superiore di agricoltura, poi Facoltà di agraria dell’Università di Milano.

Il Consorzio non riesce a gestire un patrimonio così vasto ed impegnativo e si aprono le porte a quelli che possono “valorizzare” il patrimonio: SIAS (Società Italiana Automobilismo e Sport - Autodromo) SIRE  (Soc Incremento Razze equine – Ippodromo) Golf Club Milano (campo da Golf).

 

(R. Cormio op. cit.) – Questa società in due mesi e mezzo, tempo occorso per costruire la pista automobilistica costata 13 milioni, distrusse un ingentissimo patrimonio arboreo non solo nell’area destinata alla pista, ma, per esigenze di visibilità degli spettatori, anche nell’area che si frapponeva fra le due arterie parallele della pista stessa e infine nell’area destinata a deposito delle macchine del pubblico.

Con l’eliminazione del sottobosco e dei cespugli invadenti, sono venuti a scomparire dei sicuri nascondigli per molte attività che non giova descrivere, per cui, specialmente in questi ultimi anni, certi punti del Parco erano ritenuti addirittura rifugio della malavita.

 

 

Queste opere, realizzate tra il 1922 e il 1929 si sviluppano, facendo pagare un conto salato ai boschi del parco, che vengono pesantemente ridotti, alterati nella composizione, peggiorati nella gestione in quanto le attenzioni si spostano su altri fronti.

Quello che ricresce spontaneamente dopo i tagli a raso, sono prevalentemente soprassuoli di scarso valore in cui prevale la robinia che prende il posto del querco-carpineto o, comunque, della fustaia mista di latifoglie. Il bosco non è più il risultato di un progetto, ma il frutto dell’evoluzione naturale delle specie più invadenti e aggressive che beneficiano dell’alterazione del preesistente equilibrio secolare.

La presenza di contingenti militari durante il periodo bellico degli anni 40 è un ulteriore pesante impatto sulla situazione boschiva.

 

12. Altri strani progetti vengono attuati ancora negli anni 50 come la piantagione di abete rosso sulla Collinetta di Vedano, nota nel secolo precedente per la coltivazione di un vigneto di vite labrusca e per essere un belvedere sul parco.

 

13. L’università di Milano è più interessata alle coltivazioni e sperimentazioni agrarie: sui 50 ettari disponibili, di cui circa quattro quinti a bosco, decide di eliminare una buona parte del soprassuolo arboreo per ampliare i campi per le coltivazioni agrarie. Successivamente l’area del parco di Monza diviene un peso per la facoltà che, abbandonate le sperimentazioni, si accontenta di usufruire di un determinato quantitativo di foraggio da utilizzare per la stalla dell’Istituto di zootecnia attiva in via Celoria a Milano. Successivamente anche il ritiro del foraggio a Monza per la stalla di Milano diviene insostenibile, cessano le sperimentazioni, l’area dell’Università viene abbandonata da tutti, diventa luogo di incontri più o meno clandestini, e rimane tale fino all’approvazione della Legge reg.le 40 del 1995.

 

14. La superficie boscata del parco si riduce e viene solo parzialmente compensata dalla riconquista da parte del bosco di piccole particelle marginali abbandonate dalle coltivazioni. Rispetto ai 346 ettari della massima estensione la superficie si riduce a poco più di 300 ettari.

Ad un certo punto si intraprende la strada dell’autosufficienza destinando a vivaio un appezzamento che dopo qualche anno viene abbandonato al proprio destino.

 

15. Viene effettuato un rimboschimento con conifere nella area dell’autodromo (prevalentemente pino strobo e abete rosso). Successivamente le stesse conifere vengono trapiantate nell’ansa del Lambro, zona irrigua per eccellenza, dove prendono il posto di prati e seminativi.

 

16. Il Parco di Monza non può sfuggire al mito americano e viene invasa dalla quercia rossa non solo ad uso ornamentale e per formare filari lungo i viali, ma quale componente di rilievo nella composizione dei boschi, forse nell’illusione di incrementare e accelerare la produzione di legna che, con la quercia nostrana, richiede tempi più lunghi. Anche su questo versante parte una iniziativa a cura dell’Istituto Sperimentale per la Selvicoltura di Arezzo; la sperimentazione viene successivamente abbandonata per l’interferenza dovuta alla costruzione dell’anello di alta velocità da parte della SIAS che si sovrappone alla particella in cui si sta sviluppando la ricerca. La quercia americana si diffonde rapidamente e si insedia un po’ ovunque grazie alla sua capacità di sviluppo da seme. Nel frattempo prendono piede e conquistano terreno altre specie esotiche tendenzialmente invadenti quali prugnolo tardivo (Prunus serotina) e più recentemente ailanto (Ailanthus altissima).

 

17. L’uso pubblico del parco ha i suoi inconvenienti: il castagno scompare poco alla volta non solo per sue patologie specifiche, ma anche  per l’intenso e anomalo sfruttamento da parte dei raccoglitori di castagne.

Anche le modalità di gestione consistenti nella ripulitura del sottobosco e nell’azzeramento generalizzato della rinnovazione contribuiscono a rallentare la naturale rinnovazione del bosco. Soprattutto in zone molto frequentate si interviene in questo modo perché il pubblico apprezza maggiormente un sottobosco pulito e libero, ignorando le conseguenze negative che questa operazione comporta nei tempi lunghi.

Altre cause naturali contribuiscono alla modificazione del soprassuolo.

La grafiosi si accanisce sugli olmi che vengono decimati anche se fortunatamente non scompaiono.

 

18. La ceratocystis, a partire dagli anni 80, si accanisce contro i platani che subiscono una dura selezione.

 

19. La cameraria invade gli ippocastani ance se questa specie non è una componete tipica del bosco ma nel Parco ha avuto una notevole diffusione.

 

20. Il bostrico contribuisce a decimare gli abeti fornendo un contributo positivo nell’eliminazione di questa specie inserita impropriamente nel Parco.

 

21. Gli spazi liberati dalla riduzione di queste specie vengono occupati dai rinfoltimenti predisposti dall’Amministrazionee in parte dalla rinnovazione spontanea di frassini, aceri, ciliegi. Si cerca di ripiantare anche la farnia che fa però molta fatica ad affermarsi

 

22. A livello erbaceo-arbustivo si registra a partire dagli anni 80 l’invasione della Reynoutria japonica, dapprima lungo le sponde del Lambro, ma progressivamente in tutto il parco, anche in aree molto distanti dal Lambro e dai corsi d’acqua, che altera pesantemente il paesaggio lungo le sponde che vengono completamente colonizzate.

Vengono attuate anche azioni positive tendenti ad esaltare le funzioni ecologiche ambientali ricreative per la popolazione, anche se la massiccia presenza antropica non sempre si concilia con le esigenze del bosco.

 

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23. A metà degli anni 80, a seguito di un tragico incidente con conseguenze mortali per la caduta di un albero in un ventoso pomeriggio domenicale viene avviato un programma pluriennale di risanamento basato prevalentemente sulla eliminazione di alberi morti e pericolanti che si sono accumulati nel tempo. Si procede per lotti successivi senza peraltro piantare nulla di nuovo, semplicemente eliminando il morto e diradando leggermente l’esistente.

 

24. Anche il dott. Lassini, verso la fine degli anni 80, avvia un programma di miglioramento forestale nei boschi dell’Autodromo con una serie di tagli a buche entro cui vengono messe a dimora, in sostituzione di vecchie robinie e di querce americane, latifoglie nobili della vegetazione planiziale. Dopo la piantagione e le cure durate per qualche anno, il programma si arena, nessuno verifica i risultati, e le buche vengono nuovamente fagocitate dalla vegetazione al contorno.

 

25. Un ulteriore sforzo si registra a seguito dell’affidamento di uno studio di riqualificazione paesistica complessiva affidato alla Prof.sa Maniglio Calcagno dell’università di Genova nel 1989 e successivamente con la redazione del Piano di Assestamento Forestale redatto dal dott. forestale Michele Cereda.

Segue nel 1995 la Legge Regionale 40, specifica per il Parco di Monza sollecitata per far fronte all’ennesima richiesta di modificazione e ampliamento delle vie di fuga della pista dell’Autodromo.

 

26. Grazie anche all’azione del bostrico, la collinetta di Vedano riprende la sua fisionomia originaria, non più col vigneto di vite labrusca, ma con cespugli di ribes e uva spina.

Si tenta con questi strumenti di riorganizzare lo spezzatino. Per quanto riguarda i boschi, nonostante il piano di assestamento sia in vigore, sono mancate e mancano tuttora uniformità, continuità e regolarità di gestione.

 

27. Rileggere l’evoluzione dei boschi del parco e riflettere sulla loro condizione attuale può essere certamente utile per fornire stimoli ad una gestione più convinta, più attiva e più assidua.

Ulteriori avvenimenti recenti meriterebbero un approfondimento. Sono i recenti interventi (2010) eseguiti nelle aree boscate nella parte centrale del Parco, lungo il Viale Mirabello. Parliamo del terzo millennio. Qui però siamo ormai all’attualità e siamo quindi fuori tema e ormai anche oltre il tempo a disposizione.

 

28. Qualcun altro tra qualche anno rileggerà questi avvenimenti come un nuovo capitolo della storia dei boschi del parco; e altri ancora ne seguiranno. Che la fortuna, la sensibilità e soprattutto la competenza siano il supporto delle operazioni future.

 

 

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