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KPMG

 

  • Il diavolo ci ha messo la coda. Che fare?

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    Nell’aprile dello scorso anno ho scritto su questa rivista un articolo dal titolo: “La svolta globale. Se il diavolo…”

    In quell’articolo prospettavo la possibilità di un cambiamento radicale dell'economia e della convivenza globale dopo la pandemia. Un cambiamento non solo delle politiche economiche degli stati, ma anche dei comportamenti delle imprese e delle persone verso un’economia attenta alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze e della povertà.

    Questa prospettiva era suffragata non solo da nuovi orientamenti politici e programmi di investimenti pubblici (come l’Agenda 20-30 dell’ONU, la “Bidenomics” in USA, il Next Generation Plan dell’Unione Europea e il PNRR in Italia), ma anche da una inedita consapevolezza da parte delle imprese, in particolare delle grandi multinazionali, della possibile convergenza dell’obiettivo del profitto con quelli della riduzione delle disuguaglianze e del risanamento ambientale.

    Purtroppo il diavolo ci ha messo la coda, usando come killer Vladimir Putin.

     

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    Nel dicembre del 2021 mi chiedevo, su Facebook, come mai nonostante «il fabbisogno urgente ed ingente di risorse per combattere il degrado ambientale, le disuguaglianze globali e la pandemia, nessuno proponesse una riduzione delle spese militari, in forte aumento negli ultimi decenni anche per l’allarmante corsa al controllo dello spazio». Riduzione sollecitata solo pochi giorni prima, come in un risveglio da un lungo sonno, da un nutrito gruppo di scienziati.

    Ed ecco che ci troviamo nuovamente nella realtà descritta da Salvatore Quasimodo nel culmine della seconda guerra mondiale, in due terribili poesie: “Uomo del nostro tempo” e “Alle fronde dei salici”. Al “piede straniero opra il cuore” dell’Ucraina, alle migliaia di morti tra la popolazione civile, a milioni di sfollati, a case e fabbriche sistematicamente rase al suolo.

    Tra i segnali reali delle prospettive di una rivoluzione positiva avevo segnalato in un altro articolo la forte crescita di investimenti ESG(Environment, Social, Governance) da parte non di generiche e minoritarie espressioni di “finanza etica”, ma da grandi investitori istituzionali, tra cui la Banca d’Italia. Era la conferma finanziaria della sempre più diffusa consapevolezza che gli interessi privati e quelli sociali (ambientali, di equità) nel lungo termine tendono a convergere.

    Il diavolo ha interrotto il circolo virtuoso.

    La guerra in Ucraina ha costretto a stornare le risorse economiche verso fonti altamente inquinanti e verso il settore bellico.

    Il riarmo, il ritorno al carbone, una pandemia Covid ancora strisciante, eventi ambientali come la siccità e lo scioglimento dei ghiacciai hanno scatenato una tempesta perfetta.

    Che fare?

    A mio parere occorre apprendere la lezione della storia, e in particolare quella del comportamento dei britannici nella seconda guerra mondiale: resistenza a oltranza contro gli aggressori e contemporanea progettazione del futuro, sotto i bombardamenti.

    La crisi energetica sta determinando due tendenze contrapposte. Una negativa e sperabilmente di breve termine: il ritorno alle peggiori fonti fossili. L’altra, positiva e di lungo termine: l’accelerazione del passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili.

    Secondo alcuni la guerra non inciderà sulle tendenze di lungo termine finalizzate alla compatibilità ambientale e alla riduzione delle disuguaglianze.

    Interessante, in proposito, l’intervista a Mark Wiedman, capo delle strategie di Black Rock, il più grande gestore di patrimoni del globo, dal titolo “La guerra in Ucraina sarà una svolta chiave nella storia del capitalismo”, su Affari & Finanza del 24 giugno scorso. Anche Black Rock ha spostato parte dei suoi investimenti sui settori più redditizi del momento, sacrificando quelli certificati ESG (Environment, Social, Governance). Ma Wiedman ritiene che gli alti prezzi delle fonti energetiche fossili imprimeranno una forte accelerazione al passaggio alle fonti rinnovabili (con l’aiuto temporaneo del gas naturale). E ciò a cui dà maggiore importanza é il comportamento responsabile delle imprese, come il ritiro delle loro filiali operative dalla Russia. L’opinione, propagandata negli ultimi tempi, di una maggiore efficienza degli stati autoritari sta appassendo, cedendo il passo alla superiorità dei sistemi democratici, testimoniata dalla rapidità di adozione e dalla qualità dei vaccini contro il Covid 19.

     

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    Sulla stessa linea, sia pure su dimensioni ben minori, é Nino Tronchetti Provera, fondatore di Ambienta, società che investe esclusivamente in imprese dedicate alla sostenibilità ambientale. A suo parere «ormai non si può più fare a meno di una transizione verso un’economia più sostenibile» che prefigura grosse opportunità per le imprese.

    E più dei manifesti sul nuovo orientamento delle imprese a favore degli stakeholder e della società civile, come quello formalizzato dai capi delle maggiori multinazionali riuniti nella Business Roundtable, vale una pagina pubblicitaria della KPMG, una delle maggiori società di consulenza alle imprese, che dice ai potenziali clienti: «Diamo al tuo mondo una nuova visione. Il nostro approccio data-driven ti aiuta ad acquisire una visione completa di tutti i tuoi stakeholder. Puoi accrescere il coinvolgimento e creare fiducia, mentre promuovi lo sviluppo in ogni area del tuo business. Perché non basta quanto cresci, ma come”.

    Ma l’orientamento alla compatibilità ambientale, al coinvolgimento sociale, al buon governo delle imprese non è la nuova versione della "mano invisibile" di Adamo Smith. Esso richiede un imporante intervento pubblico, locale e globale. Ancora: "Più mercato. più stato".

    Lo stato sociale (istruzione pubblica, sanità gratuita per tutti, reddito minimo, abitazioni...) comporta la disponibilità di ingenti risorse pubbliche. Già attualmente in Italia la quota del settore pubblico nel PIL supera il 40%. Più che puntare su un ulteriore, difficile aumento della spesa pubblica, e quindi delle  tasse, é necessario agire con interventi senza spese che aumentino l’orientamento del settore pubblico alla promozione del risanamento ambientale e della riduzione delle disuguaglianze e della povertà. Con interventi non solo “successivi”, finalizzati a correggere gli effetti inquinanti e iniqui prodotti da un sistema economico liberista, ma soprattutto "preventivi" con norme miranti ad anticipare i comportamenti nocivi per l’ambiente e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.

    Nel corso dei miei precedenti articoli ho evidenziato le proposte in questo senso di autorevoli economisti, tra cui alcuni premi Nobel, per lo più, purtroppo, inascoltati.

     

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    Tento qui di seguito di richiamarli, senza aspirare a una completezza, facendo osservare che gran parte di queste proposte, se non addirittura tutte, richiedono accordi internazionali:

    . Contrasto più severo all’evasione e all’elusione fiscale, consentito dalla maggiore tracciabilità digitale.

    . Eliminazione dei paradisi fiscali, con accordi internazionali sulla tassazione delle imprese.

    . Ritorno alla progressività delle tasse precedente al periodo neo-liberista.

    . Imposte su successioni e donazioni e sui patrimoni limitate al decile o al 20% più abbiente dei contribuenti, finalizzate alla riduzione del carico fiscale sul 50% dei meno abbienti.

    . Ostacoli alla finanza speculativa, “fine a se stessa”, a favore di una finanza al servizio dell’economia reale e della comunità internazionale (ripensamento della Tobin tax).

    . Legislazione antitrust.

    . Salario minimo.

    . Reddito di inclusione o di cittadinanza universale.

    . Redistribuzione della spesa pubblica a favore degli obiettivi di risanamento ambientale e riduzione delle disuguaglianze di ogni tipo (territoriali, di genere, etniche, generazionali… ).

    . Ritorno ai trattati internazionali per la riduzione delle spese in armamenti.

    . Riqualificazione degli aiuti ai paesi arretrati per favorirne lo sviluppo endogeno (“Piani Marshall”).

    . Riserva dei bandi pubblici alle sole imprese certificate ESG.

    . informatizzazione della PA mirata sulla semplificazione e sulla trasparenza, al servizio del cittadino e non solo della macchina pubblica.

    . Politiche attive del lavoro, basate sulla formazione permanente, essenziale per la transizione tecnologica e digitale, e sulla rilevazione mirata della domanda insoddisfatte di competenze .

    . Eliminazione delle differenze retributive tra uomini e donne.

    . Riduzione delle differenze tra le retribuzioni dei vertici aziendali e quelle dell’ultimo livello dei lavoratori, differenze aumentate in misura esorbitante negli ultimi decenni, dandogli adeguato peso nella certificazione ESG.

    Ma intanto occorre fare di tutto per superare la transizione bellica, tagliando la coda del diavolo.

    Sperando che non si trasformi in un gatto a nove code, magari confuso con i gatti spensierati di Roma.