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Vorrei | Rivista non profit


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 20181031 de giovanni 

Nella serie dedicata al commissario Ricciardi, poliziotto “per giustizia e per bontà”, una felice riedizione della grande letteratura popolare “d’appendice”: se n’è parlato a La passione per il delitto.

 La bella rassegna brianzola della letteratura gialla e noir, la cui diciassettesima edizione, curata come sempre da Paola Pioppi, si è svolta il 27 e 28 ottobre a Erba, ha ospitato per la prima volta Maurizio De Giovanni, oggi notissimo al grande pubblico anche per l’edizione televisiva dei suoi Bastardi di Pizzo Falcone. Pur avendo iniziato a scrivere quasi per gioco solo nel 2005, lo scrittore napoletano appartiene ormai all’olimpo, per così dire, degli autori italiani più popolari, quelli che scalano immancabilmente le classifiche delle vendite. Ma, fa notare De Giovanni, è la letteratura nera che ha sempre un posto d’onore in queste classifiche: ” Ogni anno, tra i primi venti libri più venduti, ci sono almeno quattro autori, italiani, di nera: l’interpretazione di questo paese passa attraverso queste cose ”. Si tratta di una letteratura che non vincerà i grandi premi, non avrà i grandi riconoscimenti della critica e dei salotti letterari, ma che ha il seguito dei lettori. La popolarità conferita dal lettore è diversa dalla popolarità televisiva: il lettore sceglie, non è passivo come lo spettatore. Il seguito che ha la letteratura noir, sostiene con calore De Giovanni, è giustificato dal fatto che essa scava nelle motivazioni del delitto, considera oggetto dell’indagine non tanto la scoperta del colpevole, gli indizi, le tracce di cui si occupano le squadre della polizia scientifica, quanto le passioni che spingono agli atti di violenza, passioni che in fondo appartengono a tutti noi, sono connaturate alla nostra umanità.

“ Nella Genesi, a pagina quattro già uno ammazza un altro, e sono quattro sulla faccia della terra. Quindi prima viene l’omicidio, e solo dopo l’amore, il sentimento e tutto il resto. Sappiamo come anche il più futile dei motivi può scatenare una strage: “Simenon diceva che ammazzava almeno dieci persone al giorno, minimo”, ricorda De Giovanni: sono le barriere che opponiamo a questo istinto a frenarci, ma “il sentimento è lo stesso”.

E a muovere lo scrittore, come il lettore, del noir, è il desiderio di capire, di penetrare nei percorsi interiori che hanno portato un uomo al delitto, specie quando è il delitto in sè ad apparire misterioso. Un uomo sposato da sessant’anni - racconta citando un episodio reale – un uomo che non aveva mai dato segni di squilibrio, un giorno si alza, va a prendere un’ascia e fa a pezzi nel sonno la moglie, come lui ultraottantenne; nel sonno, non in uno scoppio di rabbia; e dopo sessant’anni di matrimonio; poi si siede in cucina, sporco di sangue, e aspetta che arrivi la cameriera e chiami la polizia: non dice nulla, rimane chiuso nel silenzio. Come potremmo non chiederci nulla di fronte a un fatto di questo genere? Non c’è nessun mistero, l’uomo ammette il suo delitto, ma

“ Io devo sapere perchè - dice lo scrittore – Io che abito, idealmente, nel suo stesso pianerottolo, debbo capire. Quando è cominciato quel delitto? Un minuto prima, un anno prima, o molti anni prima? Che colpa aveva quella donna? Ecco, la letteratura nera fa questo. Noi apriamo la porta in fondo alla scala, quella che teniamo chiusa, quella dello specchio dove ci guardiamo ogni mattina, quella delle passioni, delle sofferenze che non passano, dei desideri oscuri.”

Il motivo del successo dei romanzi noir sta in questo, non nella qualità della scrittura, che è al servizio del bisogno di raccontare una storia, mentre spesso accade che la storia sia un pretesto per scrivere. Accade alla lettura come all’ascolto della musica, dice: si può godere tantissimo di un pezzo di Eric Clapton, ma poi non si riuscirebbe a fischiettare quel pezzo sotto la doccia! Manca una struttura, una melodia alla base di quella musica: e nel romanzo, quella struttura è la trama.” Io voglio essere uno di quelli che vengono fischiettati sotto la doccia”.

E' la scrittura che è al servizio del bisogno di raccontare una storia, mentre spesso accade che la storia sia un pretesto per scrivere

Suscitando ovvie e giustificate proteste, De Giovanni sostiene di considerarsi, da lettore, uno scrittore scadente, non pensa che sia la sua scrittura a giustificare la scelta dei suoi libri da parte del pubblico. Da quando, quasi cinquantenne, nel corso di un’onorata carriera da bancario, fu iscritto per scherzo dai suoi amici ad un concorso letterario, ha pubblicato con crescente successo una gran mole di romanzi, alcuni dei quali dedicati anche alla sua passione per il calcio (e riesce a farli leggere con piacere anche a chi, come me, è allergico a questo tema!): tredici anni di intensa attività creativa, sviluppata con metodo

 

Maurizio De Giovanni si racconta

 

Dice di considerarsi con orgoglio “uno scrittore da bagno e da ombrellone”: tenendo in considerazione il bisogno del lettore di concedersi qualche pausa, e la necessità di dare un ritmo alle sue storie, non scrive mai capitoli più lunghi di sette pagine. Uno scrittore, dunque autenticamente popolare: nel quale la sintonia coi bisogni del lettore è altra cosa rispetto all’obbedienza ai bisogni del mercato, al quale invece in qualche modo si impone. Era questo che accadeva nella Parigi della seconda metà dell’Ottocento, quando alle cinque di mattina, sotto la pioggia, duemila persone stavano in fila ad aspettare l’uscita di una nuova puntata del Conte di Montecristo: duemila lettori per i quali quella lettura era urgente, tanto da non poter attendere ancora per qualche ora la consegna dei giornali, da non poter attendere neanche che spiovesse “ E’ questa, per me, l’immagine più incantevole della letteratura”. E’ accaduto anche a chi scrive di non poter attendere che il nuovo romanzo del commissario Ricciardi arrivasse in biblioteca, e di dover correre in libreria: la serialità costruita come la costruisce De Giovanni, seguendo il protagonista nelle sue vicende private, nella sua personale evoluzione, nei suoi rapporti con le donne che lo amano, insieme al fascino di questo poliziotto fuori dal comune e all’atmosfera, alle dinamiche sociali della Napoli degli anni trenta, su cui incombe il fascismo coi suoi sinistri personaggi, tutto questo induce dipendenza.

la rappresentazione di una società e di un’epoca,  vicende, passioni e sentimenti decisamente “romantici”, bisogno di giustizia.

Della grande letteratura ottocentesca d’appendice, i tredici romanzi del Commissario Ricciardi hanno lo spessore della rappresentazione di una società e di un’epoca, una trama di vicende, passioni e sentimenti decisamente “romantici”, insieme alla tematica del bisogno di giustizia: non per sè, come accade nel Conte di Montecristo, ma per le vittime di una violenza che è diffusa, di una sofferenza che non è solo delle vittime, ma anche dei colpevoli. Il commissario Ricciardi è un uomo sui generis: un giovane nobile che, come dice la sua governante, “ è proprietario di mezzo Cilento ed è di sicuro l’uomo più ricco e importante che voi potete conoscere. Non si cura dell’abbigliamento e se ne sta per conto suo perchè gli uomini nostri così sono. E sono uomini veri, non come questi miezzi e miezzi che tenete qua, che si vestono come le femmine e passeggiano avanti e indietro per la strada per farsi notare” .

Ma le donne, anche quelle più in vista in città, le più intelligenti e affascinanti, lo notano, eccome: la sua solitudine, il suo aspetto da bel tenebroso, la sua riservatezza, le attraggono molto più della vanità dei tanti. In lui intuiscono una forza di sentimenti straordinaria e, nel suo sguardo, un mistero: che è quello che fa di lui un eroe della compassione, di un’empatia portata alle estreme conseguenze. Ricciardi, infatti, è perseguitato dall’immagine e dalla sofferenza dei morti di morte violenta: nel luogo del loro trapasso, ne percepisce gli ultimi attimi, l’ultimo, a volte sconclusionato, pensiero nel momento in cui sono stati costretti ad abbandonare la vita.  Non è mai questo “dono”, che lui vive come una maledizione, una inconfessabile “tara”, ad aiutarlo nelle indagini, ma è questo il pungolo che lo spinge ad impegnarsi, lui che “se ne potrebbe stare nel castello al paese a leggere e scrivere e a campare delle ricchezze sue”, si sente in dovere di indagare instancabilmente sui crimini violenti, nella speranza di rendere giustizia alle vittime e di liberare anche i colpevoli dal groviglio di passioni che li hanno spinti al delitto: uno, insomma, che “ se fa il mestiere che fa, è per giustizia e per bontà”. E’ alla popolana Nelide, la giovane cilentana tutta d’un pezzo che ha sostituito nel compito di prendersi cura dei suoi bisogni quotidiani la vecchia governante che lo ha cresciuto, che De Giovanni affida questo ritratto del suo eroe: e non è certo un caso.

la speranza di rendere giustizia alle vittime e di liberare anche i colpevoli dal groviglio di passioni che li hanno spinti al delitto

Un eroe romantico e popolare, che ha attirato l’attenzione della casa editrice Bonelli: attenzione accolta con giustificato orgoglio dall’autore. Che ha deciso di regalare agli editori di Tex Willer i diritti per la pubblicazione a fumetti delle sue storie, a patto che ne venisse affidata la realizzazione alla scuola di disegnatori napoletani che nonostante la loro bravura, soffrono di una condizione periferica rispetto all’editoria nazionale. Un altro atto d’amore dello scrittore per la sua città: ricordiamo che De Giovanni è fra quegli scrittori che dedicano il loro impegno ai giovani del carcere di Nisida tenendo per loro laboratori di scrittura. Nell’intento di “regalare” anche al pubblico giovanile le storie di Ricciardi, sono già stati pubblicati in graphic novel i primi tre romanzi della serie: ecco un saggio del primo della serie:

 


 

 

 

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Carmela Tandurella
Author: Carmela Tandurella
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