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Il quinto album solista, le prove del tour e il racconto di una rivoluzione per la musica alternativa italiana. Gli anni Novanta nella nostra intervista a poche settimane dall'uscita di La mia generazione

Mauro Ermanno Giovanardi ha da poche settimane pubblicato per la Warner La mia generazione, il suo quinto album solista. Un tributo a quella straordinaria stagione per la musica alternativa italiana che furono gli anni Novanta. Una rivoluzione, così la chiama lui, che portò la discografia delle grandi major a puntare l’attenzione su gruppi di giovani musicisti cresciuti a new wave e garage rock. Non durò molto a lungo ma produsse alcuni dei migliori album rock degli ultimi venti, trenta anni in Italia. Per capirci, erano i tempi in cui i CSI producevano dischi come Ko de mondo e Linea Gotica, i Marlene Kuntz Catartica e Ho ucciso paranoia, gli Afterhours Hai paura del buio, gli stessi La crus di cui Giovanardi era frontman Dentro me. L’elenco potrebbe essere lunghissimo se pensiamo a lavori fantastici come quelli prodotti anche dagli Almamegretta, dai 99 posse e così via. La musica in formato digitale - inteso come streaming - non esisteva ancora (Napster sarebbe arrivato solo nel 1999) e si andava di CD e di musicassette. L’industria discografica era florida e neppure nei peggiori incubi prevedeva quello che sarebbe successo di lì a poco, con il tracollo delle vendite e l’esaurirsi della vena creativa di gran parte degli autori di quell’ondata.

Per La mia generzione Joe ha selezionato 13 canzoni di quegli anni e li ha “giovanardizzati”, li ha fatti propri grazie sì ad una voce inconfondibile (e bellissima, si può dire?), ma anche ad uno stile ormai maturo, in cui amalgama l’impeto rock and roll delle origini con la cura delle liriche e le atmosfere ora cinematografiche, ora cantautoriali.

In vista dell’imminente tour, siamo stati con lui e la sua band in sala prove per l’intervista che segue e per qualche ripresa. Per conoscere poi brano per brano l’album abbiamo pensato di raccogliere le note che lo stesso Giovanardi ha scritto, le trovate in fondo all’articolo.

 

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Proviamo a fotografare la tua generazione. Il primo lampo nei miei ricordi è Something about Joy Division, il tributo alla band di Ian Curtis del 1990. Tu cantavi nei Carnival of fools un pezzo che è un monumento, “Love Will Tear Us Apart”.
Con Manuel (Agnelli, Ndr) al pianoforte.

La generazione a cui ti riferisci è una questione di affinità tutta interna alla musica o ti riferisci anche ad altro?
Non era assolutamente solo musicale. Tutti noi arrivavamo da un percorso alieno, alternativo. Eravamo più vicini ai centri sociali che alle major. Alle autoproduzioni che non ai network. Era qualcos’altro, era cercare di raccontarsi, di raccontare il proprio sentire con un tipo di cultura, musicale e non, che arrivava dall’Inghilterra e dall’America. Trasformandolo e trasportandolo in Italia. Nel disco racconto quella stagione e quella congiunzione astrale favorevole. Spesso una rivoluzione è frutto di più fattori. Lì c’eravamo noi che, dopo anni in cui si scimmiottava quello che arrivava dall’Inghilterra e dall’America, abbiamo capito l’importanza di farci comprendere da chi ci ascoltava in prima fila. La maturazione per arrivare a fare qualcosa di più personale. Poi c’era la discografia che ha capito che questa scena sarebbe potuta arrivare ad un pubblico più vasto. Terza cosa i ragazzi coetanei, orfani di gruppi musicali italiani che raccontassero questo sentire. L’irripetibilità di quella stagione sta proprio nella coincidenza di questi fattori. Tutti noi siamo passati da concerti con cento, duecento persone a duemila, tremila. All’ultimo concerto dei Carnival of fools, un festival in provincia di Varese, c’erano trecento persone. Otto mesi dopo in piazza San Giovanni (a Roma, Ndr) ne avevamo davanti settecentomila.

 

 

Per la mia generazione la condivisione era andare tutti insieme a un concerto. Adesso la condivisione passa attraverso un mi piace.

Pensi che le motivazioni che portano un ragazzo a scegliere di fare musica siano sempre le stesse o sono cambiate radicalmente?
Caspita sono così diverse! È così diversa la società in cui viviamo. Per la mia generazione la condivisione era andare tutti insieme a un concerto. Adesso la condivisione passa attraverso un mi piace.  Parlando di musica dobbiamo considerare un pre-Napster (il primo dei servizi di distribuzione digitale online della musica, Ndr) e un dopo-Napster. Noi eravamo ancora figli dell’utopia della rivoluzione, per certi versi. Mi sembra che il nostro approccio fosse più spirituale. Perché credo che l’humus culturale in cui vivevamo ce lo permettesse, ora è fuori moda. Forse siamo stati più fortunati, c’era un altro tipo di mercato, c’erano delle major che credevano nei progetti, cercandone di diversi uno dall’altro. Non avevamo i talent. Un ragazzetto di sedici anni che guarda X Factor o Amici interiorizza che quella roba lì sia far musica, al di là di quello che può uscirne e dei talenti che possono esserci dentro. Da ragazzetto il mio riferimento era Jim Morrison. Mi ha rovinato Nessuno uscirà vivo di qui! (la biografia del leader dei Doors scritta da Jerry Hopkins e Daniel Sugerman, Ndr). L’immaginario è completamente diverso.

Quali sono tue motivazioni oggi?
Sono quelle di sempre. Ritengo di essere una persona fortunata rispetto a chi fa un altro tipo di mestiere. Ho la fortuna di poter lasciare un piccolissimo segno del mio passaggio. E voglio che sia il più aderente possibile a quello che sono. Alla fine sei quello che fai e quello che lasci. Ora soprattutto che sto facendo un percorso da solista, che comporta e permette meno mediazioni rispetto a quando ero con i La Crus, ho più responsabilità ma anche più libertà di azione. Voglio, non posso fare altrimenti che pensare a progetti e portarli a termine. L’idea di costruire immaginari ad ogni disco. Per me un disco non è mai solo dieci canzoni di fila ma un percorso. Una volta si chiamavano concept, ora l’idea di album è demodè e si è tornati agli anni Sessanta, alla canzone per i 45 giri. Ma mi piace pensarmi in questo modo.

Separazione fra mainstream e scena alternativa. Esiste ancora o è scomparsa con il primo posto in classifica di Tabula Rasa Elettrificata (album del 1997 dei CSI, arrivato al primo posto delle vendite grazie alle circa 50mila copie vendute nella prima settimana di uscita)?
In realtà Tabula rasa credo che sia arrivato primo in classifica perché frutto di un percorso, per questo è così iconico come la canzone che ho scelto per La mia generazione, Forma e sostanza. Non è arrivato per caso, pur essendo diventato un caso discografico. Era primo in classifica ma nessuna radio commerciale lo metteva, forse solo la RAI. Sono stati bravi a fare un percorso molto preciso e arrivare a riempire i palazzetti. Per me è sempre stato un po’ quello l’obiettivo con i La crus: trovare un punto in cui far convivere la canzone popolare con la qualità. Ci ho messo un po’ tanto, ma con Io confesso è successo. Con i La crus il tentativo era sempre quello di trovare la sintesi fra un background altro, alieno, e il recupero della canzone d’autore, le grandi melodie. Non per diventare mainstream ma per trovare l’equilibrio fra la canzone popolare e la qualità.

Voi avevate Nick Cave e la New Wave come riferimento. Per una band oggi quale potrebbe essere?
Spero che non sia solo Le focaccine dell’Esselunga!

È un caso che nella scaletta non ci sia nulla nato sotto la linea gotica?
È un caso. Necessariamente ho dovuto fare delle scelte, altrimenti avrei dovuto fare un’enciclopedia. Ho preso dei pezzi, e per far sì che che non fosse un disco di cover ma di versioni, per ogni brano sono partito dal testo, dalle parole. Ho dovuto trovare cose molto vicine a me, per poterle fare mie al cento per cento. Squartarle, vandalizzarle e farle diventare dei pezzi miei. Tredici pezzi sono comunque tanti, artisticamente ed economicamente. Produrre un disco costa quanto quindici anni fa, ma se ne vende un decimo. Per cui è stata un’impresa produttiva importante. Comunque sì, è un caso, ma dal vivo faremo un pezzo dei Tiromancino e uno dei Virginiana Miller.

Escono dei dischi che potrebbero anche non uscire e ingolfano il mercato. 

Tu parli di un prima e di un dopo Napster. Per te quali sono stati gli aspetti positivi e quali quelli negativi dell’avvento della distribuzione digitale della musica?
Da un punto di vista sociale è una rivoluzione pazzesca. Se sei bravo puoi bypassare tutto: con 300 euro ti fai un disco a casa, poi ti crei un pubblico sulla rete, te lo puoi promuovere, vendere… Dall’altro punto di vista lo possono fare tutti, ma forse di tutti non ci sarebbe la necessità. Manca un filtro: vent’anni fa se volevi pubblicare facevi il giro delle sette chiese, delle etichette, magari uno ci capiva uno no… ma uno come Senardi (presidente della Polygram Italia dal 1992 al 1999, come Blackout pubblicò in quegli anni dischi di Subsonica, Afterhours, Carmen Consoli, Negrita, Modena City Ramblers, C.S.I., Africa Unite, Casino Royale e Marlene Kuntz, Ndr) di quella rivoluzione è stato fra i protagonisti. Dava dei consigli, diceva: questo progetto è una figata ma devi lavorare, sulla melodia, sui testi… Cercava un mondo sonoro diverso. Se non hai filtri, non hai nessuno che ti può aiutare. Magari sei un grande talento e non ce n’è la necessità, ma quelli che tutto questo talento non ce l’hanno? Così escono dei dischi che potrebbero anche non uscire e ingolfano il mercato. Esce così tanta roba che a un certo punto io ci rinuncio e non ascolto più nulla.

Quali sono le fonti da cui attingi per scoprire musica interessante?
Quando lavoro non ascolto nulla. In 16 anni di La crus abbiamo sempre fatto un anno in studio e un anno in tour, così mi sono disabituato ad ascoltare musica. Quando lavoravo da Zabrinskie Point e poi da socio della Vox Pop, ne ho ascoltata così tanta! Ascolto un po’ sempre le stesse cose. Soprattutto in macchina.

Un tempo il lavoro di selezione lo facevano giornalisti e speaker della radio.
I palinsesti delle radio sono così un delirio, c’è così poco spazio per le novità. Il mondo delle radio è proprio un altro gioco.

 

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Come potrei insegnare a mia figlia a distinguere la musica interessante, bella, buona dal resto?
Io intanto le farei ascoltare i dischi che piacciono a me, sperando che l’affascino più di una puntata di Amici.

Tenco era un proto-punk.

Tu sei molto bravo a tenere insieme l’attitudine rock and roll con la canzone d’autore.
Ho necessità di tutte e due. Sin dal primo disco dei La crus, che sono stati proprio un tentativo di far convivere due mondi sulla carta distantissimi. Da una parte il nostro background fatto di Sex Pistols e Joy Division fino ai Massive Attack, e dall’altra il recupero di quella che per me era la parte più importante della canzone italiana dal punto di vista letterario, cioè quella d’autore. Per cui l’idea di fare canzone di qualità, che non fosse la canzonetta, con un vestito che non fosse quello di cinquanta anni prima. Perché secondo me ai suoi tempi Tenco era un proto-punk. Anche dopo i La crus, la mia idea è stata ed è quella di spostare l’immaginario, come se ogni canzone potesse essere una colonna sonora. Ho la necessità di fare un lavoro sulla parola così come di qualcosa di rock and roll, che nel disco ci siano anche brani che vanno a 140, 150. È così anche quando faccio concerti con solo piano e tromba, con De Rubertis e Paolino (Milanesi, Ndr): ho necessità di mettere dentro anche pezzi che tirano. Per dare dinamica e per spiazzare, altrimenti diventa quella roba vecchia da cantautore.

Mi incuriosisce capire come funziona il meccanismo con cui fai “tue” canzoni che tue non sono. 
Parte sempre dal testo. Qualsiasi pezzo faccio, devo sentire che posso farlo arrivare dalla pancia. Quando sento che posso cantare questo tipo di storia, penso: posso farla mia e agisco come fosse mia. Certo devi cercare di rispettare lo spirito originale, ma quando trovo il testo e la melodia che sento come scritti da me, allora me ne approprio, trovo il mio immaginario sonoro. Mi ha fatto molto piacere sentire Luca Morino (ex Mau Mau, Ndr) quando mi ha detto che gli è piaciuta la mia versione di Corto Maltese: “riesci a giovanardizzare tutto quello che fai”. Questo perché mi interessa fare delle versioni, le cover le lasciamo fare alle tribute band.

Mi interessa fare delle versioni, le cover le lasciamo fare alle tribute band.

Corto Maltese è la mia preferita dell’album.
Anche la mia. Nel disco non c’è un pezzo, non c’è una nota che non avrei messo così, ci ho messo un anno per farlo! I brani sono tutti figli uguali, però ce n’è uno che è più uguale degli altri. Forse perché Corto Maltese, più ancora che Nera signora, è venuto più La crus di tutti. Potrebbe essere un Dentro me due punto zero. Ha quella ritmica trip-hop, la chitarra arpeggiata, il mio tono. Mi ricorda quel tipo di suono, quello del disco dei La crus che forse amo di più. Davide Rossi ha fatto una orchestrazione fighissima.

Come hai lavorato negli anni sullo strumento voce?
Ho avuto la fortuna di avere una insegnante di canto negli anni Ottanta, Françoise Godard , metà inglese e metà francese e solo cinque anni più grande di me. Mi diceva che solo noi italiani pensiamo che la voce sia un dono. Invece va allenata. Tre anni di esercizi per farmi capire come usare la voce. I suoi insegnamenti sono tornati utili nel tempo. Il vero cambiamento è arrivato quando ho cominciato a cantare in italiano e la voce si è abbassata naturalmente. Poi provando in studio e non in sala prove, dove invece devi urlare. Altro step importante c’è stato quando ho fatto Cuore a nudo con Barovero e Paolino. Una palestra importantissima perché con solo il pianoforte e la tromba come controcanto, non puoi nasconderti. Senti tutto e cresci molto. E poi, ancora, un lavoro quotidiano sul controllo e sull’espressione. Vedendo sempre quello che faccio. Ogni verso devi essere concentrato, non puoi mollare mai. Un concerto sono venti storie da raccontare, se non le vedi tu, neanche dall’altra parte le vedono.

Nelle tue canzoni non c’è politica.
Non è necessario. C’è il rischio della retorica, non mi interessa. Puoi far capire chi sei anche raccontando del rapporto con la tua donna. Io penso che anche se uno non sa dove sono schierato (anche perché neppure più io so dove sono schierato…) credo possa immaginare: “Joe secondo me non vota Lega”. Ho un altro tipo di percorso. Poi ognuno fa quello che vuole, ma non vedo la necessità di sottolinearlo.

 

 

MAURO ERMANNO GIOVANARDI
racconta La mia generazione, brano per brano

 

 

 

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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