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 Il 12 gennaio 2018 torna in scena sul testo di Robert Schneider. I pregiudizi sugli immigrati e lo scontro di civiltà. L'intervista

Enrico Roveris da sempre insegna teatro ai ragazzi di Monza e in più dirige, con Daniela Longoni, gli attori diversamente abili del Veliero. Impegni didattici che lo hanno tenuto a lungo lontano da ruoli da attore. Aspettavamo da molti anni di rivederlo in scena e l’occasione arriva finalmente venerdì 12 gennaio 2018 con lo spettacolo Schifo. Così abbiamo pensato di fargli visita durante le prove e rivolgere qualche domanda a lui e alla sua assistente, Ilaria Cassamagnago.

Il testo di Robert Schenider, Schifo (Dreck nell’originale tedesco) è un romanzo?

È una drammaturgia, in Italia l’ha pubblicata AER nel 1995.

Perché hai deciso di affrontarlo?

Per la sua attualità. La storia è all’ordine del giorno, racconta di Sad, un iracheno di Bassora, studente di filosofia che si rifiuta di entrare nell’esercito all’epoca della prima Guerra del Golfo (1990-91, ndr). Fugge facendo un lungo giro per arrivare infine a Berlino dove si ritrova a vendere rose. È un confronto fra lo sguardo occidentale e quello medio-orientale dell’immigrato. Si raccontano tutti i pregiudizi ma con il tono ironico di Sad: «Siamo noi che siamo sporchi, abbiamo la pelle scura, abbiamo un basso livello di sviluppo, siamo rimasti indietro sotto ogni punto di vista… Voi occidentali avete ragione a trattarci in questo modo!». Un artificio retorico per evidenziare l’odio per la diversità.

Una diversità che sottintende una inferiorità.

Sad mette anche a confronto la loro guerra con la madre di tutte, la Seconda Guerra Mondiale e, sempre ironicamente, dice «Non si può paragonare! Non si può dare peso a una madre araba in lutto. C’è molta differenza se si spara a un ragazzo con la pelle chiara o a uno con la pelle scura».
Come se per loro fosse normale essere in guerra e morire.

Il testo prefigura i grandi flussi migratori attuali. Elencando i soliti pregiudizi: «Gli arabi vengono a rubarci il lavoro, puntano al nostro welfare, a parti invertite non ci aiuterebbero…».

Così la tensione sale.

Sad lascia intuire che lui è stato aggredito e picchiato. Si accenna a gruppi di neonazisti che al tramonto attaccano quelli come lui, clandestini perché non possono chiedere asilo politico e che quindi non possono denunciarli.

Sei il primo a metterlo in scena?

No. In realtà vent’anni fa l’avevo visto interpretato da Graziano Piazza con la regia di Cesare Lievi. Uno spettacolo che mi aveva spostato. Per la potenza dell’attore e perché io all’epoca avevo collezionato gli articoli su quella che per me era la prima guerra a cui assistevo. Inoltre c’era un elemento autobiografico.

Sentiamo.

Mio padre è nato e cresciuto in Grecia, dove mio nonno — italiano — era arrivato con il contingente militare della Guerra. È un po’ la storia di Mediterraneo (il film di Salvatores, ndr). Poi io sono nato in Italia nel 1976, ma la Grecia è entrata nella comunità europea negli anni Ottanta, per cui io da piccolo ero figlio di un extracomunitario!

Cosa ti intriga di più del testo di Schneider?

La precisione della scrittura. Concisa, frammentata, veloce, rapida. Con un incedere a valanga. Descrive la società berlinese e i suoi comportamenti in maniera cruda. Così come l’esule: fa una analisi quasi lombrosiana della forma della testa, la pelle, l’odore… Caratteristiche legate alle condizioni climatiche dei paesi di provenienza che invece noi percepiamo deprecabili e schifose. Allo stesso tempo analizza la cultura occidentale. Sad ha voluto studiare filosofia ma in particolare quella tedesca, riconoscendo in Goethe e Schiller dei fari. Riconosce le conquiste storiche, sociali, politiche dell’Europa ma deve fare i conti con lo sguardo ostile di chi lo ospita.

Era da un po’ che non ti si vedeva in scena.

In realtà a settembre abbiamo fatto con Vanessa Korn, Maurizio Brandalese e la regia di Corrado Accordino I canti del vino su testo di Ken Ponzio. Un lavoro molto divertente in cui dodici vini sono collegati a dodici premi Nobel.

Però negli ultimi anni ti sei dedicato soprattutto alla regia e all’insegnamento.

Hanno prevalso gli impegni con Il veliero, Poesia Presente e la Scuola.

Di Schifo sei regista e attore. Difficile?

Sì. Guardarsi, trovare la chiave di accesso al testo, trovare soluzioni a tavolino e poi verificarle e magari capire che non è la direzione giusta. Da dentro è difficile valutarsi. Meno male che c’è Ilaria Cassamagnago come assistente.

Una bella sfida.

Sì. È anche la prima volta che sono da solo in scena con un monologo.

Sarà la terza data de L’altro binario, la nuova stagione nella sala Picasso.

Una stagione nata soprattutto per noi insegnanti della Scuola del Binario 7, per i colleghi attori e amici vicini, che frequentano questo posto. Fare bottega e dare la possibilità agli allievi di vederci in scena è sano e giusto. Permette di capire le nostre poetiche, il nostro modo di vedere le cose, gli argomenti su cui ci piace lavorare.

Il modo migliore per conoscervi come teatranti al di là del vostro ruolo di insegnanti.

Esatto. I nostri valori soprattutto. La nostra visione politica, culturale, umano-sociologica.

Ilaria Cassamagnago, che spettacolo è, visto con gli occhi dell’aiuto regista?

Molto potente! Uno spettacolo che ti cambia. Si vede un ragionamento che non siamo abituati a sentire e a fare. Questo è importante perché secondo me il teatro funziona quando ha sì una storia bella da raccontare ma anche quando aiuta a cambiare — anche di poco — la visione delle cose. Questo testo ci permette di entrare in un’ottica che non viene mai presentata dai giornali. È stato scritto negli anni Novanta ma è di una attualità pazzesca. Si entra nella vita di un migrante in maniera diretta.

È un testo pesante?

Assolutamente no. Il protagonista è molto ironico, i suoi ragionamenti sono crudi ma con momenti di grande poesia.

Com’è lavorare con Roveris?

Usurante! (ride). In realtà è bello, mi diverto molto. Mettere insieme gli stacchi di un testo così complesso è molto stimolante.

 

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Schifo
di
Robert Schneider

interpretazione e regia
Enrico Roveris

assistente alla regia
Ilaria Cassamagnago

consulenza alla drammaturgia
Elena Cattaneo

costumi
Elisa Angela Maria Bianchini

luci e suoni
Andrea Diana

Teatro Binario 7, Sala Picasso
Venerdì 12 gennaio 2018

Biglietti:
intero € 12, allievi Scuola di teatro Binario 7 € 10, under 18 € 6

Per informazioni e prenotazioni:
039 2027002
biglietteria@binario7.org

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Mi chiamo Antonio Cornacchia, per gli amici Ant (nel senso di formica). Sono art director e designer della comunicazione, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Come esperto di comunicazione visiva, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Studio e realizzo siti web per giornali, istituzioni, aziende, enti non profit.
Dal 2008 dirigo la rivista non-profit Vorrei di cui ho ideato anche il progetto editoriale. Sono giornalista pubblicista dal 1996.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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