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SC 311 Web

BandAutori 43. In questo numero l'hard rock dei torinesi Be The Wolf, memore delle lezioni dei maestri ma con un tocco di modernità. Con "Libri che suonano" ci addentriamo nella musica di Claudio Fasoli.

Be The Wolf “Rouge” (Scarlet Records)

Parliamo di una delle cose più fuori moda al giorno d’oggi: il rock. Praticamente tutti lo danno per morto, sotto il peso degli anni e delle scomparse di molti dei suoi protagonisti storici, ma c’è ancora chi fa di tutto per tenerlo in vita. I Be The Wolf vengono da Torino e sono tra i più credibili a farlo in Italia oggi. Qual è la loro ricetta per tenere vivo il loro genere prediletto? Quella che viene usata da sempre, cioè scrivere grandi canzoni, dirette, senza fronzoli, piene di carica, riff di chitarra e la giusta dose di melodia. Poi metterle su disco e suonarle dal vivo ovunque capiti. Detto così sembra facile, ma non lo è, altrimenti lo farebbero in tanti e non esisterebbero le divinità che da decenni ammiriamo. I Be The Wolf guardano in particolare agli anni Settanta nel loro modo di suonare, all’hard rock codificato da Led Zeppelin e Deep Purple con qualche virata verso il blues, aggiungendoci una produzione più pulita (in qualche caso forse troppo, ma sono gusti di chi scrive) e legata a questi anni, come già fatto in direzioni diverse da gruppi come i Wolfmother (più visionari) e gli Alter Bridge (più massicci). “Rouge” consta di 10 pezzi per una durata totale di una quarantina di minuti, come i dischi di una volta, e avanza tra riff sempre convincenti, dall’iniziale “Phenomenons”, dove anche la sezione ritmica fa un gran lavoro andando a pescare nella musica nera, fino alla bomba di chiusura “Freedom”, passando per altri grandi pezzi, come la power-ballad “Down To The River”, la potentissima “Gold Diggers” e la tiratissima “Peeps”. Pochi ingredienti, ma miscelati perfettamente, a dare un disco da riascoltare ogni volta che si è in cerca di energia. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

ALTRI ASCOLTI E RI/ASCOLTI. Tra i dischi di ieri e oggi

Lucia Minetti “Fil rouge” (Voto: 8), Banda Bassotti “Figli della stessa rabbia”(Voto: 7.5), Andy J. Forest “The List” (Voto: 6.5), Custodie Cautelari “Notte delle chitarre (e altri incidenti)” (Voto: 6), Paolo Conte “Amazing Game” (Voto: 6)  - (Massimo Pirotta)

Fabrizio Coppola “Waterloo” (Voto: 8), Raf “Iperbole” (Voto: 7,5), Replace The Battery “Daily Birthday” (Voto: 6), Annie Hall “Cloud Cuckoo Land” (Voto: 7,5), Jacinto Canek “Banditi” (Voto: 6,5) – (Fabio Pozzi)

 

NOVITA’ E RISTAMPE DISCOGRAFICHE

Alberto Lombardi “Birds”, Alessandro Fiori “Plancton”, Andrea Bocelli “My Christmas” (3Lp+cd), Assalti Frontali “Banditi”, Beppe Caruso & Francesco D’Auria “Mystery Mine. Live In Miniera”,  Dona Flor “Alma desnuda”, Ennio Morricone “Morricone 60 Years Of Music”, Francesco Petreni “Prima”, Goblin “Live 1978” (Lp),  Ludovico Einaudi “Elements” (cd+dvd special tour edition), Litfiba “Eutopia”, Loredana Bertè & C. “Amiche in Arena” (2cd+dvd), Mina & Adriano Celentano “Le migliori”, Nobraino “3460608524”, Nomadi “1965-1979. Diario di viaggio” (4cd boxset/8cd boxset deluxe edition), Nuova Era “Return To The Castle”, Paolo Di Sabatino & Ben Dover “Orbits”, Sara Romano “Ciricò”, Tricarico “Da chi non te lo aspetti”, Vasco Rossi “Bollicine”, “C’è chi dice no”, “Cosa succede in città”, “Va bene va bene così”, “Vado al massimo” (tutti in versione SACD), “VascoNonStop” (4cd boxset/9cd+2dvd deluxe edition). (a cura di Massimo Pirotta)

 

LIBRI CHE “SUONANO” (un estratto)

a cura di Massimo Pirotta

La capacità di ascolto del suono e del silenzio. Come molti altri musicisti, ho incontrato il sassofono di Claudio Fasoli per la prima volta ascoltando i dischi dei Perigeo. Quella musica così evocativa e personale, frutto dell’incontro di linguaggi assai diversi tra loro, era qualcosa di totalmente diverso nel paese musicale italiano di quegli anni. Ero molto giovane e non avevo ancora scoperto il jazz, venivo da un’esperienza di ascoltatore rock, quindi non avevo motivo di scandalizzarmi per le sonorità elettriche come invece facevano tanti puristi e critici musicali. All’interno di questo linguaggio mistico, ciò che colpiva dell’apporto musicale di Fasoli era la sua discrezione. Sapeva suonare solo quanto era strettamente necessario per raggiungere l’equilibrio esatto dei pezzi. I suoi silenzi erano eloquenti quanto le sue note. Quando ho cominciato a entrare con maggiore profondità nel mondo del jazz ho scoperto che questa era una qualità davvero rara tra i protagonisti di quella musica, dove troppo spesso il virtuosismo strumentale veniva utilizzato per motivi puramente narcisistici, senza mettersi al servizio di un progetto compositivo. La capacità di ascolto che aveva (e ha tuttora) Fasoli mi pare davvero un elemento fondamentale per la comprensione della sua personalità musicale. Anche nelle iniziative successive al Perigeo, queste caratteristiche non sono mai venute meno: è un musicista che parla unicamente quando ha qualcosa da dire, riuscendo a portare il suo suono inconfondibile, chiaro ed espressivo come una lama di luce, a qualsiasi avventura musicale. Che si tratti di collaborare con musicisti provenienti dal free jazz come Tony Oxley e Barre Philips, oppure di razionali architetti quali Franco D’Andrea e Giorgio Gaslini, l’approccio di Fasoli è sempre quello di un lirismo, in cui ogni nota ci viene consegnata in piena consapevolezza, sapendo di rivolgersi a chi detesta le facilonerie ruffiane o le scorciatoie e ritiene l’esperienza musicale una cosa, giustamente, molto seria, cui però non deve mai mancare il piacere del gioco e del divertimento. La curiosità instancabile di Fasoli gli ha permesso di tenere sempre il polso su cosa stessero dicendo musicisti di tutte le generazioni, così non dobbiamo stupirci di trovare nella sua discografia nomi diversissimi e apparentemente inconciliabili come Kenny Wheeler, Micky Goodrick e Matt Mitchell. Non stupisce inoltre che Fasoli dimostri interesse per la poetica di Luigi Nono, altro musicista attentissimo al rapporto tra suono e silenzio, ai respiri dello spazio musicale. Senza tentare paragoni stilistici privi di senso, possiamo però ritrovare in certe trasparenti atmosfere dell’ultimo Nono, realizzate con pochissime note di grande intensità, un parallelo ideale con la poetica di Fasoli. La voglia di percorrere sempre strade che deviassero dall’ovvietà del già conosciuto non è mai venuta meno a questo musicista libero e di grande cultura. Chi ha potuto incontrarlo di persona ne ricorderà sicuramente la disarmante gentilezza e la modestia, e di come si tenga alla larga dallo stereotipo del musicista “colto” e pieno di sé. Non mi resta che augurargli molti anni ancora di felice produttività, sempre all’insegna della gioia di creare musica intelligente. (intervento di Carlo Boccadoro in “Claudio Fasoli Inner Sound. Nell’orbita del jazz e della musica libera” a cura di Francesco Martinelli e Marc Tibaldi, Agenzia X, 2016)

 


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