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mimes of wine

BandAutori 37. Il folk-rock a tinte scure dei Mimes Of Wine e l'elettronica jazz di Messina Signorile sfidano i recinti e i confini italici. Per "Libri che suonano" il Festival di Licola del 1975

Mimes Of Wine “La Maison Verte” (Urtovox/Audioglobe)

Tutto gioca intorno alla figura e alla professionalità della cantante e pianista Laura Loriga, metà bolognese e metà losangelina. Sebbene poco conosciuti in Italia i Mimes Of Wine sono una band dal respiro internazionale. L’ennesima prova, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che molti artisti italiani considerati di nicchia, in modo caparbio sono capaci di travalicare confini e clichè. Un calcio allo standard in nome di rombi atmosferici e raffinatezze compositive. Il nuovo album, grazie alla collaborazione di Adam Moseley, produttore e sound designer del loro album precedente e che ha lavorato con artisti di fama internazionale come John Cale, Beck, Scott Walker, Nich Zinner, The Cure, è già stato pubblicato negli Stati Uniti lo scorso giugno. Mentre in Italia, bisognerà attendere il 21 ottobre. Nel frattempo, una serie di concerti tra Los Angeles e New York. La band vede la presenza, oltre che della leader, di Luca Guglielmino (chitarra elettrica), Stefano Michelotti (nichelarpa, violino), Helen Belangie (violoncello), Matteo Zucconi (contrabbasso), Riccardo Frisari (batteria). “La Maison Verte”, lungo nove brani, si muove tra minimalismo, folk & dark, perturbazioni ai confini della musica classica e si gioca tutto su i “casi irrisolti” delle emozioni interiori, dello scavare a fondo, dell’etereo farsi carico. La band, cita tra i propri punti di riferimento Dead Can Dance, Sara Low, Joni Mitchell, The Devics e la superlativa Lisa Germano. E se ci fossero anche molecole di una Meredith Monk ancor più complessa e di una Diamanda Galas meno imbronciata e meno “satanista”?  Ad un ascolto frettoloso e superficiale (è il “classico” album che ha bisogno delle “classiche” più audizioni) pare tranquillo, persino monocorde e ripetitivo. Non è così. A fare breccia sono l’inquietudine di fondo, la maglia nera e radicale, il meticoloso riordino di assetti cercati, voluti e trovati, il vivere tramite la spinta di ciò che i più erroneamente considerano esubero oppure sottrazione. E’ un album coraggioso, aldilà di spazi temporali, calcografico, interno e ideale per una mostra dell’altrove. Sono più chicchi di caffè che ti obbligano al risveglio. C’è qualche frammento “perplesso” ma è del tutto irrilevante se rapportato all’insieme. Che è un accattivante laboratorio di idee. Tra i brani spiccano “Below A Fire”, santificazione del loro modo di essere, “Last Man On Mount Elysian”, avvolto in uno scenario post-cantautorale e soprattutto “Lovers Eyes”, dove sembra che dietro le tende di velluto, a sbirciare, ci sia un Maestro come Philip Glass. Voto: 8 (Massimo Pirotta)

 

 

Messina Signorile “Banaba” (Auand Records)

Marco Messina è l’uomo dietro le basi e l’elettronica dei 99 Posse, Mirko Signorile un pianista jazz moderno la cui fama a livello anche internazionale è in forte crescita. Negli scorsi mesi questo duo, che a prima vista potrebbe sembrare un po’ strano, ha dato alle stampe un disco d’esordio, “Banaba”, dove trovano spazio gli esperimenti musicali a cavallo tra elettronica e jazz ideati a partire dal 2015 in compagnia di vari amici provenienti dagli ambiti sonori più disparati. Negli undici brani che compongono l’album ci si può infatti imbattere in quartetti d’archi con esperienze a 360 gradi (il Vertere String Quartet), cantautrici italiane in rampa di lancio (Erica Mou), eroine underground dello spoken word (Ursula Rucker) e vere e proprie istituzioni del jazz italiano e mondiale (Paolo Fresu). Il disco non può che essere quindi contraddistinto da una certa varietà di soluzioni, tenute insieme dall’inventiva al piano di Signorile e dai ritmi ed effetti di Messina, entrambi capaci di mettersi al servizio dei brani evitando di strafare. Il risultato è sempre interessante, curato ed elegante in ogni frangente, sia quando ci si confronta con suoni più oscuri ed aggressivi (ad esempio nel brano d’apertura “Dust”, dove rappa Black Cracker, o nel brano con la Rucker “Breathing”) che quando ad emergere è una maggior ariosità pop (“Iblis” con la voce della Mou), sia quando i ritmi aumentano che quando la battuta si fa più lenta. Si pesca molto dall’elettronica geneticamente modificata degli ultimi due decenni, da etichette come Warp e Morr, ma la conoscenza della materia e la creatività di Messina e Signorile donano comunque ai brani luce propria e una certa originalità, anche grazie alla varietà sopra descritta. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

 

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

In ordine alfabetico: Alice “Melodie Passeggere”, Pierangelo Bertoli “Eppure soffia”, Del Sangre “Il ritorno dell’Indiano”, Chiara Dello Iacovo “Appena sveglia”, Jimmy Villotti “Si fidi ci ho il fez” (Massimo Pirotta)

Livio Minafra “Sole Luna”, Roberto Tombesi “In ‘sta via”, Patrizio Marrone “Conversazioni con le cose senza nome”, Paride Peddio/Jonathan Della Marianna “Brinca”, CiumaFina “Pastrocchio” (Fabio Pozzi)

 

VINILE. Novità, ristampe, prossime pubblicazioni a 33 giri

Area “Crac!”, Enzo Avitabile “Lotto infinito”, Dente “Canzoni per metà”, Diaframma “Siberia. Reloaded 2016”, Stefania Dipierro “Natural. Nicola Conte Presents Stefania Dipierro”, Raphael Gualazzi “Love Life Peace”, Il Rovescio della Medaglia “Tribal Domestic”, Metamorfosi “Purgatorio”, Motta “La fine dei vent’anni” (edizione numerata), O.S.T. “Mediterraneo”, Premiata Forneria Marconi “Marconi Bakery 1973-1974” (4 LP box-set), Pooh “Pooh 50. L’ultima notte insieme” (5 LP box-set), The Zen Circus “La terza guerra mondiale” (m.p.)

 

Libri che “suonano” (un estratto)

Il Festival di Licola. Tra il 18 e il 21 settembre 1975 il festival pop travolge finalmente anche il Sud. Quello di Licola, in provincia di Napoli, non è organizzato da “Re Nudo”, ma dai gruppi della sinistra extraparlamentare (Avanguardia Operaia, PDUP, Lotta Continua) che fino a quel momento sono stati a guardare da lontano e con sospetto i primi vagiti dell’underground italiano. Il risultato è positivo. Sulla bella spiaggia di Licola si ascoltano Toni Esposito, Napoli Centrale di James Senese, Edoardo Bennato, Eugenio Finardi, Area, Canzoniere del Lazio, Giorgio Gaslini, Francesco De Gregori, PFM, Yu Kung. L’unico artista a essere contestato è Alan Sorrenti che canta “Dicintecello vuje” e la sua voce viene interrotta da oggetti di ogni tipo lanciati da giovanissimi. Alan Sorrenti, in un’intervista rilasciata a Gianni Valentino de “la Repubblica Napoli” dell’11 dicembre 1989, ricorda così: “Era il 1975. Durante quel concerto il pubblico mi lanciò addosso di tutto. Fu un pomeriggio burrascoso e a distanza di tanto tempo comprendo le ragioni della gente, che vedeva in me il cantautore cosmico di “Aria”. Si sentirono traditi dalla mia nuova fase. Probabilmente alcune scelte avrei dovute ponderarle meglio”. Sono i primi sintomi di un profondo malessere che cova nelle ceneri del movimento e che non tarda a manifestarsi, anche con violenze ben più gravi. (da “Storie di rock italiano” di Daniele Biacchessi, Jaca Book 2016)

 


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