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20170222 raimondi

A pochi giorni dagli Oscar 2017 che vedono XIII Emendamento nella cinquina dei documentari, alcuni collegamenti tra lo sconvolgente resoconto sul sistema carcerario della regista afroamericana Ava Duvernay e Requiem for the American Dream, acclamato al Tribeca Film Festival 2015, in cui Noam Chomsky tira le somme sullo stato attuale della democrazia.

 

I documentari Requiem for the American Dream, in cui Noam Chomsky descrive i 10 principi della concentrazione della ricchezza e del potere, e XIII Emendamento (13th) in cui Ava Duvernay indaga il sistema carcerario soprattutto dalla prospettiva della comunità di colore,  forniscono una panoramica complementare della storia americana, dimostrando come gli intrecci di razzismo, classismo, affari e potere siano spesso riusciti contrastare democrazia e giustizia, trionfando negli ultimi quattro decenni in un’escalation senza fine.

 

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In Requiem, di Peter Hutchison, Kelly Nyks e Jared P. Scott, il carismatico intellettuale, oggi ottantasettenne, illustra come l’incessante lotta tra la richiesta di libertà e democrazia proveniente dal basso e la volontà di controllo e di dominio proveniente dall’alto sia approdata ad una politica che non ha più neanche l’ombra della democrazia, ma nemmeno, paradossalmente, del capitalismo. Se il sistema capitalistico prevedeva infatti che i responsabili di investimenti sbagliati pagassero di persona, la pratica dei salvataggi statali incominciata negli ’70 ha progressivamente portato i potenti a fare sempre più affidamento su un nanny-state, uno stato balia, che ormai interviene ad ogni crisi secondo la politica del too big to fail,  con i poveri che pagano sempre per le speculazioni dei ricchi. Del resto, afferma Chomsky, se alle corporation si continuano a garantire tutele legali, in quanto oltraggiosamente considerate singole persone giuridiche, e se si ignorano le opinioni di premi Nobel per l’economia come Joe Stieglitz o Paul Krugman affidando il ministero del tesoro ad ex-dirigenti di Goldman Sachs, come hanno fatto sia Bill Clinton sia Barack Obama, cosa ci si può aspettare di buono dalla politica? 

 Da un punto di vista più settoriale, XIII Emendamento arriva a conclusioni ugualmente sconfortanti soprattutto per la popolazione di colore, documentando come le prigioni siano le nuove piantagioni e come la probabilità di finire in carcere sia di 1 su 3 per le persone di colore contro 1 su 17 dei bianchi. Moltissimi gli esperti intervistati da Ava DuVernay, tra cui gli attivisti Angela Davis e Van Jones e la docente universitaria Michelle Alexander, autrice del best seller The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness (Jim Crow è il nome dato alle leggi segregazioniste degli stati del sud, mentre colorblindness indica l’indifferenza dello stato verso le discriminazioni razziali).

Comune intenzione dei documentari è sensibilizzare l’opinione pubblica per allargare i movimenti popolari, perché solo con la mobilitazione dal basso si può sperare di invertire il sempre più anti-democratico corso della storia. 

 

Trailer di Requiem for the American Dream sottotitolato in italiano.

L’intero documentario in italiano:

 

Trailer di 13th in lingua originale. Sulla piattaforma Netflix il documentario è visibile anche in italiano. 

 

 Il XIII Emendamento di Abraham Lincoln, la sua falla e la prima incarcerazione di massa

 XIII Emendamento, nella cinquina degli Oscar con Fuocoammare di Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino 2016, è l’ultimo lavoro di Ava DuVernay, che nel 2014 con Selma è stata la prima regista afroamericana ad avere un film candidato agli Academy Awards nella categoria miglior film. 

Visibile su Netflix che l’ha anche prodotto, 13th porta il titolo dell’emendamento sull'abolizione della schiavitù. La burrascosa approvazione di quella legge avvenuta alla Camera dei Rappresentanti il 31 gennaio 1865, quando nel Congresso c’erano solo gli Stati dell’Unione essendo ancora in corso la Guerra Civile, era stata raccontata da Steven Spielberg nel film Lincoln del 2013. Concentrandosi sugli ultimi mesi di vita del presidente assassinato al Ford Theatre di Washington nell’aprile 1865, il film ne mostrava le mosse non sempre politicamente corrette per trasformare in emendamento il Proclama di Emancipazione da lui redatto nella notte di San Silvestro 1862-63.  Lincoln sapeva che se il suo executive order (il termine legale diventato popolare dall’insediamento di Trump) non fosse diventato legge prima della fine della guerra, il rientro degli stati Confederati avrebbe fatto carta straccia di quel provvedimento. Partendo dalla sua enunciazione DuVernay ne esamina la falla che avrebbe reso possibile il perpetuarsi della schiavitù dei neri sotto forme o nomi diversi:

 Né schiavitù o servitù involontaria, eccetto che come punizione per un crimine per cui il soggetto dovrà essere debitamente incarcerato, esisterà sul suolo degli Stati Uniti.

 In pratica, tutti sono liberi, tranne i criminali. Ecco la scappatoia che consentiva al sistema economico basato sulla schiavitù di continuare come prima. Con l’incarcerazione di massa dei neri per reati irrisori quali vagabondaggio o bighellonaggio la schiavitù uscita dalla porta rientrava dalla finestra, poiché una volta diventati “criminali” lo si resta anche a pena scontata, con la definitiva perdita dei diritti civili. 

 

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Da XIII emendamento una significativa immagine dei “criminali” delle prime incarcerazioni di massa

 

Dalla retorica della razza di Nascita di una nazione di D.W. Griffith all’era Trump

 Dalla creazione del mito “uomo di colore uguale criminale”, al quale Nascita di una nazione di D.W. Griffith del 1915 ha purtroppo dato un sostanziale contributo, soprattutto con la scena in cui una ragazza bianca si getta da una rupe pur di sfuggire ad uno stupratore nero e con l’eroicizzazione del Klu Klux Klan, Duvernay  arriva ai nostri giorni. 

Ecco allora le manifestazioni dei Black Lives Matter e le crude immagini delle violenze all’interno delle carceri e delle uccisioni per la strada di afroamericani disarmati da parte della polizia. E ancora lo scioccante montaggio alternato in cui i maltrattamenti subiti dai neri negli anni delle lotte per i diritti civili fanno da contraltare a quelli nei comizi elettorali di Trump, la cui voce fuori campo auspica il ritorno ai sani vecchi metodi repressivi di quei giorni.

Nel mezzo un excursus storico e visivo ci mostra tante tragedie collettive e personali. Come quella dei cinque minorenni, i presunti “stupratori” di Central Park del 1989, rimasti in un carcere per adulti per sei anni prima che le prove del dna ne rivelassero l’innocenza, ma per i quali Donald Trump aveva insistentemente chiesto il ripristino della pena di morte. E come quelle più recenti che hanno portato alla morte di Kalief Browder e di Trayvon Martin. 

 

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Da XIII Emendamento. In interviste televisive e mediante la pubblicazione del suo appello a pagamento sulla stampa, Donald Trump chiede il ripristino della pena di morte nello Stato di New York per gli stupratori di Central Park del 1989 poi riconosciuti innocenti.

 

Come Chomsky anche DuVernay insiste sugli ultimi quattro decenni, durante i quali la popolazione carceraria americana è passata da 300.000 a 2.300.000, rendendo gli Stati Uniti la nazione che, con il 5% della popolazione mondiale, ha il 25% dei carcerati del pianeta, il 40% dei quali è di colore.
Due aspetti vengono particolarmente approfonditi: il passaggio dalla retorica della razza a quella della lotta al crimine, con un ipocrita spostamento linguistico cominciato con Nixon, e l’ingigantirsi del business dell’intero sistema carcerario, con gli immensi profitti di ditte e corporation.

 

Il law and order di Nixon, Reagan e Clinton, la guerra alla droga e le nuove incarcerazioni di massa

 La necessità di legge ed ordine sbandierata da Richard Nixon ha un enorme impatto sulle comunità nere. Nasce un linguaggio in codice che parla di criminalità ma sottintende razza. E’ la nuova Southern Strategy repubblicana, mirata da una parte a colpire gli afroamericani e dall’altra a sottrarre al Partito Democratico l’elettorato bianco povero del sud, che di fatto passa nelle fila repubblicane. Vediamo Nixon parlare di guerra totale contro il crimine, di cui la droga è il problema numero uno. E poi sentiamo la registrazione in cui un suo funzionario, John Ehrlichman, rivela come la campagna presidenziale del 1968 avesse il preciso scopo di mandare pacifisti e neri in galera. 

 “La campagna elettorale di Nixon del ’68 e la Casa Bianca in seguito avevano due nemici: la sinistra pacifista e il movimento dei diritti cvili. (…) Facendo in modo che l’opinione pubblica associasse la marijuana agli hippy e l’eroina ai neri e criminalizzando entrambe, si poteva distruggere entrambi i movimenti. (…) Sapevamo di mentire sulle droghe? Certo che lo sapevamo.” 

 

 

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Da XIII emendamento Angela Davis, attivista nel momento delle Pantere Nere e del Partito Comunista, nel 1970 ai tempi del processo per cui Nixon e J.E. Hoover avrebbero voluto la sua condanna a morte. Davis era nella lista dei 10 criminali più pericolosi degli Usa.

 

 La droga è ormai un problema solo criminale da trattare in termini repressivi invece che sanitari o sociali. E con l’elezione di Ronald Reagan e l’arrivo del crack, la nuova droga per i poveri che si diffonde soprattutto tra le comunità di colore, la guerra si fa spietata. Nancy Reagan ne diventa la paladina, mentre nuove leggi stabiliscono incriminazioni e pene molto più severe per il crack che non per la cocaina. Fatta passare per questione morale senza distinzione di razza, la guerra al crack determina le nuove incarcerazioni di massa della gente di colore. 
Reagan strafinanzia il law and order spostando ingenti risorse dalle politiche sociali per potenziare polizia e carceri.  Siamo all’inizio della fine del welfare state

 

 Noam Chomsky: dallo smantellamento dello stato sociale alla plutonomia

 Se in 13th lo smantellamento dello stato sociale è solo accennato per ovvi motivi tematici, in Requiem esso, presupposto dei 10 principi della concentrazione della ricchezza e del potere, viene invece analizzato in modo ampio, fornendo il quadro generale in cui si inseriscono anche gli argomenti trattati da DuVernay.

 

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Una delle immagine grafiche che sintetizzano i 10 principi della concentrazione della ricchezza e del potere. 1. ridurre la democrazia; 2. plasmare l’opinione pubblica; 3. ridisegnare l’economia; 4. spostare il peso fiscale;  5. disgregare la solidarietà; 6. controllare i controllori; 7. manipolare le elezioni; 8. tenere a bada i sindacati; 9. costruire il consenso 10. marginalizzare il popolo.

 

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Fotogrammi tratti da Requiem for the American Dream. Noam Chomsky a diverse età.  La dissidenza e l’attivismo hanno accompagnato la sua carriera di professore universitario e linguista, portandolo anche ad essere arrestato per attività “antiamericane”.

 

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 Chomsky racconta come lo stato sociale, sopravvissuto al New Deal di F.D. Roosevelt non solo negli anni '50 e '60 ma persino nell’era Nixon che aveva varato alcune leggi a difesa di lavoratori, consumatori e ambiente, crolli in seguito alle pressioni sempre più insistenti di lobby e corporation. Organizzatesi negli anni ’70 per chiedere deregulation, privatizzazioni e riduzione delle tasse, esse vengono accontentate da Ronald Reagan.

Se si aggiunge il fatto che il mercato si sta globalizzando e che al primato dell’industria manifatturiera si sostituisce quello della finanza, poco importa che il cittadino medio americano perda la sua caratteristica di consumatore da salvaguardare. Altri cittadini di altre parti del mondo potranno fare le sue veci. E così a partire dagli anni ’80 il benessere di cui poteva godere la maggior parte degli americani se ne va in fumo. 

La mobilità sociale tra una classe e l’altra, che il buon sistema scolastico pubblico aveva reso possibile, si cristallizza e gli Stati Uniti si trasformano progressivamente nell’attuale plutonomia oligarchica che governa un enorme precariato, plasmato ad arte perché stia lontano dalla vita politica. Un precariato frantumato in lotte interne tra poveri, schiavizzato e reso ignorante dall’insulso intrattenimento della televisione, un precariato in cui gli istinti di solidarietà e aiuto reciproco sono rimpiazzati dall’egoismo. D’altronde una società controllata da chi detiene la ricchezza non può che rispecchiarne i valori. 

Siamo alla moderna realizzazione delle teorie proposte da James Madison nei dibattiti per la stesura della Costituzione, ossia impedire la democrazia al fine di proteggere la minoranza degli opulenti dallo scontento della maggioranza.  Soluzione opposta a quella di Aristotele che nella Politica teorizzava uno stato democratico in cui un apparato che oggi chiameremmo Welfare state riducesse le differenze sociali.  

E siamo al trionfo delle teorie che Adam Smith esponeva nel trattato La Ricchezza delle Nazioni del 1776 illustrando come la classe dominante inglese, allora costituita da commercianti e fabbricanti, fosse la principale artefice delle leggi. Oggi sono istituzioni finanziarie e società multinazionali “gli architetti della legislatura”, ma il principio è sempre quello: “tutto a noi e niente agli altri”.

 

 Il trionfo delle corporation nella legiferazione su crimini e pene, la gestione privata delle prigioni e il lavoro carcerario a costo zero.

 Le relazioni sempre più strette tra corporation e politica sono anche un aspetto rilevante di XIII Emendamento nelle loro ripercussioni sul sistema carcerario il quale, come istruzione e sanità, comincia ad essere privatizzato dai primi anni ’80, quando nascono la CCA (Correction Corporations of America) e l’ALEC (American Legislative Exchange Council). La CCA è un’impresa di costruzione e gestione che oggi controlla un quinto delle carceri americane. L’ALEC è un ente costituito da politici e da un numero impressionante di imprese private e corporation dove si redigono leggi che vengono poi portate in Congresso. L’ALEC, materializzazione del principio di Chomsky controllare i controllori, in ambito carcerario crea leggi mirate all’incremento dei prigionieri, in modo che le ditte fornitrici di servizi o sfruttatrici del lavoro gratuito aumentino i loro profitti. Due marchi contemporanei su tutti che hanno rinunciato al prison labor solo dopo essere state scoperte sono JCPenney e Victoria’s Secret. 

 Se il business è fiorito sotto le presidenze repubblicane, le severissime norme stese dall’ALEC e varate da Clinton nel 1994 sono la causa principale dell’attuale situazione carceraria della gente di colore. Tant’è vero che Bill Clinton, nonostante le scuse poste nel 2000, è stato contestato dai Black Lives Matter durante la campagna di Hillary. Anche lei appare in un paio di clip. Nella prima, quarantenne, parla della minaccia dei super predator, termine che equiparava alcune bande di minorenni a pericolosi criminali senza speranza. Nella seconda, in un confronto tv con Bernie Sanders per le primarie, uno spettatore le chiede come poteva pretendere di essere creduta dagli afroamericani dopo avere appoggiato le leggi di suo marito.

 Riguardo ai motivi che hanno permesso il susseguirsi delle incarcerazioni di massa senza che la comunità afroamericana si ribellasse, dice Van Jones:

 “La nostra comunità afroamericana è diventata incapace di difendersi per tutti i martiri seppelliti negli anni ’60 e ’70. I nostri leader sono stati eliminati, imprigionati, sotterrati nei cimiteri e poi avete scatenato questa guerra. (…) E quando estirpi un’intera generazione di leader diventi vulnerabile di fronte a Bill Clinton o a chiunque altro e ti fanno quello che vogliono.” 

 

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Da XIII Emendamento, il giornalista e attivista Van Jones.

 

In seguito al clamore suscitato da XIII emendamento, l’ALEC ha ritenuto opportuno riciclarsi, simulando la sua fine ma rinascendo il nome in Core Civic. E DuVernay è sicura che senza una presa di coscienza popolare che allarghi la base della protesta nulla cambierà. Conclusioni simili a quelle di Chomsky. Solo la forza dirompente dei movimenti popolari dei lavoratori, delle varie minoranze e della gente in generale hanno infatti consentito la conquista di importanti diritti non contemplate né nella Carta dei Diritti, né nella Costituzione. 

 

La necessità dell’impegno popolare e considerazioni su Trump in recenti interviste a Noam Chomsky e Ava Duvernay

 Più volte intervistato dalla rete di informazione indipendente Democracy Now, Chomsky è stato insieme a Harry Bellafonte l’ospite d’onore per il ventennale del network un paio di mesi fa, quando ha analizzato la situazione delle ultime elezioni. “Molti elettori di Trump della classe operaia bianca avevano votato per Obama” che aveva promesso “speranza e cambiamento” ma che poi quelle promesse non ha affatto mantenuto. Alle scorse elezioni si sono anche visti negare la  possibilità di votare per Sanders, nonostante l’incredibile movimento popolare che il senatore aveva messo insieme. Ecco che quindi si sono rivolti a questo “truffatore, che si è fatto avanti promettendo speranza e cambiamento.” Ma Chomsky auspica che il movimento progressista di Sanders non demorda,  convinto  molti degli elettori di Trump possano essere recuperati.

 Anche Ava DuVernay in un’intervista alla stessa rete ha ribadito la necessità di allargare i movimenti popolari, cosa che si può ottenere grazie alla diffusione della verità, soprattutto in questo momento in cui le bugie di Trump mirano alla riscrittura della storia.   

 “Il vostro lavoro (quello di Democracy Now) e quello che i documentaristi stanno facendo in giro per il paese è di grande importanza. Queste notizie false, questa completa riscrittura e distorsione della storia rappresenta il modo in cui ci stiamo spingendo verso un luogo sempre più pericoloso. E così bisogna smascherarlo ovunque lo vediamo, continuare a mostrarlo, assicurarsi che la gente ascolti e verifichi la realtà delle cose.”

 

Gli autori di Vorrei
Elisabetta Raimondi
Author: Elisabetta Raimondi
Disegnatrice, decoratrice di mobili e tessuti, pittrice, newdada-collagista, scrittrice e drammaturga, attrice e regista teatrale, ufficio stampa e fotografa di scena nei primi anni del Teatro Binario 7 e, da un anno, redattrice di Vorrei.
Ma soprattutto insegnante. Da quasi quarant’anni docente di inglese nella scuola pubblica. Ho fondato insieme ad ex-alunni di diverse età l’Associazione Culturale Senzaspazio.

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