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Vorrei | Rivista non profit


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Duccio Facchini, giornalista di Altreconomia, ospite di Cambia... Menti, a Casatenovo presenta il suo ultimo libro “Alla deriva”, spiegandoci passo dopo passo come un fenomeno di dimensioni tutto sommato normali, possa essere trasformato prima in uno stato d'emergenza sociale e poi in una formidabile fabbrica del consenso.

Venerdì 30 novembre a Casatenovo la neonata associazione culturale Cambia... Menti si è presentata al pubblico per la prima volta nelle sale del centro aggregativo “La Colombina” di Casatenovo. Lo ha fatto rilanciando la discussione sul tema delle migrazioni. Ospite e relatore della serata Duccio Facchini, giornalista di Altreconomia e autore del libro “Alla Deriva”, da qualche mese in libreria; pagine che tentano di capire come la politica italiana sia riuscita a trasformare un problema in una macchina generatrice di consenso elettorale.


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Meri Sanvito, Luciano Zardi e Duccio Facchini

 

Ad aprire la serata Meri Sanvito e Luciano Zardi, membri della neonata formazione: «abbiamo voluto fdar vita a questa associazione con finalità sociali e culturali, preoccupati dal clima che respiriamo attorno. Ci siamo sentiti in dovere di muoverci per fornire stimoli al dibattito politico che, sia a livello locale che nazionale, si sta appiattendo terribilmente e punta dritto al fondo del barile, all'intolleranza e alla chiusura. Preoccupati, insomma, ma con la voglia di cercare e trovare risposte. Questa serata è un primo passo».

La parola è passata poi a Duccio Facchini che in questi anni si è occupato più volte, sulle pagine di Altreconomia, dei temi relativi alle migrazioni e che da poco si trova in libreria con “Alla Deriva”: «Questa sera vorrei tentare insieme a voi di circoscrivere il fenomeno che siamo soliti definire “emergenza migranti” e capire come sia stato possibile trasformarlo in una miniera di consenso elettorale. Partirei da qui, dai dati che qualche tempo fa sono stati pubblicati dall'Istituto Cattaneo relativamente alla distanza che in Italia, sulle tematiche migratorie, c'è tra realtà e percezione. Uno studio che aiuta a guardarci in faccia».

 

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La distanza tra realtà e percezione

...l'ultimo paese europeo per divario tra realtà e percezione, nell'intero continente siamo quelli che sovrastimano di più la presenza di immigrati.

«Alla domanda: “quanti immigrati secondo te sono residenti nel tuo Paese?” posta dai ricercatori dell'Istituto Cattaneo, un terzo degli intervistati risponde “non lo so”. Si tratta di un dato interessante: uno dei principali temi dell'agenda politica nazionale è sconosciuto a un terzo della popolazione. Non va meglio tra quelli che provano a rispondere: ci fanno classificare come l'ultimo paese europeo per divario tra realtà e percezione, nell'intero continente siamo quelli che sovrastimano di più la presenza di immigrati. Ne vediamo mediamente il 18% in più che nella realtà. Dall'8% di presenza reale noi stimiamo siano il 25%; come se in questa sala uno su quattro fosse straniero. Una distorsione figlia di un bombardamento mediatico che va avanti da anni».

 

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Il divario tra realtà e percezione riguarda tutti: tanto la destra, che stima il 32% di immigrati sul territorio, quanto la sinistra - in teoria una forza politica che dovrebbe avere maggiore attenzione su questi temi - che stima mediamente nel 18% la presenza di migranti sul territorio. Tra nord e sud la percezione è sovrastimata in misura maggiore al sud, là dove il fenomeno migratorio in verità è meno presente.

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«Sono dati che già da soli – chiosa Facchini - ci fanno capire perché sia molto complesso in questo paese poter ragionare serenamente su questi temi. Dove per “serenamente” intendo: a partire da dati concreti e non sull'onda delle emozioni del momento».

 

Le dimensioni dell'invasione

La realtà è che su una popolazione di 7,5 miliardi di abitanti i migranti sono il 3,4%. Viviamo in un mondo in cui la stanzialità non solo è lo stile di vita di una maggioranza, ma è la norma quasi per tutti.

Il giornalista di Altreconomia cerca in seguito di smontare alcuni dei principali luoghi comuni – molto utilizzati nel dibattito pubblico – attorno al tema delle migrazioni internazionali.

«Analizzando i dati dell'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulle migrazioni globali possiamo vedere quanti sono i “migranti internazionali” nel mondo. In questa categoria rientrano tutti, da chi si sposta per affari a chi scappa dalla guerra. Se uno desse uno sguardo a un telegiornale o ascoltasse i discorsi nei bar sarebbe indotto a pensare che gli individui che si muovono nel mondo siano tantissimi. La realtà è che su una popolazione di 7,5 miliardi di abitanti i migranti sono il 3,4%. Viviamo in un mondo in cui la stanzialità non solo è lo stile di vita di una maggioranza, ma è la norma quasi per tutti».

 

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«Si parla poi spesso di esodo africano – prosegue Facchini - come del più rilevante tra i fenomeni migratori in corso a livello mondiale. Bene, i dati delle Nazioni Unite ci dicono che l'Africa pesa sul numero di migranti a livello mondiale per 36 milioni di persone, meno del 15% sul totale. Hanno flussi in uscita ben superiori Asia e Europa. Dovremmo correggere i sostenitori del piano Kalergi, facendogli notare che se qualche tipo di sostituzione etnica è in atto nel mondo sarà su base europea o asiatica». 

 

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«“Vogliono venire tutti in Europa” è un altro celebre falso argomento. Dati alla mano, ecco che tra le prime quindici popolazioni al mondo per dinamiche di spostamento tra paese d'origine a paese d'arrivo, i maggiori spostamenti li registriamo dal Messico agli USA, dall'India agli Emirati, dall'Ucraina alla Russia, dalla Siria alla Turchia (situazione quest'ultima su cui pesa anche il nostro accordo con Erdoğan, in cui paghiamo il governo di Ankara per trattenere a qualsiasi condizione i migranti diretti verso l'Europa orientale). Tra le quindici regioni interessate da i più rilevanti flussi di spostamento non c'è neanche un paese europeo».

«I dati sugli spostamenti regionali confermano la situazione e ci dicono che quando una persona è costretta a spostarsi fuori dal proprio paese, nella maggior parte dei casi resta negli Stati limitrofi: 7 spostamenti su 10 in Africa, 6 su 10 in Asia. Questo avviene per comodità logistica, per vicinanza culturale, per lingua, per necessità di ricongiungimento, per motivi religiosi.

A conferma di ciò, nel 2017 la quota di migranti intra-africana è superiore a quella extra-africana».

Facchini si concentra in seguito sul tema dei migranti forzati: «il tema che ha sconvolto – stando al racconto mediatico – il dibattito politico italiano».

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«Nel mondo ci sono oggi 68 milioni e mezzo di migranti forzati, tra questi: 25 milioni di rifugiati (di cui 5 milioni palestinesi), 40 milioni di sfollati interni, 3 milioni di richiedenti asilo.

In Libano ci sono 164 rifugiati ogni 1000 abitanti. 71 in Giordania, 43 in Turchia, 32 in Uganda. Questi dati ci dicono che l'Europa è una spettatrice del fenomeno in corso.

I principali paesi fonte di rifugiati globali sono quelli in cui si stanno verificando conflitti o che hanno subito disastri ambientali, come ad esempio Siria, Afghanistan e Myanmar. I paesi destinatari dei maggiori flussi sono invece, Turchia, Uganda, Libano, Iran. Solo dopo la Germania, unico paese europeo che compare nell'elenco di chi accoglie di più. In Libano ci sono 164 rifugiati ogni 1000 abitanti. 71 in Giordania, 43 in Turchia, 32 in Uganda. Questi dati ci dicono che l'Europa è una spettatrice del fenomeno in corso».

 

 

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Il ruolo dell'Europa

«Certo dal 2014 un cambiamento c'è stato – riprende Facchini - gli sbarchi sono aumentati rispetto al periodo precedente. Non stiamo parlando però di un'ondata di milioni di persone, di un movimento di massa inaffrontabile. La crisi politica e sociale europea derivante dagli “attraversamenti irregolari delle frontiere”, come li definisce Frontex, è stata scatenata da numeri decisamente contenuti.

Per capire le proporzioni del fenomeno partiamo dai flussi di passeggeri in ingresso in Europa (via aria, via terra e via mare): annualmente arrivano in Europa 300 milioni di persone. Qui dentro si contano tutti: chi viaggia per turismo, per affari, per salvarsi la vita, per andare a trovare i parenti lontani. Noi abbiamo strutture che gestiscono questo tipo di spostamento milionario. Ma il sistema Europa salta per il flusso di attraversamenti irregolari alle frontiere, quantificabile in un totale di 2,8 milioni di persone arrivate in 4 anni».

Dal 2014 al 2018 il paese che ha accolto più sbarchi è stata la Grecia.

«La Germania complessivamente accoglie più dell'Italia, ma se anche volessimo concentrarci - come suggerito dal Presidente del Consiglio – sugli sbarchi ci accorgeremmo che l'Italia non è il primo punto d'approdo e non è stata – come si sente dire spesso - “lasciata sola”. Dal 2014 al 21 settembre 2018 il paese che ha accolto più sbarchi è stata la Grecia. Cresce anche la rotta dal Marocco verso la Spagna, per via della chiusura della rotta balcanica, tramite l'accordo con la Turchia e per via delle politiche restrittive prima di Gentiloni e oggi di Salvini sulla rotta centrale del Mediterraneo. Dal 1° di gennaio al 24 novembre 2018, 55.000 persone sono sbarcate sulle coste spagnole e 22.000 da noi».

 

L'Italia e le richieste di protezione internazionale

I dati Eurostat ci dicono che nel 2017 sono state presentate in Europa 650.000 richieste di protezione. L'Italia sola e abbandonata dall'Europa ne ha dovute gestire meno del 20%.

L'Italia, quindi, non è rimasta sola - come vuole la retorica nazionale - a gestire gli sbarchi, ma vale la stessa cosa per le domande di protezione internazionale: «I dati Eurostat ci dicono che nel 2017 sono state presentate in Europa 650.000 richieste di protezione. L'Italia sola e abbandonata dall'Europa ne ha dovute gestire meno del 20% (130.000 domande di protezione in un paese di 60 milioni di abitanti). La Germania da sola si è fatta carico di 1/3 delle richieste.

Nel 2018 le cose non vanno diversamente: la Germania rimane il primo paese con il 25% di domande di asilo presentate, seguono Francia, Grecia (12%), Spagna (11%) e poi l'Italia con il 10%».

«Uno studio di Monia Giovannetti (Responsabile del Centro studi Cittalia) sottolinea il divario tra numero degli sbarchi e numero di domande di protezione presentate in Italia tra 2012 e 2017. Ci sono alcuni grandi scostamenti per esempio per paesi come Eritrea e Siria. Su 115.000 eritrei sbarcati negli ultimi 5 anni hanno presentato domanda di protezione in Italia meno di 20.000 persone. Eritrei e siriani vedono quindi il nostro come un paese di transito e sbarcano qui per proseguire oltre. Quando il Presidente del Consiglio Conte dice che l'Italia ha accolto 700.000 sbarcati sta quindi dicendo un'enorme inesattezza. C'è grande differenza tra parlare di persone sbarcate e persone che hanno poi concretamente richiesto protezione al nostro Paese».

«Questo accade – prosegue Facchini - per via del famoso Regolamento di Dublino: convenzione del 1990, più volte rimaneggiata, secondo la quale il paese in cui il migrante viene fotosegnalato è anche il paese che deve farsi carico dell'esame della sua domanda di protezione internazionale. Le regole di Dublino vietano ogni movimento secondario: se il migrante sbarca in Italia con l'intento di raggiungere un altro paese europeo, nel momento stesso in cui viene fotosegnalato non può proseguire oltre. Le persone quindi cercano di negarsi all'atto della richiesta di protezione nel paese di sbarco per poter raggiungere la loro meta finale».

La questione ONG

«Fatemi citare – prosegue Facchini – la vicenda delle Organizzazioni Non Governative (ONG), che a mio modo di vedere è un passaggio fondamentale per capire l'intero problema. E' sulla pelle delle ONG che certa politica ha inoculato il veleno che respiriamo ormai quotidianamente. Sono state un bersaglio perfetto perché, per rendere più credibile la narrazione velenosa, bisognava pur trovare il complice dell'invasore, degli scafisti, dei taxi del mare. Tutte formule che hanno riempito giornali e telegiornali e discorsi dei politici».

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«Interessante a tal proposito prendere i dati della Guardia costiera sui salvataggi effettuati in questi anni: ad ascoltare i discorsi che andavano per la maggiore durante l'estate del 2017 si sarebbe dovuto immaginare che solo le ONG salvassero i migranti in mare. Vediamo cosa dicono le statistiche: dati del 2014 ci dicono che in quel periodo le ONG non salvavano nessuno. Non ce n'era bisogno, infatti, poiché era presente l'Operazione Mare Nostrum della Marina Militare Italiana che prevedeva operazioni di salvataggio ogni qual volta vi fosse necessità di soccorso in mare.

In seguito, al grido “l'Operazione Mare Nostrum costa troppo!” il progetto viene chiuso. Seguono altre iniziative la cui missione principale non è più il salvataggio, ma il monitoraggio e la gestione dei flussi. Ed ecco che entrano in scena le ONG. I dati riservano qualche sorpresa: negli anni della massima presenza delle ONG in mare esse effettuavano meno salvataggi di Marina militare e Guardia costiera italiana».

«Laddove intervenivano le ONG lo facevano per obbligo internazionale, in base alla Convenzione sul salvataggio in mare SAR degli anni '70, documento che afferma che ogni caso SAR (Search & Rescue) richiede un intervento di salvataggio e ogni intervento deve concludersi in un “porto sicuro”. Inoltre, i documenti della Guardia costiera italiana ci dicono che non esiste un caso SAR per condizioni “manifeste”, ma che qualunque imbarcazione sovraffollata vada di per sé reputata un caso SAR. Tutti i natanti che partono dalla Libia, quindi, sono casi SAR che richiederebbero salvataggio - dato che partono quasi sempre imbarcazioni cariche di decine di persone, ben oltre la normale capienza dei mezzi».

«Le ONG insomma non erano né le uniche, né le prime a salvare, ma nel discorso politico di questi anni si è spesso sentito ripetere che proprio loro fossero un “pull factor”, un fattore di attrazione per chi si avventurava nelle acque del Mediterraneo. La Guardia costiera italiana nelle sue presentazioni ufficiali parla però sempre e solo di “push factors”, di fattori di spinta: le guerre e i conflitti, la povertà, le crisi ambientali. Fa niente, le ONG andavano eliminate. Dati ottobre 2018 dicono che nel Mediterraneo oggi non ci sono più navi delle ONG. La missione nel Mediterraneo è stata compiuta: ONG estinte. Cancellate al grido di: “che bisogno c'è di loro, se ci sono i libici!”. La strategia europea di questi anni infatti è stata questa: al posto di spendere soldi per creare vie di migrazione legale, al posto di organizzare un sicuro sistema di soccorsi in mare, si è scelto di investire ingenti risorse per infrastrutturare la Libia affinché si occupasse della problematica al posto nostro. Nel luglio 2017 sono stati spesi 50 milioni di € per formare la guardia costiera libica e fornire gli strumenti affinché sia lei ad occuparsi dell'area SAR davanti alle coste africane. L'obiettivo europeo non è velato, se ne trova riscontro leggendo tra i documenti di Guardia costiera italiana in cui tra gli obiettivi del progetto compare: “limitare i casi SAR gestiti da paesi membri UE e ridurre i costi”».

«Le ONG erano un problema perché al posto di condurre i salvati a Tripoli, che difficilmente avrebbero potuto considerare un porto sicuro, li conducevano nei porti italiani. In secondo luogo, era necessario eliminarle perché avrebbero potuto documentare la pessima capacità dei libici di far fronte al coordinamento delle operazioni SAR e avrebbero potuto far venire al pettine importanti nodi in tema di diritto internazionale».

L'Unione Europea ha puntato su questa strategia mentre i rapporti dell'UNHCR ribadivano quanto la Libia non fosse nelle condizioni per essere considerata un “porto sicuro”.

«L'Unione Europea ha puntato su questa strategia mentre i rapporti dell'UNHCR ribadivano quanto la Libia non fosse nelle condizioni per essere considerata un “porto sicuro” e tanto meno un paese in grado di farsi carico di procedure di accoglienza e protezione internazionale. La Libia è oggi, giova ricordarlo, un paese diviso in tre dalla guerra civile, senza istituzioni riconosciute e con 200.000 sfollati interni. Un paese che, oltretutto, non ha neanche sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1951, documento base in tema di diritto umanitario internazionale».

 

«Infine - conclude il giornalista di Altreconomia – bisogna sottolineare come meno sbarchi, non significhino meno morti. Le rotte del Mediterraneo sono letali: tra 2014 e 2018, dati accertati, nel nostro mare hanno perso la vita 14.000 persone. Questo succede perché i fattori di spinta che muovono i migranti, come guerre o situazioni di deprivazione, si fanno sempre più sentire e spingono le persone verso pericolose vie di migrazione illegali... non avendo del resto alcuna alternativa legale e sicura. Le politiche restrittive in ingresso dell'attuale governo non fanno meno male. L'ISPI qualche mese fa ha mostrato alcuni dati sulle differenze prodotte dalle politiche di Minniti e da quelle, successive, di Salvini. Risultato: pur essendo diminuite le partenze dalle coste libiche si muore più di prima».

 

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Lo SPRAR un modello virtuoso in stato di abbandono

«L'ultima nota la riserverei alla questione dei modelli di accoglienza. Il Decreto Salvini, ora convertito in legge ha distrutto il modello SPRAR. Un modello virtuoso, studiato anche da altri paesi, che secondo la legge avrebbe dovuto essere la via ordinaria per integrare i migranti in arrivo in Italia. La legge Salvini elimina lo SPRAR, che creava percorsi di autonomia e integrazione, monitorati e verificati, e rende standard modelli di accoglienza con requisiti di minor qualità. Dopo il decreto Salvini oggi allo SPRAR accedono solo i beneficiari della protezione, tutti gli altri restano fuori, restano in strada. Mi pare evidente – conclude Facchini – che oggi si voglia creare un problema, più che risolverlo».

 

La situazione in provincia di Lecco

...cercare di convincere i sindaci che lo SPRAR fosse la scelta corretta: uscire dall'emergenza e entrare come protagonisti, amministratori e comunità, in veri percorsi di integrazione.

Su questo tema, durante la serata, arriva anche un lungo intervento del Sindaco di Casatenovo, Filippo Galbiati, che in provincia di Lecco è Presidente distrettuale e che si è occupato a lungo del tema dei richiedenti asilo. Il suo intervento chiarisce bene quali saranno gli effetti delle nuove politiche provenienti dal Ministero degli Interni: «Fino a 2 anni nella nostra provincia avevamo 25 posti SPRAR su 1300 richiedenti asilo; i sindaci credevano poco a questo strumento e hanno sempre pensato che aderire al progetto SPRAR ministeriale volesse dire portare più migranti nel proprio comune. Come Presidente del distretto ho lavorato molto in questi ultimi due anni per cercare di convincere i sindaci che lo SPRAR fosse la scelta corretta: mettersi nel sistema dell'accoglienza diffusa, uscire dall'emergenza e entrare come protagonisti, amministratori e comunità, in veri percorsi di integrazione. Nell'ultimo anno da 25 persone incluse nel sistema SPRAR provinciale siamo saliti fino a 91».

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Filippo Galbiati, Sindaco di Casatenovo

 

«A giugno ho chiesto al Ministero di poter arrivare a 174 posti SPRAR, 1/6 di tutte le presenze di richiedenti asilo sul territorio. Una quota non indifferente per il panorama delle province italiane. La risposta del Ministero degli Interni è arrivata l'8 agosto: “non è possibile procedere per assenza di risorse”. Una motivazione che lascia il tempo che trova poiché noi non avevamo chiesto risorse in più, ma la possibilità di convertire posti CAS in posti SPRAR. Avremmo quindi trasferito le medesime risorse da un sistema emergenziale a uno che lavora sull'integrazione».

La stretta delle risorse ministeriali si tradurrà nella necessità per i comuni di reperire risorse proprie da mettere a disposizione per salvaguardare la situazione e non farla degenerare.

«Siamo andati avanti – ha proseguito il Sindaco - in una situazione di flussi crescenti dal 2014 fino alla tarda primavera 2017. Oggettivamente nei mesi di aprile, maggio, giugno 2017 c'era una situazione di arrivi difficile da gestire, in cui quotidianamente bisognava cercare posto per 20/30 nuove persone. In seguito all'intervento di Minniti i flussi sono calati e siamo scesi da1300 posti (nei CAS) agli attuali 975. Attualmente la gestione dei CAS lecchesi è completamente nella mani della Prefettura e quello che sta succedendo e succederà nelle prossime settimane è una cosa diversa: se fino ad oggi abbiamo lavorato sul favorire gli ingressi con percorsi di inclusione sociale, pur con tutte le difficoltà che conoscete dalle cronache, adesso abbiamo davanti un periodo in cui, alcuni, alcune decine solo a Lecco, usciranno dal sistema di protezione per le conseguenze dovute alle restrizioni della nuova legge Salvini. Tra queste persone molte sono donne con figli piccoli, una parte sono persone con disagio psicologico e psichiatrico, spesso dovuto alle atrocità e alle violenze che hanno affrontato lungo le rotte per arrivare fino in Europa. Di queste persone stiamo discutendo in questi giorni con la Prefettura perché queste situazioni di vulnerabilità, una volta uscite dal sistema di protezione ministeriale, dovranno, se non vogliamo lasciare le persone in strada, essere prese in carico dai servizi sociali dei comuni. Questo significa che la stretta delle risorse ministeriali si tradurrà nella necessità per i comuni di reperire risorse proprie da mettere a disposizione per salvaguardare la situazione e non farla degenerare».

«Per concludere, a seguito del Decreto Salvini, la situazione sul territorio è davvero preoccupante: se negli anni precedenti il problema sono stati gli arrivi, ora il problema è l'uscita dal sistema che forse è ancora più complessa, perché, se non governata, è solo funzionale a mantenere lo stato di emergenza. Uno stato emergenziale mantenuto per finalità politiche, in questo momento, fin troppo palesi».

 

 

Gli autori di Vorrei
Alfio Sironi
Author: Alfio SironiWebsite: http://alfiosironi.wordpress.com

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