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Vorrei | Rivista non profit

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Coloro che a scuola hanno a che fare con Shakespeare e con la letteratura in generale dovrebbero imparare a vedersi un po’ di più come degli attori, soprattutto se vogliono avere la speranza di infondere nei ragazzi l'interesse verso la cultura

 

Il 6 e il 7 febbraio scorsi 98 sale cinematografiche italiane hanno aderito all’evento Riccardo III, la proiezione del film montato con le riprese effettuate durante lo spettacolo di Rupert Goold all’Almeida Theatre di Londra, con Ralph Fiennes nel ruolo di Riccardo  e Vanessa Redgrave in quello della regina Margherita.
Teatro d’eccellenza mondiale, alle cui produzioni spesso partecipano famosi attori del cinema, l’Almeida è un ambiente molto particolare di 265 posti dove pubblico e attori sono a stretto contatto. 

Il Riccardo III del suo direttore artistico è un’esperienza unica anche per gli spettatori del film, che si trovano faccia a faccia sia con le sfumature espressive catturate da primi e primissimi piani, sia con la scena scarna ma di grande effetto ripresa in inquadrature frontali, laterali e dall’alto. 

Un’enorme corona sospesa, senza fronzoli né punte, sovrasta il palco sul quale di volta in volta si aprono buche rettangolari che inghiottono le vittime della ferocia di Riccardo e, nel finale, Riccardo stesso. I differenti ambienti della storia sono suggeriti dall’introduzione di essenziali oggetti di scena e dai  giochi di luce che conferiscono allo spazio molteplici aspetti, da prigione medioevale a futuristica base spaziale.

 

Trailer ufficiale del Richard III ripreso all'Almeida Theatre di Londra

 

Bravi tutti gli attori, ma chi attira maggiormente l’attenzione sono Ralph Fiennes e Vanessa Redgrave.

L’ancora bellissima ottuagenaria attrice offre un’interpretazione tanto contenuta quanto naturale della ex-regina Lancaster che si aggira come un fantasma tra le stanze del palazzo reale dopo che gli York l’hanno privata degli affetti familiari e del regno. Vestita con una tuta da lavoro e con in braccio un bambolotto semidistrutto che nutre come fosse un bambino, non scaglia maledizioni, le porge con pacatezza. Ed in tal modo le amplifica, grazie al contrasto tra la spietatezza del loro significato e l’apparente mitezza con cui vengono pronunciate. 

 

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Una scena con Vanessa Redgrave e Ralph Fiennes

 

 

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La scena finale dopo che Riccardo, aggiratosi per il campo di battaglia urlando "Un cavallo!  Il mio regno per un cavallo!", è stato ucciso.

 

Quanto a Ralph Fiennes il suo Riccardo è all’altezza delle aspettative cui le sue numerose interpretazioni cinematografiche ci hanno abituato, dai cattivi di Schindler’s list e di Harry Potter, all’autistico personaggio di Spider di David Cronenberg, al portiere seduttore di vecchiette del Gran Budapest Hotel di Wes Anderson. 
È ironico e perfido, lucido nella sua pianificazione e patetico nella sua autocommiserazione. Ed è violento negli scatti improvvisi, vocali e gestuali, che caratterizzano le sue scene, come ad esempio quella insolita in cui stupra la vedova del suo defunto fratello re Edoardo IV. 

Novità assoluta è un prologo muto, in cui degli archeologi estraggono da una buca un teschio e una colonna vertebrale deforme. Goold mette in scena, chiudendo idealmente il cerchio con il finale, il ritrovamento dei resti di Riccardo nel parcheggio di un supermercato di Leicester nel 2012. Insistentemente richiesto da una donna sicura che in quel luogo si trovasse il cimitero del convento francescano di  Greyfriars dove i frati avevano seppellito Riccardo dopo il suo decesso nella battaglia di Bosworth nel 1485, quello scavo era diventato un fatto di cronaca seguitissimo per la stranezza della vicenda. L’Università di Leicester aveva attestato l’appartenenza di quello scheletro all’ultimo re Plantegeneto dopo l’esame del DNA di un mobiliere canadese residente a Londra, lontano discendente della sorella di Riccardo, Anna di York.

 E questo per quanto riguarda il film.

 

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Un ritratto anonimo di Riccardo III, ultimo re della dinastia dei Plantageneti, morto a 32 anni.

 

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Gli scavi nel parcheggio di Leicester dove è stato rinvenuto lo scheletro di Riccardo nel 2012

 

Qualche riflessione  scaturita dall’osservazione del pubblico, o meglio del non-pubblico, di martedì 7 febbraio per l’unica proiezione delle 17.40 al cinema Teodolinda. 

Che non ci si potesse aspettare il pubblico che generalmente affolla le belle rassegne di Al cinema con tè era più che ovvio. Tre ore e passa di inglese shakespiriano, per quanto sottotitolato in italiano, operano come è giusto che sia una selezione naturale. Tuttavia in una città come Monza, piena di scuole superiori, poteva essere ipotizzabile la presenza di un pubblico ugualmente numeroso composto da studenti. Anche solo limitandosi ai licei classici, scientifici e linguistici statali e privati, nei quali il curriculum scolastico prevede lo studio della letteratura inglese, i 556 posti della sala Rubino sarebbero potuti andare a ruba già nelle prenotazioni. 

Invece, se non ho contato male, eravamo in 29 e quasi tutti ben in là con gli anni. 

Che gli studenti si siano riversati nella proiezione delle 21 del giorno prima al Capitol è difficile crederlo, per quanto facilmente verificabile. 
Come spiegare allora la desolazione di quella sala, defraudata della presenza dei tanti ragazzi che al Riccardo III dell’Almeida Theatre sarebbero potuti accorrere, e non tanto per dovere scolastico imposto dai prof, ma per piacere ed interesse? 
Se è vero che le passioni dei ragazzi sono anche il riflesso delle passioni che gli insegnanti sanno trasmettere loro con fervore ed entusiasmo, quale realtà riflette la sala vuota del Teodolinda? 

Nel formulare le mie ipotesi non posso prescindere dal mio lavoro di insegnante, di inglese per giunta, che ha ormai girato la boa dei quarant'anni. 
In virtù di un’esperienza comprovata ed incontestabile, posso asserire che far nascere la passione per Shakespeare è facilissimo, per lo meno nei ragazzini delle medie e a partire dalla  prima. Non so quante volte mi sia capitato di utilizzare il vecchio Will addirittura come arma di ricatto per ottenere lo studio di argomenti più noiosi in cambio del racconto delle sue storie. Raccontare Amleto o Macbeth o Romeo e Giulietta  ai bambini di prima come si fa con le fiabe, magari con qualche accenno di monologo o dialogo improvvisato cambiando voce e postura, con i trucchetti insomma della parlata espressiva che si usa  per raccontare le fiabe,  ha un effetto catalizzante. Poi però bisogna continuare negli anni successivi delle medie e delle superiori introducendo o di volta in volta, e sempre in modo non soporifero, metodi e strumenti differenti che fortunatamente non mancano.

Di buon materiale didattico cartaceo e multimediale ce n'è in quantità per tutti i livelli e  poi ci sono il teatro  e il cinema. 

È vero che portare i ragazzi a teatro, o portare il teatro a scuola, si può fare una o al massimo due volte all’anno e non è neppure detto che la scelta sia sempre azzeccata. A fronte di spettacoli di altissima qualità, come ad esempio quelli in inglese e italiano della compagnia Charioteer Theatre, ma non solo, le cui rivisitazioni di Shakespeare affascinano i ragazzi nella Scatola Magica dello Strehler o al Teatro Studio, ce ne sono di infima qualità, che cavalcano commercialmente l’onda della moda del teatro e della non rara impreparazione di chi nelle scuole è preposto alla loro scelta. Ricordo un patetico “spettacolo” rappresentato anni fa all’interno della mia scuola, e pagato fior di quattrini, da tre presunti attori ultraquarantenni che avevano bisogno di leggere le battute dei monologhi shakespiriani più famosi tenendo il copione in una mano, mentre con l’altra armeggiavano con spade, pugnali, teschi o boccette di veleno muovendosi scompostamente nello spazio. E la tipologia dello spettacolo non era né una lettura scenica né una farsa o una parodia. Erano semplicemente impreparati e vergognosamente irrispettosi di un pubblico, pagante, che per la sua giovane età aveva invece diritto al massimo del rispetto e della professionalità. 

Comunque sia, se il teatro in ambito scolastico è un’esperienza per forza limitata, i film non lo sono e utilizzati a dovere potrebbero dare a Shakespeare quella “popolarità” che era la caratteristica originaria del suo teatro.
Da Franco Zeffirelli a Kenneth Branagh,  da Orson Welles a Leonardo Di Caprio, che tra parentesi ad Orson Welles assomiglia sempre di più,  il panorama è amplissimo. Restando su Riccardo III sono facilmente reperibili quattro magistrali lavori che precedono quest’ultima opera dell'Almeida Theatre:  una versione classica diretta e interpretata da Sir Lawrence Olivier del 1955, quella ambientata in epoca nazista del 1995 di Richard Loncraine con Jan McKellen, il Looking for Richard di Al Pacino del 1996, a metà strada tra fiction, documentario e spettacolo teatrale, ed infine NOW: in the Wings of a World Stage del 2014 in cui Sam Mendes racconta il tour di 200 tappe in tre continenti del Riccardo III teatrale da lui diretto ed interpretato da Kevin Spacey. 
Senza contare che sempre relativamente a Shakespeare su Youtube si possono trovare spezzoni e persino alcune  versioni integrali di illustri messinscene da tutto il mondo e di tutte le epoche, quelle di Giorgio Strheler e Peter Brook comprese.  

 

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Lawrence Olivier, uno dei massimi interpreti e registi shakespiriani, nei panni di Riccardo III nel suo film del 1955

 

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Jan McKellen nel film Riccardo III di Richard Loncraine del 1995

 

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Al Pacino nel 1996 in Looking for Richard

 

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Il Riccardo III teatrale di Kevin Spacey in NOW: in the Wings of a World Stage di Sam Mendes del 2014

 

 Insomma come ogni passione anche quella shakespiriana andrebbe coltivata nei ragazzi nel corso degli anni. E quindi andrebbe innanzitutto condivisa tra insegnanti di scuole di diversi ordini e gradi che, pur non conoscendosi, dovrebbero operare su una base comune. Non ne bastano alcuni sparsi qua e là, e magari pure considerati anomali o fuori dagli schemi oppure  "bravi perché hanno fatto teatro”,  per far sì che l'interesse per Shakespeare si diffonda e si consolidi, e il discorso non vale solo per Shakespeare ovviamente.  
Non è necessario “avere fatto teatro” o essere particolarmente istrionici per catturare l’attenzione dei ragazzini nel raccontare le sue storie e poi per tenere alto l’interesse attraverso lezioni meno “infantili” ma comunque appassionanti.
L’abilità di narrazione ha  che fare con tutti i livelli scolastici e si può acquisire. Basta prepararsi. Basta un po’ di esercizio e di studio (forse un po’ di più di un po’) da parte di chi gli esercizi e lo studio li impone da dietro la cattedra. Basta allenarsi insomma, magari anche avvalendosi dei tanti dei registi e attori che di Shakespeare si sono occupati e che sono a portata di mano per chiunque. E la preparazione non dovrebbe essere poi così difficile per chi, avendo scelto di mettercisi dietro la cattedra, dovrebbe sapere che stare lì è un po’ come stare sul palco di un teatro e che se un attore sul palco non è dotato degli strumenti giusti per catturare il pubblico, a teatro a vederlo non ci va nessuno. 

Forse almeno coloro che a scuola hanno a che fare con Shakespeare e con la letteratura in generale dovrebbero imparare a vedersi un po’ di più come degli attori, soprattutto se vogliono avere la speranza di infondere nei ragazzi l'interesse verso la cultura in un mondo come il nostro, che nell’allontanare la gente dalla cultura è più spietato e sgamato di Riccardo di Gloucester. E gli attori, quelli bravi, studiano, e tanto. 

Per gli insegnanti si chiama aggiornamento, anzi auto-aggiornamento. Si può fare da casa, non costa niente in termini economici, è meno noioso e didatticamente più proficuo della maggior parte dei corsi di aggiornamento su temi spesso inutili tenuti da mediocri “esperti” pagati fior di soldi perché l’aggiornamento è obbligatorio. 

Ma siamo nell’era della mediocrità e dell’“indaffaramento inoperoso”, nell’era in cui sono appunto i “mediocri” ad avere preso il controllo degli ambiti pubblici, sociali, culturali, educativi, politici, di tutti gli ambiti insomma della della vita umana. È il filosofo sociale canadese Alain Deneault a trattare l’argomento nel suo recente  saggio La mediocratiedalla fine di gennaio disponibile anche nella traduzione italiana La medioocrazia, edito da Neri Pozza.  

Ma questo è un altro discorso. 

O forse no.

 

Gli autori di Vorrei
Elisabetta Raimondi
Author: Elisabetta Raimondi
Disegnatrice, decoratrice di mobili e tessuti, pittrice, newdada-collagista, scrittrice e drammaturga, attrice e regista teatrale, ufficio stampa e fotografa di scena nei primi anni del Teatro Binario 7 e, da un anno, redattrice di Vorrei.
Ma soprattutto insegnante. Da quasi quarant’anni docente di inglese nella scuola pubblica. Ho fondato insieme ad ex-alunni di diverse età l’Associazione Culturale Senzaspazio.

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