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Vorrei | Rivista non profit


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Molto è stato scritto in questi giorni sull’elezione di Barack Obama. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, la guerra in Iraq e la crisi dei mutui subprime, con l’elezione di un presidente nero la più grande democrazia del mondo  ha dimostrato di avere ancora qualcosa da dire. Mentre non dubitiamo, visto il colore della pelle, della  sincerità di Condoleeza Rice, un sospetto più che mai legittimo riguarda l’attuale presidente Geoge W. Bush. Stiamo parlando di un uomo che  in otto anni si è mosso in politica interna e internazionale come un elefante in una cristalleria. Secondo la dottrina degli stati – canaglia, l’America avrebbe dovuto combattere una guerra al giorno. Venti minuti dopo l’annuncio dell’avvenuta elezione da parte delle reti all-news, il cowboy di Dallas si è affrettato a congratularsi col suo successore a Washington dichiarando che avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per facilitare il passaggio di consegne e invitandolo addirittura a partecipare al prossimo G20 in programma a New York. Eccesso di zelo? Esempio di sportività? Conversione sulla via di Damasco? Non proprio. Il gesto ha  piuttosto il sapore di una gustosa via d’uscita. L’impressione è che siano entrati in gioco gli strateghi della comunicazione della Casa Bianca. La sconfitta elettorale ha spalancato le porte a una damnatio memoriae che avrebbe pregiudicato la serenità del buon W. per il resto dei suoi giorni. Raramente si è visto un presidente così sciagurato. Peraltro,  anche Mc Cain non sarebbe stato tenero con lui in caso di elezione. Sbagliato essere malfidenti?