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michele gazich cover

BandAutori 39. In questo numero il cantautorato intimo ed acerbo di Joan Thiele e quello maturo e con una potente visione del mondo di Michele Gazich. Per "Libri che suonano" andiamo negli anni Ottanta e nel loro ricordo.

Joan Thiele “Joan Thiele” (Universal)

Nata nel 1991, madre italiana e padre svizzero-argentino, la giovane artista si è  guadagnata in breve tempo una posizione di riguardo tra le novità della musica italiana dal respiro internazionale. Dopo aver vissuto in Colombia e in Inghilterra, si è trasferita definitivamente (per ora) in Italia. Un incoraggiante numero di apparizioni live a soddisfare richieste, seguitissima sul web, elogiata dalla critica, e quindi ulteriore visibilità (MTV Italia Awards 2016 e altro). Si descrive alle prese con la musica soul (ma è bene specificare che si tratta di soul dagli occhi azzurri), compone liriche all’angolo dell’Io interiore, descrive attimi custoditi in una piccola valigia che si porta sempre appresso. Spirito cosmopolita, piccoli pesi e grande forza, un po’ di riciclaggio (Regina Spektor, Edie Brickwell) e un diario minimo di sensibilità. Fattori identitari, ma non sufficienti per fare del suo esordio sulla media distanza un lavoro totalmente convincente. La carica emotiva e compositiva c’è tutta ma qualche variabile (più ossigeno, meno sincretismi) non avrebbe sicuramente guastato. L’EP è traduzione morbida dei suoi sentimenti, del suo essere e del suo percepire. Non male, ma questi “silenzi rotti” necessitano di una tattica evolutiva, che nell’istantaneo, appare un po’ prematura (e spero di sbagliarmi). Ma è il mio sentire. I romanticismi di fondo, i curati arrangiamenti, la voce latte & miele, la disinvoltura nei commenti sonori, sono elementi di cui tenere conto. Ma va anche detto di alcuni passaggi “sintetici” e che vanno a sbattere contro le sue illustrazioni mnemoniche. Bene la cura “esistenzialista”, meno bene sovraccaricarla di decori. Meglio sarebbe stato lo spogliare e mettere ancora più a fuoco il suo “urlo gentile”. Un più liberatorio propagarsi  per un suo quaderno che continua a riempirsi di appunti. E ci piacerebbe vederla misurarsi con temi dal corteggiamento surrealista, visto che grafia, elettricità e archi non mancano. Tra le sette canzoni (momentaneamente) proposte, i veri smascheramenti di  “Lost Ones”, spintone eclettico e vagamente poetry-slam (?!?!) e “Taxi Driver”, accattivante e melodico saper sedurre al primo ascolto. Voto: 6,5 (Massimo Pirotta)

Michele Gazich “La via del sale” (FonoBisanzio)

Partiamo da un assunto: di questi tempi sono rimasti pochissimi artisti, e musicisti in particolare, che nelle loro opere cercano di descrivere veramente ciò che li circonda, di capire perché si è giunti al qui e ora e magari di suggerire un modo per cambiare lo status quo. Tra questi sono ancora meno quelli che lo fanno con piena coscienza e con una concezione personale dell’Arte e della Musica, non legata a mode passeggere o ad appartenenze, se non quella all’umanità. Uno di essi è Michele Gazich, violinista attivo in ambito folk rock tra Italia e Stati Uniti da ormai diversi decenni, con alle spalle collaborazioni eccellenti, esperienze teatrali e già quattro dischi solisti (più un EP). “La via del sale” è la sua quinta prova ed è il suo nuovo tentativo di fare quanto descritto sopra: nell’album Michele racconta il mondo di rovine, e in particolare l’Europa, in cui ci troviamo oggi, usando la metafora delle vie del sale, un tempo spina dorsale del commercio e della vita del continente ed oggi quasi totalmente abbandonate. Gazich va a cercare altre “vie del sale”, più vicine nel tempo ma già lasciate all’oblio, siano esse città industriali in declino, biblioteche sommerse dalle acque o barricate (perché anche queste non si usano proprio più dalle nostre parti). Per fare un grande disco non basta però solo il concetto o il significato delle canzoni, ma anche il significante, cioè i versi e l’accompagnamento musicale, e in “La via del sale” non manca nemmeno quello. I testi sono infatti concisi e diretti, così come la musica di sottofondo, guidata dal violino del cantautore, che raggiunge picchi di dolente poesia, accompagnato di volta in volta da strumenti sia moderni che antichi (piffero dell’Appennino, zampogna a chiave del Sannio, etc), quelli usati proprio ai tempi delle vie del sale originarie. Citare un brano piuttosto che un altro è inutile: il disco è un unico corpo che va gustato nella sua interezza, senza avere paura di ascoltare canzoni con un senso profondo, che richiedono un certo impegno ma danno poi grande soddisfazione. Voto: 8,5 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

In ordine alfabetico: Angelo Branduardi “La pulce d’acqua”, Elisa “Pipes & Flowers”, Feyzi “Perdenti sensibili”, Alessio Lega “Mala testa”, Paolo Pietrangeli “Karlmarxstrasse” (Massimo Pirotta)

Winter Severity Index “Human Taxonomy”, Gang “Le radici e le ali”, Montelupo “Il canzoniere anarchico”, Giovanni Succi “Lampi per macachi”, Movie Star Junkies “Evil Moods” (Fabio Pozzi)

 

Libri che “suonano” (un estratto)

“Le canzonette non tradiscono mai. Perché qualcosa vorrà dire se già nell’89, in presa diretta, uno come Raf dà voce alla nostalgia: “Anni come giorni son volati via”, canta in “Cosa resterà degli anni ‘80”, e quasi trent’anni dopo i commenti su You Tube sono tutti con lui. Ma le canzonette si può invece tradirle. E qualcosa pure vorrà dire, se il corrosivo “Non si esce vivi dagli anni ‘80” degli Afterhours è diventato fonte d’ispirazione in senso opposto (…) d’altra parte, è difficile dar torto ai quarantenni di oggi e al loro struggersi: più che della loro gioventù, e ci mancherebbe, è il ricordo di un’età dell’abbondanza poi mai più ritrovata, del moltiplicarsi dei palinsesti, di carrelli pieni nei supermercati, merci e suggestioni. Sogni e futuro. Una visione legittimata da chi ha provato a raccontare quegli anni al di là di date, eventi, governi e Pil. Estate 2010, Gallarate, la cornice è quello del Maga (Museo Arte Gallarate) prima dell’incendio che ne divorerà buona parte. Il piccolo ma ambizioso museo di arte contemporanea ospita la mostra “Flash 80”, sottotitolo “L’universo camaleontico degli anni Ottanta”. Al primo piano, ad accogliere il visitatore, una proiezione non stop di videoclip. Poi un corridoio, in cui si sfila tra capi d’alta moda di acclamati stilisti. Più su, poster cinematografici del decennio a riempire le pareti, un pugno di begli oggetti di design, un enciclopedico elenco di opere letterarie, addirittura dei gioielli vintage, forse dazio da pagare per qualche sponsor locale. E un collage di copertine di Lp curato da un nome di vaglia: quel Paolo Carù che nei ’70, con il suo negozio di dischi, proprio di Gallarate fece una porta d’ingresso decisiva per il rock in Italia. Peccato che tra quelle cover manchi pressochè del tutto l’apporto inglese, in realtà pesantissimo nel decennio. Così come è pure assente “Thriller” di Michael Jackson, must assoluto a prescindere dai gusti. Perché la globalizzazione culturale, cifra essenziale della modernità, inizia proprio quel 30 novembre dell’82, data di uscita del disco: il più venduto di sempre al mondo, con 65 milioni di copie. Nisba, invece, per il Maga. Il che suggerisce come gli ’80 siano un po’ un menù alla carta: si sceglie (e si ricorda) ciò che è piaciuto. E che appunto si rimpiange” (da “80 l’inizio della barbarie” di Paolo Morando, Editori Laterza, 2016)

 


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