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Intervista al deputato PD: i dati Istat sulla lettura, la valorizzazione del patrimonio culturale, 18app, i caschi blu della cultura e un bilancio della legislatura al traguardo

Gli italiani leggono meno libri e gli studenti in particolare. I dati diffusi dall'Istat alcuni giorni fa hanno ricordato a tutti la questione. Paradossale visto che i festival, i saloni e le fiere del libro di moltiplicano anno per anno. Christian Raimo, scrittore e insegnante, sostiene che la promozione alla lettura è insufficiente e quella che si fa è fatta male. Di questo e di altro abbiamo voluto parlare con Roberto Rampi, deputato del PD e componente della VII Commissione, proprio quella che si occupa di Cultura, Istruzione e Scienza. Il suo mandato è ormai al termine come per tutta la legislatura, quindi è anche tempo di fare un sintetico bilancio del suo lavoro. In questi anni “complicati” per la politica, densi di cambiamenti anche molto profondi, Rampi è anche riuscito a ritagliarsi il tempo per scrivere un piccolo libro, “Assassinio a Montecitorio” con la prefazione di Walter Veltroni e le illustrazioni di Cesare Damiano. Chissà che questo non sia un giorno il suo nuovo lavoro. Quello di scrittore, non di assassino...

 

Lo spot per la campagna “Io leggo, e tu?” del Mibact per la promozione della lettura

 

Qualche mese fa ho aiutato mia figlia diciottenne nella procedura per ottenere il Bonus cultura, ovvero 18app. Non è stato semplicissimo ma ce l’abbiamo fatta. Ha cominciato comprando libri e cd. Però c’è da dire che lei lo faceva già, è una “cattiva” abitudine ereditata. Che ritorno c’è stato finora per questa iniziativa?

 Il ritorno è stato molto positivo. Sia in generale sia in particolare per la scelta di libri. Che è stata di gran lunga la prevalente. Da pochi giorni lo abbiamo rinnovato coprendo così tre anni. Io credo debba diventare una misura stabile. Per arrivare sempre di più a quei ragazzi e a quelle ragazze che le “cattive abitudini” a casa non le hanno. È questo l’obiettivo.

A me sembra che ci sia, nel nostro Paese, una ipocrisia di fondo: ci immaginiamo ancora il paese del Rinascimento ma nella realtà, oggi, il livello di consapevolezza culturale medio ci vede nella parte bassa delle classifiche europee, basta guardare alla spesa pubblica per cultura e istruzione. Gli ultimi governi hanno per fortuna invertito la tendenza, ma — forse — bisogna superare la retorica della Grande bellezza e pensare a un new deal culturale.

Sono molto d’accordo per quanto riguarda la spesa. La risalita è iniziata. È stata anche significativa. Ma era stato scavato un baratro e risalire è lungo. Si è però indicato una priorità. Io sono contro la retorica del patrimonio. Che a volte addirittura uccide il contemporaneo. Però credo che lo spirito del Rinascimento sia soprattutto una capacità creativa. E questa penso sia una nostra caratteristica. Naturalmente con tutti i dovuti limiti di queste categorie.

 

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Filippo Del Corno (assessore del Comune di Milano), Roberto Rampi e Dario Franceschini (Ministro per i beni e le attività culturali)

 

Ne parlavamo tempo fa su Vorrei. La valorizzazione viene sempre più intesa come mettere a valore, far fruttare il patrimonio storico artistico. Si parla sempre dei grandi numeri nei grandi musei ma si trascura di considerare e valutare quanto questo poi diventi davvero cultura. Il turismo mordi e fuggi ci fa davvero bene? Dire di essere stati a una mostra o agli Uffizi, farci il selfie con la Medusa di Caravaggio senza capirci nulla a chi o cosa serve?

Anche qui condivido. Valorizzare non è quello. È piuttosto una consapevolezza popolare, diffusa. L’idea che la cultura non sia un fatto per elite. Cosa diversa è la moda della cultura. E il mordi e fuggi. Che è una chiave del nostro tempo in tutti i campi. Però il turismo culturale è invece uno strumento potente per proporre mete diverse dalle solite e anche tempi diversi dalle stagioni di punta. Il nostro potenziale di piccoli e medi luoghi di interesse può diventare un grande strumento di cultura diffusa. Io credo che ci siano segnali positivi in questo senso. Tante importanti esperienze locali.

Sarà per una questione di comunicazione, sarà perché nessuno sembra voler affrontare la complessità dei ragionamenti e ripiega sugli slogan, si usano i numeri come una clava: i visitatori e i turisti in Italia sono aumentati, quindi va tutto bene madama la marchesa. Si fanno anche analisi qualitative sul tessuto territoriale e sociale?

Si ne esistono. Io sono diffidente verso i numeri freddi. I numeri vanno sempre letti e interpretati. Sono per un approccio qualitativo. E per promuovere la consapevolezza della complessità. La grande sfida della Politica è rendere popolare senza banalizzare. Non va molto di moda. Ma penso che tornerà di moda. Perché non esiste in altra strada per la democrazia se non quella della cultura diffusa. Se no la democrazia semplicemente non può essere.

 

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Tu hai lavorato alla nuova legge sullo spettacolo e qui in basso riportiamo il tuo intervento in aula. Ci spieghi brevemente cosa cambia?

Per prima cosa si riconosce la funzione delle spettacolo con una norma dedicata. Che permette una revisione complessiva del quadro legislativo. Finora in parte era assente in parte fermo a trenta o settanta anni fa. Quindi mancava il riconoscimento di interi settori culturali e molti strumenti erano superati, carenti, derivati da altre normative. Tutela dei lavoratori del settore, semplificazione, sostegno all’internaziionalizzazione, riduzione delle differenze tra le aree del Paese e tra centro e periferia sono alcune delle norme più importanti che necessitano di decreti attuativi. Invece da subito ci sono più risorse, detrazioni fiscali, credito d’imposta. 

Un’altra delle iniziative di cui sei fra gli artefici è quella dei caschi blu della cultura. Anche in questo caso, spiegaci cos’è e a che punto siamo.

È l’idea fondamentale che oltre alle vite umane dalle guerre, dalle violenze e dalle calamità naturali vadano tutelati anche i patrimoni storico-artistici. Perché sono patrimonio di tutti. Soprattutto di chi verrà in futuro. Gli scempi al museo del Cairo o a quello di Mosul, a Ninive, a Palmira sono una perdita incommensurabile. Siamo riusciti a far passare questa idea. Prima in Italia e poi nel mondo. Oggi i cascinali della Cultura sono una realtà e l’Italia è il primo paese ad aver dedicato uomini del nucleo dei carabinieri specializzato ma anche studiosi del settore a questo. Potranno intervenire su mandato delle Nazioni Unite. È un risultato incredibile se penso a quanto io stesso pensavo fosse utopica la mia pensata all’inizio. Bisogna però continuare a farla crescere.

 

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Villa Reale di Monza: Roberto Scanagatti, Margherita Brambilla, Marta Galli,
Roberto Escobar (direttore del Piccolo Teatro di Milano) e Roberto Rampi

 

In ambito locale quali sono le questioni che hai seuito meglio?

Ho cercato di rappresentare questo territorio. Di contribuire a risolvere alcune crisi aziendali. In alcuni casi con successo in altri meno. Ho seguito tante vicende poste da singoli cittadini, da aziende, da Comuni. Anche qui in alcuni casi raggiungendo gli obiettivi in altri non riuscendoci. Conservo tante mail di persone. E ogni volta che si riesce a risolvere un problema per qualcuno è davvero impagabile.

Qual è il tuo personale bilancio di questo primo mandato da deputato? Tante cose sono cambiate da quando salutavamo l’elezione dei golden boy della Brianza.

Si ne sono cambiate tante. È un tempo non facile per chi crede davvero nella Politica come un impegno corale e collettivo per provare a migliorare e innovare. È stato un onore il sostegno di tanti cinque anni fa alle parlamentarie. Aver potuto impegnarmi su scuola e cultura che considero fondamentali. Ho messo il massimo dell’impegno. In tanti mi riconoscono presenza e correttezza. Certo ci sono anche i rammarichi, gli errori, quel che non si è riusciti a fare. Ma penso che bisogna guardare sempre a ciò che di positivo si è fatto non per dire che va tutto bene ma come sprone a fare sempre meglio. 

 

 L'intervento in Parlamento di Roberto Rampi

sulla nuova legge per lo spettacolo

 

 

Quello che oggi andiamo ad affrontare è un tema veramente importante, lo dimostra anche il numero significativo di disegni di legge che sono abbinati al provvedimento in esame, a dimostrazione che le diverse forze politiche e diversi colleghi parlamentari hanno voluto su questo provare a legiferare in materia. È da un certo numero di legislature che si cerca di arrivare ad una conclusione, che noi vediamo oggi finalmente prossima. Noi crediamo che questo disegno di legge, così come è stato elaborato dal Senato, così come abbiamo avuto modo di contribuire a svilupparlo lavorando con i colleghi del Senato, davvero contenga quello che serve al mondo dello spettacolo.

Vorrei veramente che, attraverso le mie parole, da quelle porte potessero entrare in quest'Aula le donne e gli uomini che tutti i giorni lavorano nel settore dello spettacolo.

I viaggiatori della luna, una delle immagini più belle che ho imparato in questo lungo percorso di quasi due anni di confronto con queste persone, quelli che, tutte le settimane, tutti i giorni, tutti i fine settimana, nelle feste di paese, nelle nostre piazze, fanno sorridere una bambina o un bambino. Penso ai commedianti, a quelli che sul palco ci tendono la mano e ci trasportano con una parola in una foresta o in un oceano, senza bisogno nemmeno di un effetto speciale. Penso a tutti quei musicisti che, con la loro arte, accompagnano la nostra vita e, facendoci incrociare una canzone, sono in grado di cambiarci l'umore della giornata. Ai danzatori.

Ecco, una democrazia ha bisogno di questo, ha bisogno di loro e ha bisogno di tutti quelli che stanno dietro a loro; ha bisogno dei tecnici delle luci, ha bisogno dei tecnici del suono, dei grafici che raccontano queste storie, di chi organizza le date, di chi le promuove, di chi le vende, dei luoghi dove realizzare lo spettacolo.

Perché - e questo è il nodo dell'articolo 1 di questo provvedimento - la Repubblica dovrebbe riconoscere chi lavora in questo settore? Perché noi sappiamo che la democrazia è nata con il teatro, la democrazia vive con la cultura diffusa, la democrazia si sviluppa se ci sono i luoghi dello stare insieme e i luoghi dove si vivono delle emozioni condivise, non solitarie, non solipsistiche, ma condivise, dove nello stesso momento si vive la stessa emozione; questa è la prima base di un'aggregazione, che poi diventa democrazia, in tante forme, si trasforma nel corso del tempio, prende strade differenti. La cultura è il sale di una democrazia.

Per questo il Parlamento italiano, oggi, innanzitutto riconosce - tra l'altro, con un impegno che abbiamo preso, colleghi, in quest'Aula, tanto tempo fa, quando abbiamo votato una mozione e abbiamo provato a ipotizzare di fare finalmente un intervento - a queste persone che svolgono questo lavoro il fatto di essere, al tempo stesso, persone che, lavorando, provano ad ottenere il loro reddito e anche un guadagno. Perché sottolineo questa cosa? Perché per tanto tempo questo è stato un tabù, come se operare nella cultura dovesse essere necessariamente separato dalla dimensione economica, come se le due cose non dovessero mai incrociarsi, come se la cultura fosse un che di angelico che, quando incontra il denaro, perde la sua dimensione spirituale e qualificante.

E invece non è così, anzi, la dimensione economica - il mercato dello spettacolo, la possibilità di far tornare i conti, di guadagnarci, di vivere dignitosamente - è una dimensione rilevante e oggi è una strategia di politica economica e di politica di sviluppo di questo Paese. Noi pensiamo, con questo disegno di legge, di sostenere un pezzo dell'economia del Paese e un pezzo delle attività industriali e produttive di questo Paese che sono collegate all'industria dello spettacolo.

Però, come dicevo, quest'industria non produce solo economia, la produce ed è importante; non produce solo lavoro, e anche quello è importante. Questa industria produce - guardate, è un termine non mio, ma che in uno dei tanti incontri è emerso - felicità, è l'industria della felicità, cioè produce, appunto, quelle emozioni condivise e prova a creare le condizioni per stare bene, per vivere meglio, per avere degli effetti positivi nella vita delle persone di ogni giorno.

Qualcuno ha studiato - io sono convinto di questo - come ci sia anche un elemento collegato alla salute, e in questo tempo in cui siamo diventati così bravi a curare le malattie del corpo, ma in cui emergono sempre con più forza le malattie dell'anima, una delle cure fondamentali delle malattie dell'anima è esattamente la cultura e in particolare lo spettacolo, che produce qualche cosa di unico ogni volta, di unico e irripetibile. Pensate quanto abbiamo bisogno, in questo tempo in cui tutto rimbalza e in cui tutto si ripete, di qualche cosa di unico e di irripetibile: questo è lo spettacolo dal vivo.

Ed è questa la ragione per cui, nell'articolato di legge noi ci organizziamo per dare sostegno a questo settore e, quindi, pensiamo, ad esempio, con le deleghe al Governo, di rivedere tutto l'articolato normativo per la prima volta, perché questo è un settore che subisce il fatto di essere normato in modo indiretto e, quindi, in alcuni campi, di avere la normativa che riguarda il trasporto, come se trasportare i pomodori e trasportare il palco per uno spettacolo fossero la stessa cosa, oppure subisce le normative dell'edilizia, perché montare un palco è considerato nient'altro che un cantiere, ma noi sappiamo che non è così, oppure subisce - e questo è molto importante - il testo unico di pubblica sicurezza, cioè delle normative ancora valide e create durante un regime per evitare che lo spettacolo diventasse il luogo per l'incontro e, quindi, per l'adunanza sediziosa. Guardate, non è un caso che durante un regime, cioè nel momento in cui viene sospesa la democrazia, si sia intervenuti  esattamente sullo spettacolo per mettere nel controllo delle forze di pubblica sicurezza la possibilità o meno delle persone di riunirsi e di incontrarsi, perché, è chiaro, questo fa capire che è l'essenza della democrazia.

Noi pensiamo che oggi tutto questo vada superato e che questo settore possa avere, come previsto dalle deleghe al Governo, una sua legislazione ordinata, dedicata, che tenga veramente presente qual è la sua realtà; tra l'altro, producendo un aggiornamento di legge che, nella migliore delle ipotesi, riguarda quarant'anni e, nella peggiore, ne riguarda addirittura ottanta, quindi la possibilità di parlare del contemporaneo e di dare a queste persone quella semplificazione normativa, quel sostegno normativo, che permetta di fare il loro lavoro in maniera semplice, senza che lo Stato sia qualche cosa che complica loro la vita, ma, anzi, diventando qualcuno che tende loro una mano; e da qui, tutte le norme di semplificazione previste nel provvedimento.

Ma c'è poi - ne citerò solo qualcuna - una delle deleghe che io ritengo particolarmente fondamentali, che è quella che riguarda i lavoratori di questo settore e che dice in maniera molto chiara, delegando al Governo l'attuazione di questo principio, che questi lavoratori hanno una specificità nella loro attività, che sta nella discontinuità del loro lavoro, perché è evidente che, non solo un musicista - noi pensiamo sempre a chi sta sopra il palcoscenico, a chi sta sotto i riflettori, ma io vorrei ricordare anche tutti quelli che stanno dietro -, ma tutti svolgono la loro attività non solo nel momento finale realizzativo, quello che vediamo tutti, ma svolgono un'attività importante in tutta la fase di preparazione; anzi, i professionisti dello spettacolo, la qualità dello spettacolo è data esattamente da quel lavoro oscuro dietro le quinte, che, però, è tutto il lavoro di preparazione.

Noi riteniamo che questo lavoro vada riconosciuto ai fini pensionistici, che vada riconosciuto sostenendo i periodi di non lavoro, i periodi di non attività.

Riteniamo che questo sia possibile perché, in realtà, questo settore oggi contribuisce in maniera significativa alla tenuta del sistema pensionistico così come occorre intervenire sulle normative di sicurezza sul lavoro, dove esistono delle disomogeneità importanti, ad esempio, tra i lavoratori autonomi e quelli subordinati; disomogeneità che vanno sicuramente superate, e questo disegno di legge ci permette di farlo.

Seconda cosa che citerò velocemente: il tema della relazione con la scuola. Noi introduciamo con una norma, quella del 3 per cento del FUS dedicato a questo, un principio che avevamo già introdotto nella legge n. 107 - quindi i due provvedimenti si incrociano - che dice però qualcosa di fondamentale: mettendo a disposizione delle risorse concrete, finalmente diciamo che l'arte non è una perdita di tempo nella scuola, che l'obiettivo della scuola non è solo quello di trasferire delle conoscenze. Vorrei citare qui Luigi Berlinguer, che su questo ha fatto una battaglia nella sua giovanissima età e continua a farla, una battaglia straordinaria per ribadire questo principio: l'arte nella scuola è un elemento fondamentale e, mentre la cultura razionale è quella che produce l'obbedienza, l'omogeneità e l'omologazione, l'arte favorisce la differenza, produce il pensiero critico, quindi diventa un elemento davvero fondamentale per la democrazia, per l'emancipazione di ognuno, e anche un elemento che permette ai ragazzi, nelle loro differenze, come arrivano nella nostra scuola, di emergere dove meglio sono capaci, dove il loro talento si applica meglio. Questo è un elemento fondamentale che è contenuto nella legge, tra l'altro è una miglioria importante portata dal Senato.

Naturalmente, se vogliamo sostenere tutto questo, è necessario anche un aumento delle risorse, e qui è previsto un aumento delle risorse del FUS. Per tanti anni questo settore è stato oggetto di tagli, perché si riteneva che fosse un settore improduttivo, uno spreco, ma per tanto tempo, anche in una cultura diffusa in tutte le parti politiche, è stato considerato un settore sovrastrutturale: l'economia è ciò che è importante e la cultura è qualche cosa di sovrastrutturale. Noi non la pensiamo così, e con questo provvedimento diciamo che non è più così: diciamo che la cultura è un elemento fondamentale su cui è necessario investire. Certo, il cammino è lungo. Noi abbiamo trovato un baratro, abbiamo trovato dei tagli che avevano prodotto - l'ho detto in un'altra occasione - qualche cosa di simile al Gran Canyon, scavato non dal Colorado ma da chi ha governato precedentemente questo Paese, e stiamo invertendo la rotta rimettendo risorse, ma soprattutto stiamo facendo passare un principio che è fondamentale dal punto di vista culturale, cioè l'importanza di questo settore e l'idea - voglio usare una parola precisa - che questo settore è un investimento. Che cos'è un investimento? Un investimento in economia è quel concetto secondo cui, quando metti una risorsa, quella risorsa non solo ti ritorna ma tendenzialmente ti ritorna aumentata. Questo, nel settore dello spettacolo, è vero da un punto di vista economico, è vero anche da un punto di vista economico, ma soprattutto è vero perché davvero ogni euro investito in cultura produce sicurezza, produce democrazia, produce arricchimento delle persone, produce arricchimento dei cervelli. E su cosa deve investire un Paese, se non sul cervello dei suoi cittadini? In particolare, il nostro Paese, l'Italia, che davvero è una superpotenza culturale, che ha vissuto negli anni - questa è un'altra cosa che ritengo fondamentale sottolineare - il peso del proprio straordinario patrimonio culturale per cui per tanto tempo c'è stato un disequilibrio tra il patrimonio culturale e le attività culturali, perché il patrimonio, richiamando così tanta attenzione su di sé proprio per la sua assoluta straordinarietà, sottraeva però attenzione e risorse alle attività culturali; ma le due cose vanno insieme. Tutto è stato davvero, a suo tempo, contemporaneo, ed è davvero fondamentale che anche il nostro patrimonio viva attraverso lo spettacolo e che attraverso lo spettacolo si realizzi quella cultura che è la cultura del nostro tempo.

Se noi vogliamo essere - come siamo - quella superpotenza culturale che siamo nel mondo, se vogliamo produrre quella diplomazia della cultura che ci ha portato negli anni a scommettere sul tema dei Caschi blu della cultura, ad essere quelli che producono relazioni con gli altri Paesi e con le culture differenti proprio attraverso la fascinazione e il rispetto che la nostra cultura produce. Pensate che cos'è oggi un universo di Paese come la Cina, e guardate come la Cina guarda all'opera italiana, alla musica italiana, cioè con rispetto, perché, proveniente da una cultura millenaria, riconosce a noi una dignità culturale altrettanto rilevante.

Siamo uno dei pochi Paesi che ha questa possibilità, siamo uno dei pochi Paesi che può confrontare il proprio teatro con la straordinaria tradizione del teatro indiano o la propria cultura della danza con le danze dei Paesi del mondo che di questo fanno uno degli elementi centrali. Noi siamo questo, quindi investire vuol dire davvero mettere risorse, come facciamo con l'aumento del FUS, ma come facciamo con gli sgravi fiscali, come facciamo con la scelta fondamentale di applicare anche a questo settore il concetto dell'art bonus, che non è solo - lo è rilevantemente - risorse concrete (65 per cento di sgravio fiscale), ma è la possibilità reale di dire: se tu investi in cultura stai già sostanzialmente pagando un pezzo delle tasse, perché ogni investimento in cultura è un investimento che fa bene al Paese, quindi il 65 per cento di quello che investi in cultura io te lo sgravio perché ti riconosco che hai già contribuito alla leva fiscale con la tua azione.

Io credo che tutti questi elementi e tanti altri che sono contenuti nel provvedimento fanno sì che questa norma possa essere davvero, come è stato in parte al Senato, una norma ampiamente condivisa, naturalmente condividendola nelle forme più diverse. Molti diranno - ho avuto modo di vedere le proposte emendative - gli elementi che si potevano migliorare, che provo a riassumere così. Sono migliorie di tre tipi, e alcune di esse vanno a specificare gli indirizzi che noi diamo al Governo. Nella gran parte di queste specifiche, devo dire sono assolutamente d'accordo, credo che si possa specificare, credo che vadano nella stessa direzione. Ho suggerito ai colleghi, proprio perché la legislatura si avvia alla conclusione, proprio perché in tante legislature si è tentati di arrivare a questo traguardo ma non lo si è mai tagliato, di contribuire al taglio di questo traguardo e di trasformare quegli emendamenti in ordini del giorno, che hanno un valore in una legge che contiene delle deleghe, perché specificano ulteriormente degli indirizzi, peraltro molto ben contenuti in questa legge. Naturalmente esiste qualche proposta emendativa che propone giustamente anche degli aumenti di risorse, e figurarsi se noi non saremmo favorevoli, ma riteniamo di essere arrivati ad un traguardo importante con quello che abbiamo fatto. Abbiamo combattuto anche al Senato, naturalmente, è sempre un braccio di ferro per provare ad aumentare alcune risorse, per introdurre sgravi ulteriori, crediamo di aver raggiunto un punto di mediazione, un punto di caduta particolarmente rilevante. A me ha colpito che tutte le proposte emendative, però, riconoscano il tracciato di questa legge, l'importanza fondamentale che questa legge rappresenta, allora dico: diamo a questo settore la possibilità di ripartire, non dal 1965, non dal 1985, ma dal 2017, andando a dare concretamente, da dopodomani, quegli sgravi fiscali, quell'art bonus, quell'aumento del Fondo unico dello spettacolo, andando a dare quelle deleghe che permetteranno il riordino normativo, la semplificazione e una maggior tutela della professionalità dei lavoratori di questo settore, e andando ad attuare poi insieme queste deleghe; e chissà, qualunque sia la maggioranza della prossima legislatura, qualunque sia il Governo, anche eventualmente intervenendo su questa legge con ulteriori elementi. Ma finalmente - finalmente! - possiamo dire a questo settore: guardate che il Parlamento italiano, la politica, non è indifferente al lavoro che voi fate, si è accorta dell'importanza del settore che voi rappresentate e vi produce una normativa contemporanea rispetto ai tempi. Concludo, Presidente, dicendo che il testo di questa legge l'hanno scritto i senatori, l'ha scritto la Commissione cultura del Senato; hanno contribuito a scriverla molti di noi, interloquendo con quei colleghi, ma l'hanno scritto concretamente migliaia di persone che davvero, in alcune centinaia di incontri in tutto il Paese, nel territorio, nelle notti passate a discutere, hanno dato la loro opinione. Questo elemento di metodo, questo elemento di confronto è un elemento importante: questa è una legge che non partorisce dall'idea o dal sogno di qualcuno ma dal lavoro comune di un intero settore.

Questo è particolarmente rilevante, perché finalmente davvero la fotografia che è contenuta in questa legge corrisponde alla realtà fuori da quest'Aula; cioè la ricostruzione di una relazione positiva tra quello che succede qui dentro e quello che succede fuori nel Paese è uno degli elementi fondamentali. Per queste ragioni, chiedo ai colleghi, propongo ai colleghi di fare un lavoro ordinato nella discussione di oggi, nel voto dei prossimi giorni, ma di provare tutti insieme a superare questo traguardo e a dare a queste donne e a questi uomini che davvero lavorano, come hanno detto loro, per la nostra felicità, gli strumenti di farlo in maniera adeguata e forte.

 

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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