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Intervista all'autrice di “I morti di Amelia”. La scrittura, gli studi, Amélie Nothomb, i social network

“I morti di Amelia” sono quelli già morti prima che lei li uccida. Se c’è chi crede che la vita sia degna di essere vissuta, la protagonista del nuovo romanzo di Arianna Giancani sostiene invece che siamo noi a dover essere degni di viverla. Altrimenti, ci pensa lei, giovane intraprendente e apparentemente anaffettiva, a privare della vita le persone che non mostrano di apprezzare il fatto di esistere.

Castigatrice assassina, Amelia ama la vita in modo incontenibile, i cadaveri che dissemina in questo libro, pubblicato da Edizioni Ensemble, sono quindi una sorta di avvertimento ai lettori. Seguendo le mosse e le logiche della protagonista, infatti, sorridendo di fronte ad uccisioni apparentemente assurde, ci si ritrova a riflettere sulle probabilità di poter essere una delle sue prossime vittime.

Già autrice de “Il male minore”, Arianna Giancani anche in questo libro sa esplorare le sfumature dell’essere uomo, anche le più inconsapevoli, raccontandole con parole attentamente selezionate per creare un ritmo fluido e incisivo allo stesso tempo.

I morti di Amelia coverParli di “morte” nel titolo, ma Amelia ama la vita... tanto da uccidere chi non la vive appieno. Cosa scatta in lei?   
Quello che succede ad Amelia è più simile alle conseguenze della fede che a uno “scatto”. È incrollabilmente convinta che sia necessario essere sé stessi, che ogni passo lontano da ciò che si è, sia una violazione della libertà. E lei è un’assassina che uccide chi inquina la vita, fosse anche non amandola abbastanza. Un’esagerazione letteraria, una pausa dalla ragionevolezza che la realtà ci chiede.

Lei ti ucciderebbe?
Francamente non credo. Ma non ci scommetterei.

Arianna chi è, agli occhi di Amelia?
Bella domanda! Mi mette in difficoltà ma mi diverte anche. Arianna per Amelia è una persona doppia, forse quadrupla, ma da quando ha cominciato a capirlo - e a capire che non è per forza un male - sta in equilibrio. E solo in equilibrio ci si muove.

Che rapporto hai con la morte e con gli omicidi?
Il peggiore dei rapporti. Sono paralizzata dall’idea della non esistenza. Non mi capacito del fatto che il rumore esista anche se non c’è nessuno ad ascoltarlo. La violenza, anche se so che fa parte di noi, mi lascia proprio allibita, non c’è niente da fare, infatti non è un caso non ce ne sia neanche un grammo nel libro. Sull’accettazione della morte ci sto lavorando fin dall’infanzia e... continuo a farlo  

La violenza, anche se so che fa parte di noi, mi lascia proprio allibita, non c’è niente da fare, infatti non è un caso non ce ne sia neanche un grammo nel libro.

Ricordi il momento in cui ti è venuta in mente l’idea alla base di questo libro?
No, anche questa volta mi sembra che il libro ci sia sempre stato. Non ho ancora la capacità di vedere prima quello che scrivo: so che succederà però, e fino a quel momento mi godo la magia.

Amelia ti torna in mente nelle tue giornate? In che occasioni?
Amelia non mi viene in mente spesso: è un groviglio sbrogliato e come tale penso a lei con leggerezza, raramente. Più che altro capita che mi venga in mente, sorprendendomi, il fatto di aver pubblicato questa storia. Mi coglie alla sprovvista l’apprezzamento di ogni lettore, i passi che il libro muove senza che lo spinga.

Accostano il tuo stile a quello di Amélie Nothomb e questo tuo libro al film “Il favoloso mondo di Amelie”. In queste comparazioni, ti ci ritrovi?
In quello con Amélie Nothomb sì: ho letto ogni suo libro e credo che, come accade a molti lettori, abbiamo dei pensieri in comune, inclusa, forse, la convinzione che la sostanza debba avere una forma adeguata. In quello con “Il favoloso mondo di Amélie” no: ma mi piace sapere che in quello che scrivo si trovi altro rispetto al mio sentire.

A chi vorresti essere accostata la prossima volta?
Non saprei, devo ancora credere al fatto di essere letta. Davvero... direi che miro ad essere Arianna Giancani e basta. Sono felice a dismisura di metterci la faccia, di avere una possibilità di esprimermi e farmi conoscere per quella che sono, picchi e bassezze. Essere conosciuta grazie alle mie storie mi ha regalato un senso di autenticità che è pura ebbrezza.

Stai scrivendo un nuovo libro?
No. Si. A metà. Ho cominciato qualche mese fa ed è stato stupendo, poi però non ho più avuto tempo per continuare. Adesso infilo le parole nei momenti liberi, ma so che un altro libro verrà fuori solo dal vuoto.

 

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Quando inizi a scrivere un libro? In uno stato emozionale o in una stagione particolare?
Le prime tre storie che ho scritto, due delle quali sono state pubblicate, sono nate da momenti liberi, in cui non mi sentivo in dovere di fare. So anche, però, che scrivo una storia quando ho superato qualcosa, quando ho sciolto un nodo.

Sei avvocato. Quanto influisce il tuo background legale nel tuo stile di scrittura?
Poco, ma in maniera significativa. Ho superato l’esame di abilitazione ma non ho mai esercitato: per questo la mia esperienza con la legge raramente si trasforma in contenuti. Ma, riguardo allo stile, i miei studi mi hanno consegnato la disciplina che mi serve per dare ordine ai pensieri.

Cosa speri e cosa temi, prima della presentazione di un tuo libro?
C’è una cosa che mi piacerebbe accadesse e che, finora, è successa solo in parte: sentirmi porre domande che portino in luoghi diversi dal mio libro. La notte prima, anzi, molte delle notti prima, di una presentazione, mi spaventa la sensazione di non sapere spiegare ciò che ho scritto. È come se i miei pensieri fossero imprigionati nelle esatte parole del libro: se provo a usarne altre, mi sento goffa e affaticata.

È come se i miei pensieri fossero imprigionati nelle esatte parole del libro: se provo a usarne altre, mi sento goffa e affaticata.

Sei stata ospita di Gigi Marzullo a Sottovoce. Come è andata? Reputi utile per una scrittrice andare in una trasmissione televisiva?
L’esperienza da Marzullo è stata irreale. È iniziata, si è svolta ed è finita senza alcun appiglio alla realtà: inattesa, incomprensibile. Un treno all’alba, un trucco più simile a un dipinto, microfoni, facce note e stordimento. Ma non mi sono dimenticata di divertirmi. Sinceramente credo che un’apparizione in tv possa tutto e nulla: è una vetrina e quindi, teoricamente, può esporti agli occhi di chi può cambiarti la vita.

Che rapporto hai con i social network?
Prima di pubblicare il “Male minore” non avevo un profilo Facebook (che, ad oggi, è l’unico social network che uso). Mi faceva paura lasciarmi inghiottire da un posto in cui l’urgenza di mostrarsi e dire supera quella di guardare e ascoltare. E mi piaceva essere un po’ slacciata dal movimento perenne di una rete. Quando ho pubblicato, però, mi hanno detto che non potevo non avere almeno un social e oggi ne prendo i lati positivi per una persona e per una scrittrice. Dopotutto, come con tutte le cose che intossicano, l’importante è la dose.

ariannaAnche prima della pubblicazione hai spesso anticipato in Facebook brani di tuoi libri: autopromozione? O spontaneo entusiasmo?
Entrambe le cose. Ci sono giorni in cui, oltre che di scrivere, ho l’urgenza di sapere che le mie parole arrivino anche solo ad un’altra persona, trasformandosi così in idee. Ma a volte ho soltanto paura che questo momento magico passi, che chi mi ha letto o potrebbe farlo si scordi dei miei libri. E allora “posto”.

Hanno “appioppato” ai tuoi libri tutti i colori (o quasi) definendolo giallo, poi nero, e anche rosa.... noi te li facciamo scegliere. Anzi, scegli un artista per “i morti di Amelia” 
Non ho scritto il libro con un colore nella penna. Pensandoci, però, credo ci sia del nero, del giallo e del rosa in effetti. Fatico un po’, invece, ad associarlo ad un’opera d’arte ma c’è qualcosa, nel mondo di Amelia, che mi ricorda alcune delle opere dell’illustratrice Nicoletta Ceccoli.

Arianna Giancani nasce a Palermo nel 1983 ma si trasferisce giovanissima in provincia di Milano. Laureata in Giurisprudenza, si è occupata di Diritto penale. “I morti di Amelia” è il suo secondo libro, dopo “Il male minore”, entrambi pubblicati da Edizioni Ensemble.


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