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Peggio Andreotti o il Bunga Bunga ? Non c’è confronto. Con il Bunga Bunga e con tutte le altre imprese del nostro Cavaliere abbiamo toccato il fondo, addirittura il ridicolo

 

Il nostro premier meno si fa vedere all’estero, meglio è per l’Italia “. Così Rosy Bindi nei giorni scorsi. Poi il vice presidente della Camera dei Deputati ha aggiunto : ” Certe cose le può dire solo ad una ristretta ( mica tanto, ndr ) pattuglia di suoi parlamentari “ . Oppure davanti ai suoi prosseneti, come li ha definiti recentemente Paolo Flores D’Arcais, per non usare il termine più crudo di ruffiani, oppure davanti a quella macchietta da avanspettacolo che è Mimmuzzo Scilipoti. I problemi dell’Italia non nascono soltanto dalla situazione economica difficile e da un governo incapace di portarla fuori da certe secche, ma anche dalle vicende personali e giudiziarie del suo premier. Il quale non potendo negare l’evidenza, si difende dando la colpa ai giudici, ai media e ad una sinistra che avrebbe la capacità ( udite, udite ! ) di influenzare tutti gli organi di informazione internazionali.

La realtà è che il mondo ride del nostro premier e lui lo sa. Eppure ci fu un tempo in cui sembrava tenere al buon nome dell’Italia. Facciamo un salto all’indietro, al 12 ottobre del 1995. Dopo una breve parentesi governativa, il Cavaliere , disarcionato dal voltafaccia di Umberto Bossi, si trova all’opposizione. A Palazzo Chigi siede Lamberto Dini che guida un governo tecnico con il compito di preparare una nuova tornata elettorale. Fuori dal Palazzo fa notizia l’inizio del processo, nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Giulio Andreotti, un pezzo da novanta, ben sette volte presidente del Consiglio. E’ accusato di complicità con la mafia come recita l’avviso di garanzia inviatogli dalla procura di Palermo il 27 marzo del 1993. Una panzana giudiziaria ? Assolutamente no, se è vero, come è vero, che il Senato nel successivo mese di giugno concede ai giudici palermitani l’autorizzazione a procedere, autorizzazione che il 2 marzo del 1995 si conclude con il rinvio a giudizio. Il processo prende le mosse , proprio in quei giorni, esattamente il 26 settembre 1995 e andrà a sentenza il 20 ottobre ’99.

Come sia andato a finire è cosa nota, meno nota- se non del tutto dimenticata- è la sortita che in quei giorni fece, tra gli altri, Silvio Berlusconi. Parlando ad una manifestazione dei cattolici liberali di Alberto Michelini che in quella occasione decisero di confluire il Forza Italia ( una sorta di Scilipoti ante litteram ), il nostro se ne uscì dicendo: “ Che guaio il processo Andreotti ! … All’estero sono preoccupati per l’immagine del nostro Paese … quel processo offende la dignità dell’Italia ... sminuisce l’appeal dei nostri prodotti e deteriora l’immagine del made in Italy “.

Roba da stropicciarsi gli occhi. E poichè era stata avanzata una mozione di sfiducia individuale nei confronti dell’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso detto anche l’ispettore, per l’azione di disturbo, e non solo di disturbo, contro il pool di mani Pulite, lui – il Cavaliere - lo difese a spada tratta e si lanciò nell’ennesimo attacco contro la magistratura. “ In Italia non si possono avere aspettative di giustizia … il Csm è un organismo politico dominato da una maggioranza di sinistra.. “. Insomma il solito repertorio teso a delegittimare un presidio vitale della nostra democrazia.

Parole gravi, ingiuste soprattutto nei confronti di quei magistrati che avevano sacrificato la loro vita, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ad esempio. Ma restano pur sempre parole pronunciate da un Berlusconi oppositore. Cosa diversa è quando le stesse cose e magari anche più gravi le dice nelle vesti di premier, un premier travisato come Marco Travaglio lo ha felicemente definito.

Ma allora come la mettiamo con il buon nome dell’Italia all’estero ? Peggio Andreotti o il Bunga Bunga ? Non c’è confronto. Con il Bunga Bunga e con tutte le altre imprese del nostro Cavaliere abbiamo toccato il fondo, addirittura il ridicolo. All’estero non sono solo preoccupati, sono addirittura indignati. Siamo diventati la barzelletta d’Europa, altro che immagine guastata. Anche per questo è meglio che il nostro sgomberi il campo, quello di premier non è il suo mestiere. E non chiedeteci, per carità, quale altro sarebbe.