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Vorrei | Rivista non profit


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20170906 carmelo eramo

Intervista al fotografo pugliese. Lo sguardo e l'obiettivo rivolti all'altra quotidianità, quella dei paesi da cui si continua a partire in cerca di lavoro, lontano dalle spiagge e dal folk-kitsch vacanziero. “Prima che tutto sia perduto”

Carmelo Eramo vive in quella Puglia che negli ultimi anni è diventata meta imprescindibile per le vacanze di mezzo mondo. Giovani creativi lombardi come miliardari americani o asiatici giungono sulle infinite rive della regione più orientale d’Italia attratti dal clima, dal mare, dalla cucina e da tutto l’armamentario folk-kitsch che pizziche e tarante hanno messo in piedi. Eramo però di tutto questo se ne frega. Nella sua fotografia questa Puglia vacanziera, gaudente, abbronzata e satolla non c’è. Tanto che il suo obiettivo preferisce piuttosto rivolgersi ad ovest, verso le colline e gli altipiani lucani dove - eccezion fatta per l’ingorgo di Matera - la folla non è arrivata. Anzi. Verso quei paesi da cui chi cerca da lavorare va via perché non ha scelta. Borghi dove gli anziani e i bambini (soggetto prediletto) vivono ancora le strade. È fra loro, fra vecchi piccoli e strade, che il bianco e nero di Eramo cerca il lirismo perduto. Setaccia e conserva (o preserva) una quotidianità alternativa alla liquidità contemporanea, rivendicandone la contemporaneità. Materiale resistente, insomma.

Quando e come hai cominciato a fotografare?
Una ventina di anni fa. Affascinato dalle copertine dei Pink Floyd di Storm Thorgerson. Mi affascinava quello che era possibile fare con la fotografia.

Cose molto diverse dalle tue produzioni attuali.
Completamente. Fotografie allestite, surreali. I miei primi lavori erano molto surreali.

E come hai capito poi di voler realizzare altro?
Guardando la fotografia italiana degli anni Cinquanta e Sessanta.

Fammi qualche nome.
Ferdinando Scianna prima di tutto. Il grandissimo Sellerio. Coloro che coniugavano il reportage con una fotografia più poetica e intimistica. La fusione di queste due dimensioni è quello che mi ha sempre affascinato, più della documentazione pura.

Quali sono le motivazioni e gli stimoli?
Comunicare, condividere, esprimermi. Fotografare è la mia forma di espressione.

Questo è un passaggio importante. Quando dici che è una forma di espressione, intendi di te o di cosa?
Egoisticamente ti dico che è espressione di me. Io penso che anche il reportage puro sia espressione di sé. Tutta la fotografia è espressione di sé. Ogni forma d’arte, credo.

Eravamo al tuo passaggio dalla fotografia surreale a quella ispirata dagli autori italiani.
Dopo una lunga pausa, nel 2011 ho ripreso in mano una piccola compatta e quasi per caso mi sono ritrovato a Grassano con l’idea di intraprendere un viaggio alla riscoperta delle origini perdute. Dei racconti dei nonni. Me ne sono reso conto girando per quei luoghi. Poi questo lavoro, questo vagabondaggio ha preso forma, è diventato il progetto “Prima che tutto sia perduto”. A questo tentativo di esprimere me stesso in questa specie di diario si è affiancata la voglia di raccontare la quotidianità dei luoghi, di salvare momenti che, me ne sono reso conto lì, avevo perso anche io. La mia infanzia è stata caratterizzata da quelle atmosfere, da quel modo di essere. Il vivere per strada, il condividere con gli altri. Volevo cogliere quella tonalità emotiva.

Quanta nostalgia c’è in tutto questo?
Molto meno di quello che si può pensare. Non è un vagheggiare un passato che non c’è più, è invece cogliere una quotidianità che si crede non esista più.

Rivendichi la contemporaneità di quel tipo di vita che difficilmente assoceremmo all’oggi.
Sì. Mi viene spesso detto che le mie foto sembrano scattate cinquant’anni fa. Che adesso non è più così.

Invece è “anche” così.
Ed è quello che io scelgo di fotografare. Diceva Scianna, quando veniva accusato di non fare fotografia di denuncia: rivendico la mia libertà di scegliere quello che comunica qualcosa a me e attraverso quello poi comunicare a voi.

 

20170906 carmelo eramo ritratto

 

È una scelta estetica?
È una scelta estetica, ma come ogni scelta estetica è anche etica.

Questo significa che tu preferiresti vivere in quel modo rispetto a, che so, la vita di una grande città.
Sì, sono innamorato di quello che fotografo. La lentezza e il blues meridionale.

Quella lentezza, l’indolenza non è anche un limite? Poco fa guardavo in tivù una intervista ad un abitante di Ischia che affermava che la sua casa distrutta dal terremoto non era abusiva perché aveva presentato le “carte” per sanare l’abuso da molto tempo. Come ho visto fare per tanti anni e a tanti livelli, scaricava la colpa su altro e su altri, lo Stato o il politico. La responsabilità è sempre di qualcun altro.
C’è anche questo, ma non si può negare che “giù da noi” - e non è vittimismo - siamo abbandonati. Ad eccezione che in posti facilmente sfruttabili turisticamente. Ad ogni modo l’indolenza che io racconto non è il disimpegno sociale e politico. È la malinconia, perchè non posso negare che le mie foto siano malinconiche.

Questo perché fotografi vecchi e bambini!
Fotografo vecchi e bambini per due ragioni. Perché mi piacciono tantissimo. I vecchi sono poetici, sono depositari di racconti, di memoria. E nei luoghi in cui amo andare ci sono soprattutto o solo loro. E i bambini mi piacciono sia perché come insegnante me ne occupo ogni giorno, sia perché sono le risorse.

La speranza?
La speranza forse è un po’ troppo sentimentalistico, retorico. Sono quello su cui bisogna lavorare.

Al fianco dei riferimenti visivi, ce ne sono di letterari? Viene facile pensare al Pasolini che contrapponeva la vita contadina alla società dei consumi. Sbaglio?
Pasolini fa parte della mia formazione culturale e intellettuale. Ma, ti sembrerà strano, anche la letteratura americana. La Beat generation di Kerouac e Ferlinghetti, l’idea del vagabondare, della dannazione e della beatitudine allo stesso tempo di questi posti, di questa gente e di questi personaggi. Vivendo al Sud sento entrambe le dimensioni, quella della dannazione quasi senza speranza e quella della beatitudine della letteratura americana di cui mi sono nutrito. Poi c’è anche l’esistenzialismo francese.

Quali sono i contemporanei che senti affini, fotografi e non solo?
Molti fotoreporter che sanno andare oltre il reportage. Come Antonin Kratochvil o Joachim Ladefoged dell’agenzia VII, o Paolo Pellegrin che adoro. Sono fotografi che vanno al di là del puro racconto e della pura cronaca, mettendoci se stessi. Non si accontentano di raccontare, utilizzano il linguaggio fotografico per emozionare, per cogliere l’essenza delle cose. Per creare immagini iconiche che trascendano il momento.

Quanta parte ha nel tuo lavoro la post-produzione?
Una parte importante. Ti cito Alex Majoli della Magnum: la post-produzione non è una fase separata della creazione dell’immagine, ne fa parte è forse è quella in cui decidi che fotografo vuoi essere. La post-produzione digitale di oggi, fatta in maniera oculata, è la camera oscura di una volta. E non può essere lasciata a terze parti. L’immagine viene creata, non viene soltanto “presa”.

A cosa stai lavorando attualmente?
Sempre a “Prima che tutto sia perduto”, con un rifacimento continuo, e a un reportage sulla situazione del petrolio in Basilicata. Non in chiave giornalistica, ma attraverso le storie delle persone la cui vita è cambiata con la presenza delle multinazionali del petrolio e di quelle persone che si oppongono a tutto questo, senza paura. Inoltre lavoro a progetti più intimistici e personali, direzione verso cui si sta spostando la mia fotografia.

I fotografi a cui facevi riferimento all’inizio dell’intervista lavoravano per i giornali, quotidiani e rotocalchi. Oggi salvo rare eccezioni, quello dell’informazione è un canale molto meno importante. Si fotografa per farne delle mostre o dei libri. Incide questo sull’approccio del fotografo?
Io penso alle mie foto sempre all’interno di un libro. Di un progetto d’insieme, senza trascurare il singolo scatto. Per cui per me non cambia nulla. Vedo invece che i grandi fotografi che hanno lavorato per decenni su commissione, venuto meno quel mondo, si sono fermati, fotograficamente non hanno più detto molto.

Cosa ti piace della tua fotografia e su cosa pensi di dover ancora lavorare?
L’espressività e la personalità del linguaggio, il fatto che non mi lascio condizionare dalle mode contemporanee. Da migliorare c’è tanto, a cominciare dall’entrare di più nelle storie e raccontare meglio la società.

Gianni Berengo Gardin tiene a sottolineare che la sua fotografia non è arte, è testimonianza. Mentre tu non hai reticenze a parlare di arte.
Non sono d’accordo con lui. Probabilmente non se ne rende conto, ma la sua è arte. Ogni forma espressiva è arte. Lui dice così perché è della vecchia scuola, si definisce un cronista. Probabilmente ha una concezione della fotografia artistica influenzata da molta merda attuale, puro esibizionismo estetico, storytelling inventato sul niente…

La fuffa?
Assolutamente fuffa. Forse è questo che porta Gardin a rifiutare di definire la sua fotografia arte e se stesso artista. Ma la sua è arte perché non è detto che ciò che è testimonianza non sia artistico. Artistico è ciò che è creazione, espressione, comunicazione.

 

 

Il sito di Carmelo Eramo

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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