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nadie acqua alta

BandAutori 52. In questo numero il secondo disco della band catanese, con forti rimandi al rock indipendente anni '90. In "Libri che suonano" ricordiamo la Vox Pop.

Nadié “Acqua alta a Venezia” (Terre Sommerse/La Chimera Dischi)

Finalmente un po’ di chitarre rumorose e distorte, una caratteristica sempre più rara nei dischi di oggi, anche in quelli di ambito indipendente. Finalmente un po’ di rabbia, cosa ancor più difficile da trovare in questi tempi di rassegnazione ed accettazione dell’esistente. I Nadiè, da Catania, rendono queste due caratteristiche la base su cui costruire un disco intero, “Acqua alta a Venezia”, il loro secondo dopo l’esordio “Questo giorno il prossimo anno”, uscito nel 2009. In questi otto anni la band non è stata con le mani in mano, suonando in giro per l’Italia e partecipando a concorsi, ma soprattutto cercando l’ispirazione per i nuovi brani, sviluppati in particolare durante lo scorso anno. Al netto di alcuni momenti in cui la band si avvicina un po’ troppo a dei modelli ben noti, in particolare gli Afterhours nei momenti più elettrici e Moltheni/Umberto Maria Giardini, con similitudini anche nella voce di Giovanni Scuderi, in quelli più lenti, e ad un paio di testi meno efficaci (in particolare “In discoteca”, basata su qualche luogo comune di troppo), l’album riesce nell’intento di colpire l’ascoltatore con un suono secco e pungente e con liriche che ruotano attorno a ciò che fa incazzare Scuderi e compagni, e pure noi. In particolare l’apice di cattiveria condivisa si trova in “Solo in Italia si applaude ai funerali” e “Gli Sposi”, perfette disamine di alcune delle peggiori idiosincrasie della nostra società tra vizi privati e pubbliche virtù. Anche quando si parla più di rabbia legata ad esperienze personali e meno al sociale l’obiettivo dei Nadiè può considerarsi raggiunto: cercate ad esempio di ascoltare “Fuochi” o “La bionda degli Abba” senza provare empatia e se ci riuscite ponetevi qualche domanda. Voto: 7 (Fabio Pozzi)

 

 

ASCOLTI E RI/ASCOLTI. Tra i dischi di ieri e di oggi

Roberto Cacciapaglia “Atlas” (Voto: 8.5), Mannarino “Apriti cielo” (Voto: 7), Nada “Live Stazione Birra” (Voto: 7), Officina Meccanica “La follia del mimo di fuoco” (Voto: 7), Laura Avanzolini “I’m All Smiles” (Voto: 5) – (Massimo Pirotta)

Virginiana Miller “Venga il regno” (Voto: 8.5), Luminal “Amatoriale Italia” (Voto: 8), Bobo Rondelli e l’Orchestrino “A Famous Local Singer” (Voto: 7,5), Perturbazione “Musica X” (Voto: 6,5), Giuda “Racey Roller” (Voto: 7,5) – (Fabio Pozzi)

 

NOVITA’ E RISTAMPE DISCOGRAFICHE

Alessandro Rossi Quartet “Emancipation”, Alessio Bernabei “Nel mezzo di un applauso” (45 giri), Alex Carpani “So Close So Far”, Angela Baraldi “Tornano sempre”, Banco del Mutuo Soccorso “… di terra” (Lp), Bruno Santori Quartet “Jazz & Remo. Il Festival”, Calcutta “Mainstream +” (3cd box set), Cellar Noise “Alight”, Cranchi “Spiegazioni improbabili”, Cut “Second Skin”, Dalida “L’originale”, Denis Guerini “Dissolvenze”, Ella “Dentro”, Fabio Fabor “Mr. Diabolicus-Mr. Mysteriou” (Lp), Federico Sirianni “Il Santo”, Francesco Gabbani “Occidentali’s Karma” (45 giri), Francesco Grillo “Le quattro stagioni trascritte per piano”, Gazebo Penguins “Nebbia”, Gazzara “Portrait In Acid Jazz”, I Luf “Delalter” (Lp), Il Pan del Diavolo “Supereroi”, Julie’s Haircut “Invocation And Ritual Dance”, Lelio Luttazzi “I miei stati d’animo” (Lp), Leonardo Lamacchia “Ciò che resta”, Lino Cannavacciuolo “Insight”, Lo Greco Bros Quartet “Short Stories”, Lorella Cuccarini “Nemicaamatissima”, Los Fastidios “Sound Of Revolution”, Mariella Nava “Epoca”, Massimiliano Pagliara “Time And Again” (12”), Modena City Ramblers “Mani come rami, ai piedi radici”, Oilvieri/Lombardi “Sul far del mattino”, Paola Turci “Fatti bella per te” (45 giri), “Il secondo cuore”, Paolo Benvegnù “H3+”, Pippo Pollina “Il sole che verrà”, Raige & Giulia Luzi “Togliamoci la vita” (45 giri), Renato Zero “Invenzioni”, “Trapezio”, “Zerolandia”, “Erozero” (tutti Lp picture), Revo Fever “Vivere il buio”, Rhumorenero “Eredi”, Rickson “Chi ti aiuterà”, Rocchi/Chianosi “Dramatest” (Lp), Rosario Bonaccorso “A Beautiful Story”, Rosso Petrolio “Rosso Petrolio EP”, Sentieri Selvaggi “Le sette stelle”, Skassapunka “Rudest Against”, Skymall Solution “Skymall Solution”, State Of Art “Dreams Factory”, Tartage “My Personal Thoughts”, The Big Blue House “Do It”, Tizio Bononcini “Non fate caso al disordine”, Todo Modo “Prega per me”, Tony Borlotti e i Suoi Falauers “Battuti e beati” (45 giri), Trevisan “Questa sera non esco”, Umberto Maria Giardini “Futuro Proximo”, Unepassante “Seasonal Beast”, UT New Trolls “E’ in concerto” (cd+dvd), Vincenzo Zitello “Metamorphose XII”, Virginia Waters “Skinchanger”, Visioni di Cody “Celestino”, Yuppie Flu “Days Before The Day” (Lp) – (a cura di Massimo Pirotta)

 

LIBRI CHE “SUONANO”. Un estratto

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A novembre nasce a Milano la Vox Pop di Giacomo Spazio, Carlo Albertoli (già co-fondatore insieme a Spazio e curatore della rivista Vinile), il produttore e tecnico del suono Paolo Mauri, Manuel Agnelli e Mauro Ermanno Giovanardi. Per un decennio, sarà un punto di riferimento della musica indipendente italiana. Chiude, per le difficoltà economiche nell’indifferenza dell’industria e dei media specializzati, cessando definitivamente la sua attività nel 1997. In quegli anni produce gli Afterhours, Africa Unite, Carnival Of Fools, Casino Royale, Mau Mau, Persiana Jones, Prozac+, Ritmo Tribale etc. Molti di questi gruppi saranno portati al successo  successivamente dalla Mescal di Valerio Soave. In seguito il marchio viene acquistato dalla Flying Records di Napoli che lo usa per produrre un singolo dei Prozac+. Alla fine del 1997 Carlo Albertoli recupera la proprietà del marchio a seguito del collasso di Flying Records, senza produrre più nessuna novità.

Carlo Albertoli – Anche se i primi dischi con il marchio Vox Pop sono dell’88, la casetta discografica nasce ufficialmente nel novembre ’89 come diretta conseguenza dell’avventura di Vinile, come gioco irresponsabile, come esigenza che prende corpo grazie a un’idea di Giacomo Spazio e alla voglia di cinque persone (presto ridotte a tre) di cui una in grado di investire sei milioni sei di vecchie lire. Istigata da Giacomo Spazio, organizzata da me, finanziata da Manuel Agnelli, appoggiata da Mauro Ermanno Giovanardi (ma allora nessuno lo chiamava così) e Paolo Mauri, nasce ufficialmente la Vox Pop Records. La sede è un negozio – già ex magazzino di Supporti Fonografici – in via Bergognone 40: scatoloni di dischi freschi di stampa che si spera di vendere, due pseudo-scrivanie su cavalletti, casino inenarrabile che mi accompagna da sempre, demotapes che già cominciano ad accumularsi e un PC con 640kb di RAM. Spiegare ai passanti quello che facciamo porta via mezze giornate… I miei anni ’90 li ho passati incatenato a Vox Pop, mentre intorno a Milano si sgretolava sotto i colpi dei Pillitteri e Formentini vari… persone tante, amici pochi… gli squat alternativi che mi davano l’orticaria (per dirla con l’autorevole poeta meneghino Manuel Agnelli: l’alternativo è il tuo papà) ma voglio ricordare la breve stagione del Tunnel, locale disposto a rischiare e che trattava la musica con rispetto. Vox Pop è stata il mio lavoro e la mia fidanzata, i gruppi i miei bambini. Adesso ho una moglie bella e vera e due pupe fantastiche. Sono stati anni eccitanti ma terribilmente pesanti: quando fai cento milioni di debiti per fare dei dischi che non sai se venderanno, può capitare (è capitato) di svegliarti la notte per il panico. Non è bello. Non so chi me l’abbia fatto fare ma l’ho fatto. Ma sono contento che sia finito. Con il senno del poi non darei il controllo della parallela società di edizioni musicali ad un criminale nonché grandissima testa di cazzo. Per il resto, ho fatto tutti gli sbagli più volte. Ma non ne sono pentito. Sono sempre stato allergico alle ortodossie, sanremesi o leoncavalline che fossero… questo non ha aiutato.  Quando Alessandro Cavalla aprì il Tunnel aprì anche uno spiraglio da “paese normale”, unico locale, in un’area urbana di quasi due milioni di persone a rischiare la pelle programmando musica diversa. Il Tunnel infatti non c’è più. Come tutte le cose belle. (da “In Rock We Trust. Percorsi di rock in Italia” di Max Stèfani, Idealgraf 2016)

 


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