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moostroo

BandAutori 44. Il post-punk espanso dei Moostroo va in cerca della quadra tra sesso e amore. In "Libri che suonano" Pintor parte da Marx per cercare di spiegare il pop.

Moostroo “Musica per adulti” (#hashtag)

Secondo disco per i bergamaschi Moostroo dopo l’omonimo esordio del 2014, che già convinse col suo riuscito mix tra cantautorato e post-punk abbastanza minimale ma dai buoni spunti melodici, basato sul racconto dei mostri della provincia (bergamasca, ma non solo). “Musica per adulti” prosegue sulla linea tracciata allora, andando però a estremizzare il linguaggio sonoro, ma ne parleremo più avanti, e ad affrontare un tema diverso, più universale ma al tempo stesso più legato al personale: il sesso e la sua sovrapponibilità o meno con ciò che chiamiamo amore. I testi di Dulco Mazzoleni mischiano infatti carnalità e spiritualità, ricerca dell’amore vero (in “Meteora”) e del semplice piacere (vedi “Spolpami” e “Lacci”) o entrambe le cose (“Ostinato amore”), con l’aiuto di Luca Barachetti (ex Bancale) che in “Usura” parla del pessimo rapporto tra denaro e sentimenti. Alla fine non si può trarre una morale o una scelta di campo dalle liriche, perché giustamente Dulco non giudica i protagonisti dei suoi brani, anche se un filo di speranza nel potere salvifico dell’amore si può intravedere praticamente ovunque. Tornando invece al suono, lo spettro utilizzato dai Moostroo si amplia spingendosi in territori poco esplorati nel primo album: si arriva infatti a lambire il noise in brani come “Ostinato amore”, grazie alle chitarre di Giuseppe Falco delle Capre A Sonagli (altra interessante band bergamasca), e la già citata “Usura”, dove il testo declamato da Barachetti si fa esso stesso rumore e inquietudine, ma dall’altro lato si hanno una ballata con chitarre e archi cinematografici come “Regalami”, brani dove il basso a due corde di Francesco Pontiggia torna “a casa” dai Morphine, oppure la versione acustica di “Umore nero”, che già nel primo disco anticipava i temi di “Musica per adulti”. Il percorso dei Moostroo si fa quindi sempre più interessante e personale, un’isola di qualità ed idee nel mare piatto della scena indipendente italiana. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

ASCOLTI E RI/ASCOLTI tra i dischi di ieri e di oggi

Adam Carpet “Parabolas” (Voto: 8.5), Deus Ex Machina “Gladium Caeli” (Voto: 6.5), Garbo “Living 2016” (Voto: 8.5), Judas “Judas” (Voto: 6.5), Fiorella Mannoia “Combattente” (Voto: 8) – (Massimo Pirotta)

Arturo Stalteri “Preludes” (Voto: 7), Alessia Obino CORdas “Deep Changes” (Voto: 7.5), Dente “Canzoni per metà” (Voto: 6), Fabrizio Poggi “Texas Blues Voices” (Voto: 6,5), The Barsexuals “Black Brown And White” (Voto: 7,5) – (Fabio Pozzi)

 

NOVITA’ E RISTAMPE DISCOGRAFICHE

Bobby Solo Jazz Trio “Christmas With Bobby Solo”, Elio e Le Storie Tese “Odorosi”, Gabriele Ciampi “In Dreams Awake”, Giulia Millanta “Moonbean Parade”, Giuni Russo “Fonte d’amore” (cd box set), Ivano Fossati “Contemporaneo” (cd box set ), Ligabue “Made In Italy”, Mario Biondi “A Very Happy Mario Christmas”, “Best Of Soul”, Nino Rota “Fellini Satyricon” (Lp), Trio Bobo “Pepper Games”, Valerio Liboni “Ancora Toro”(a cura di Massimo Pirotta)

 

LIBRI CHE “SUONANO”. Un estratto

a cura di Massimo Pirotta

Il pop: i tempi e i luoghi di una moda. “La produzione fornisce non solo un materiale al bisogno, ma anche un bisogno al materiale”, così Marx nell’introduzione a “Per la critica dell’economia politica”. E aggiunge: “L’oggetto artistico – e allo stesso modo qualsiasi altro prodotto – crea un pubblico sensibile all’arte e capace di godimento estetico. La produzione, perciò, produce non soltanto un oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per l’oggetto”. E da queste frasi mi sembra possa emergere una soluzione a un nodo, una vecchia polemica intorno alla musica extra-accademica dei nostri giorni: il cosiddetto pop è un prodotto spontaneo e popolare (o comunque spontaneamente richiesto da grandi masse), o non è invece una merce prodotta in serie e lanciata sul mercato dell’industria culturale? Una polemica, insomma, che contrappone chi afferma che la musica extra-accademica degli anni 1960-70 altro non è che musica degli oppressi (magari dei “nuovi” oppressi da un capitalismo anch’esso apparentemente rinnovato), e chi invece vede nascita e crescita di questa musica come fatto tutto interno all’industria culturale, come fenomeno scoperto, riproposto e imposto dall’industria stessa (anche se, poi, queste due posizioni paiono riavvicinarsi quando anche chi crede al valore “popolare” del pop è costretto a ipotizzare un intervento, una “appropriazione indebita” da parte dell’industria, come spiegazione dell’affievolirsi della vena “popolare”, politica e di rispecchiamento del pop stesso). Ma se, altrimenti, diciamo che il prodotto crea un pubblico, che a sua volta condiziona il prodotto stesso, troveremo quelle due posizioni estremamente vicine e passibili di conciliazione (…) Le espressioni della cultura di massa, e non fa eccezione il pop, vengono generalmente esportate in modo standardizzato dai paesi a più forte sviluppo dell’industria culturale verso i paesi più arretrati. Ma laddove in qualche modo queste espressioni si incontrino con bisogni reali e tendano a soddisfarli (bisogni culturali, beninteso) sono proprio perciò costrette a modificarsi, a subire un processo non tanto di superficiali cambiamenti opportunisti, ma di vera e propria  rimodellatura e, spesso, di ribaltamento. E tanto più questo è vero per quelle forme, come il pop appunto, che nel rapporto vivace con il pubblico ricevono giustificazione e autonomia culturale: e poiché il pubblico è composto da individui sociali, cioè da individui inseriti in meccanismi socio-culturali ed economico-politici a volte radicalmente diversi da paese a paese, il pop è costretto a modificare continuamente il suo valore, a presentare facce assai diverse, a smentire la sua provenienza, a mutare, in modi apparentemente insospettabili, la sua collocazione nell’ambito della cultura di massa, a mettere in discussione il ruolo che l’industria culturale gli ha originariamente assegnato. (dall’intervento di Giaime Pintor in “La musica in Italia” a cura di Diego Capitella, Gino Castaldo, Giaime Pintor, Alessandro Portelli, Michele L. Straniero (Savelli, 1978)

 


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