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Vorrei | Rivista non profit


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Grande serata al cinema Roma di Seregno, con  le associazioni impegnate sul territorio nel sostegno alle vittime di indebitamento e con il regista Fabrizio Cattani

 

Un altro cinema è possibile, verrebbe da dire, fra tante altre commosse  considerazioni,  dopo aver avuto il privilegio di vedere un film che non viene distribuito nelle grandi sale dai soliti distributori e non è stato prodotto da una normale casa cinematografica, nonostante la sua pregevole qualità artistica, il suo linguaggio essenziale e perfettamente aderente alla realtà e l’impellente attualità della vicenda raccontata.  “Cronaca di una passione” è un film scritto e diretto da Fabrizio Cattani, un regista che già si è cimentato con tematiche scottanti e difficili ottenendo molti importanti riconoscimenti, ma che è ricorso, già dal suo secondo film, alla formula della coproduzione tra tutti i partecipanti alla realizzazione del film: i quali “in cambio del loro contributo lavorativo, artistico o finanziario, diventano proprietari di una quota dei diritti dell’opera”. La pellicola viene distribuita nelle sale che la richiedono, con la collaborazione di associazioni che contribuiscono all’organizzazione (nel caso della proiezione a Seregno del 3 dicembre 2016, la Cooperativa Controluce, a cui fa capo il cinema Roma, e l’Associazione Thuja Lab A.P.S di Villasanta), proponendo al pubblico un approfondimento delle tematiche con l’intervento di esperti e operatori culturali e sociali. Così un’opera che merita di essere realizzata non viene soffocata alla nascita dalla logica del cinema come impresa che deve a priori garantirsi larghi profitti. Anche le sale cinematografiche devono in genere sottostare alle logiche della grande distribuzione, tanto che Cattani è impegnato in un tour da un capo all’altro della penisola,  per portare il suo lavoro nelle sale più impegnate e coraggiose. C’è un cinema, insomma, fatto, come il buon giornalismo,  da “gente che ci crede”, che rischia, e fa il suo lavoro con passione, con un serio impegno civile, oltre  che con grande competenza e bravura.

La passione di cui parla il film non è però solo un sentimento forte, una dedizione profonda a un valore, a una persona. È anche questo: perché è la storia di due coniugi il cui legame dura da quarant’anni ed è ancora pieno di tenerezza e rispetto. È la storia  di due persone profondamente oneste e incapaci di gesti avventati o scomposti. Educate, dignitose. Che si trovano prese progressivamente nella trappola dei debiti con lo stato e con Equitalia e nella inarrestabile china in cui l’impossibilità di farvi fronte finisce per trascinarle: è questa la loro “passione”, la via crucis che viene loro inflitta, in modo  insopportabilmente crudele perché cieco e indifferente; perché, come dice l’amico bancario a cui si rivolgono per consiglio e aiuto, per le banche, come per l’Agenzia delle Entrate, il debitore “non è una persona, è solo una cifra”.  È questa la logica che nelle tempeste dell’economia globalizzata e finanziarizzata salva i farabutti e rovina gli onesti. Come le formiche della scena  che dà inizio al film: improvvisamente spinte dall’impazzimento del clima a uscire allo scoperto, si espongono al soffio letale dell’ insetticida. Giovanni e Anna, i due protagonisti del film, appartengono alla categoria degli evasori per necessità: dopo il licenziamento di lui poco prima dell’età pensionabile, gestiscono insieme la trattoria di cui si occupava Anna, ma quando la fabbrica vicina viene delocalizzata, perdono la maggior parte della loro clientela e per salvare anche il posto di lavoro dei loro dipendenti, col consenso di questi, decidono di non versare allo Stato i contributi pensionistici. Accumulano così il debito che diventerà una inappellabile condanna alla rovina.

 

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Foto da facebook.com/Controluce-soc-coop-215313481814540/

 

Il film racconta con grande efficacia e senza alcuna ridondanza tutti i passaggi cui queste vittime di indebitamento si trovano costrette a far fronte.  Anna verrà assolta nel processo penale che riconosce la sua buona fede, come è accaduto recentemente a Cagliari in un analogo processo,  ma ha già perduto la sua casa e con essa anche il lavoro, denunciata da un vicino per uso improprio, come abitazione  di fortuna, dei locali della trattoria; perdono entrambi  la loro stessa vita di coppia, costretti ad abitare in camere separate e a condividere con estranei la quotidianità in una “casa famiglia”; perdono infine ogni fiducia nel prossimo e nelle istituzioni, i cui rappresentanti si mostrano sordi o ipocritamente solleciti della sorte di Giovanni, uno che “alla sua età” cerca ancora un lavoro, o addirittura pronti  a consigliargli, come unico modo per avere un posto pubblico, di procurarsi una finta attestazione di invalidità. E questo, dopo che l’unico passaggio positivo della via crucis, l’assunzione in un posto regionale grazie ad  un progetto destinato al recupero di situazioni di “disagio sociale”, viene vanificato da uno scandalo per corruzione. Preclusa ogni speranza, Anna e Giovanni sanno restare fino alla fine fedeli a se stessi, alla loro unione e alla loro onestà, gettando  in faccia al mondo la compostezza e la dignità delle loro immeritate sofferenze.  I volti di Valeria Ciangottini e Vittorio Viviani, loro straordinari interpreti, raccontano molto più di ogni parola il dolore della sconfitta di chi, forse proprio per la sua rettitudine, rappresenta la parte più debole di una società dominata dalle logiche astratte e prevaricatrici del denaro.

 Si assiste increduli alla rovina progressiva di due persone per bene, ma tutto il perverso meccanismo è documentato puntualmente, senza mai eccedere nei toni, sempre delicati e quasi sommessi,  e le sue cause sono indicate con chiarezza. È un film che non vuole essere di denuncia, dice il regista, ma di testimonianza. Il punto di partenza per la ricerca da cui è nato Cronaca di una passione, racconta Cattani, è stato proprio l’episodio, denunciato nel 2012  da due cittadini, di un funzionario che aveva garantito loro il lavoro se si fossero  dichiarati falsamente  invalidi. Dalla ricerca che ne è seguita, sono emerse tante storie allucinanti, provocate da “un sistema che protegge gli interessi di pochi a scapito della vita di molti”. La cronaca , dopo una stagione di insistenza sui casi più drammatici, ha un po’ abbandonato il tema, e anche l’ISTAT ha smesso di aggiornare i numeri dei suicidi per effetto della crisi;  ad occuparsene è rimasto l’istituto di ricerca  Link LAB, e anche la televisione ha recentemente affrontato l’argomento in una puntata della bella trasmissione di Domenico Iannaccone su RAI 3 “I dieci comandamenti”, quella dedicata alla rovina delle piccole imprese in Veneto e alle sue spaventose conseguenze umane e sociali.

 

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È proprio il Veneto infatti la regione che ha registrato il più alto numero di suicidi per motivi economici. Tra il 2012 e il 2015, in Italia sono state chiuse più di 450.000 aziende di cui 57.000 per fallimento, mentre circa la metà dei pensionati percepisce meno di mille euro mensili e oltre due milioni meno di cinquecento. Nello stesso periodo, 628 persone in tutto il Paese si sono tolte la vita per cause economiche. Tali i dati attorno ai quali si sviluppano gli interventi, coordinati da Monica Guzzi,  che hanno seguito la proiezione del film. Tra questi, particolarmente rilevante quello di Antonio Colzani, per il fatto che svolge la sua attività di volontario a sostegno delle vittime di indebitamento proprio a Seregno, per la Fondazione San Bernardino Onlus.  Emanazione diretta della Caritas, e promossa da tutte le diocesi lombarde, la fondazione opera su tutto il territorio regionale recependo le  segnalazioni dei Centri di ascolto,  intervenendo sulle difficoltà delle persone che si sono esposte ad eccessivi indebitamenti o che, avendo perso il posto di lavoro o vivendo in una condizione di precarietà a questo riguardo, non riescono più a far fronte ai loro impegni economici. La Fondazione mette a disposizione di queste singole persone (è a queste, infatti,  più che alle aziende, che si rivolge il loro sostegno), ex operatori del settore bancario, come lo stesso Colzani, che riescono a far ottenere dalle banche la riunione di tutte le posizioni debitorie  e a convertirle in unico debito, attraverso la concessione di un  prestito a tassi molto agevolati, su garanzia e fideiussione della Fondazione stessa, in modo da poter affrontare più agevolmente la somma dei debiti accumulati. Si  tratta, evidentemente, di dare una possibilità alle persone che hanno ancora qualche risorsa  dimostrabile e documentabile, non tutte le situazioni segnalate, purtroppo,  si rivelano salvabili. Soprattutto quando alla difficoltà economica subentra la crisi delle relazioni familiari e la rovina degli affetti.

 È necessario perciò intervenire anche sul piano del sostegno alla dimensione più intima e personale: come ha ben compreso la Camera di Commercio di Como, che nel 2012 ha contattato il servizio di psicologia dell’Ospedale Sant’Anna perché offrisse ai suoi associati in difficoltà un aiuto facilmente accessibile, un filo diretto che superasse le resistenze dovute alla vergogna, un aiuto gratuito per ottenere il quale non occorresse neanche passare dall’impegnativa del medico di base. Di questo ci parla la dottoressa Marilena Simionescu, psicologa addetta a questo servizio, che racconta come attraverso il successivo coinvolgimento di tutte le  associazioni di categoria e dei sindacati sia nato il servizio della Azienda sanitaria lariana “Stai bene col tuo lavoro”. Il problema principale per chi si trova in gravi difficoltà economiche non è tanto l’aspetto pratico e concreto del far fronte a spese insostenibili, o la qualità di vita che si deteriora: quello che accade, ed è comune ad ogni caso in questo ambito, è che la difficoltà economicacambia la percezione di sé, dell’altro, del mondo”.  Io mi conosco come persona onesta, capace, mentre quel che mi accade smentisce quest’idea che avevo di me. “La lettura dell’evento complica una situazione già difficile”.  Fortunatamente gli esseri umani sono fatti per reagire agli imprevisti, ma per mettere in atto queste capacità di recupero serve lucidità, serve aiuto, serve una rete. “Noi offriamo uno spazio riservato, protetto dal segreto professionale,  in cui la persona in difficoltà possa mettere a fuoco le sue possibilità, le sue risorse, lavoriamo sulla lettura della situazione”. L’età media di chi si rivolge allo sportello per il sostegno psicologico è di 47 anni, e già “pesa come un macigno” il sentirsi non più abbastanza giovani per trovare un nuovo lavoro, per adattarsi. È necessario comunque appoggiarsi a qualcuno che, a differenza delle persone vicine, l’amico, il parente, non costituisca, come  spesso accade, parte del problema.

 

 

Fa  rete, pur se ancora soprattutto sul piano concreto, anche l’Associazione Angeli della Finanza, presente con 12 sedi, fra cui una di prossima apertura a Lodi,  su tutto il territorio nazionale. I volontari che vi operano sono  avvocati o commercialisti,  professionisti  che mettono a disposizione tre ore settimanali del loro tempo per arrivare all’obiettivo dell’azzeramento dei debiti con banche, finanziarie, Equitalia, vissute ormai come istituzioni ostili. Il suo fondatore e presidente Domenico Panetta sostiene però che dovrebbe non essere affatto necessario ricorrere a fondazioni o associazioni di sostegno , e che occorrerebbe invece una lotta preventiva contro l’indebitamento.  Gli Angeli della Finanza lavorano anche in questo senso, fornendo una sorta di training all’agire nella gestione delle proprie finanze. Se si considera che ci sono attualmente in Italia circa 80.000 abitazioni pignorate dalle banche, si comprende come una miglior politica di approccio al mutuo bancario sia indispensabile. Attraverso la consapevolezza, prima di tutto, affinchè non si sia costretti a ricorrere all’intervento di esperti in grado di utilizzare le armi legali a favore dei cittadini vessati.

Questo è ciò che ha fatto tra i primi, da magistrato, Piero Calabrò, che dallo scorso anno, lasciata la carica di giudice del Tribunale di Lecco, presiede SDL Centro Studi, un istituto specializzato “nell’analisi dei contenziosi con il sistema finanziario-bancario”. Da giudice, cercava di non essere affatto “super partes” quando delle parti in causa una aveva lo strapotere che di solito hanno gli istituti bancari e finanziari nei confronti di cittadini in condizioni di bisogno: è la Costituzione, dice, ad obbligarci alla difesa dei più deboli, a ristabilire l’uguaglianza attraverso la legge. Le banche a cui ci si rivolge per risolvere un problema, dice, diventano spesso causa di problemi ancor più gravi, rappresentano spesso un primo passo verso l’indebitamento da usura. Anche i rapporti col fisco divengono spesso vessatori: “la nostra dovrebbe essere una repubblica madre, ma finisce invece per diventare matrigna”, quando ad esempio tratta il piccolo imprenditore con quattro o cinque dipendenti alla stessa stregua della multinazionale che fa miliardi di fatturato. Forse anche peggio, vorrei dire, se è vero che alle multinazionali è consentito pagare le tasse solo nei paesi dove il fisco le tratta coi guanti bianchi! L’artigiano, sottolinea Calabrò, si trova in condizioni di assoluta sproporzione di mezzi, e,  considerato che la piccola e media impresa è la struttura portante dell’economia italiana, si comprende come la relazione tra il numero di  suicidi in questa categoria non accenni a diminuire nell’evidente  protrarsi della crisi economica. Nel primo semestre 2016 si sono già verificati ottanta casi e i tentati suicidi semplicemente non vengono più nemmeno registrati. La cosiddetta legge “salva-suicidi”,  emanata nel 2012 e divenuta operativa solo due anni dopo, prevede una procedura che si chiama “esdebitazione” , la quale ha un costo medio di 15.000 euro per pagare il cosiddetto “organismo di composizione della crisi” ( commercialisti, avvocati ecc.) insieme agli oneri che comunque lo stato richiede: non esattamente una possibilità alla portata di chi è sull’orlo del suicidio per motivi economici!  Anche la “rottamazione” delle cartelle esattoriali funziona in modo paradossale: se è vero che distingue tra evasori per necessità, furbi che eludono il fisco con escamotages vari, ed evasori totali, produce però  il risultato che i primi ottengono un risparmio irrisorio, mentre le altre due categorie beneficiano di vantaggi molto più consistenti, addirittura del 50% di sconto nel caso di evasione totale. Inoltre, accedere a questa procedura, comporta per legge l’abbandono di ogni contestazione avviata magari con l’assistenza di associazioni come quelle che stiamo presentando, i tempi concessi sono molto stretti e il mancato pagamento di una sola rata della somma concordata comporta il decadimento da ogni beneficio. L’informazione è dunque la prima forma di aiuto che si può fornire ai cittadini.

Nel dibattito viene sottolineata l’insipienza di queste leggi, che non solo danneggiano i singoli cittadini, ma vanificano quello che dovrebbe essere lo stesso scopo della fiscalità, ridotta ormai ad un tentativo di far cassa in ogni modo:  date le difficoltà di bilancio ormai rovinose si cerca di approfittare anche della scarsa consapevolezza del debitore che pensa di dover accedere  a procedure agevolate, che invece non sono affatto di reale beneficio. Viene messo in luce anche il dato relativo al collegamento tra  l’indebitamento, emerso drammaticamente soprattutto a partire dal 2010, come l’effetto di un’onda lunga, e il ricorso diffuso al consumo a credito, sostenuto da un lato dalla scarsa consapevolezza dei clienti, dall’altro dalle pressioni delle finanziarie che offrivano prestiti a tutto spiano con contratti capziosi. Negli ultimi due anni causa di indebitamento, e in questo caso attraverso il ricorso agli usurai, è anche la ludopatia: il gioco d’azzardo sta diventando una piaga sociale che colpisce soprattutto i pensionati, e in particolare le donne.

 

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Mi ha colpito, in quest’ora dedicata alla riflessione e alla informazione, il silenzio profondo col quale veniva seguita ogni testimonianza, ogni argomentazione: silenzio denso di emozione, sospeso, come accade in qualche momento speciale nella scuola, come accade quando senti che quel che ascolti ti sta cambiando. Siamo usciti  dal cinema con tanta preziosa conoscenza in più, col desiderio che gli sforzi di chi combatte a difesa  delle persone travolte dallo strapotere delle istituzioni finanziarie vengano sostenuti e premiati da una efficace mobilitazione, e infine con una grande stima e gratitudine per questi volontari e per chi ha contribuito alla realizzazione del film.  Fra questi, infine, lieti di poter stringere la mano al simpatico e cordiale regista presente alla proiezione, che nel film si è scelto da attore, un ruolo non casuale, quello dell’avvocato difensore, si rimpiange di non poterlo fare anche coi  due straordinari interpreti principali. Due attori che hanno fatto la storia del teatro italiano e  che oggi hanno saputo dare  la massima intensità e verità umana ad una storia, che è  simile purtroppo a tante altre, ma che proprio per questo non va dimenticata.