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Intervista a Federica Perelli, assessora alla cultura a Seregno e responsabile del progetto “Musica in scena”

 

E' possibile interessare larghi strati della popolazione di una cittadina brianzola alla grande arte e alla musica classica? E specialmente in tempi di sospensione di tutte le attività culturali che richiedono un concorso di pubblico? E' possibile dedicare oggi importanti investimenti alla cultura, quando per anni ci siamo sentiti ripetere che la magrezza dei bilanci imponeva ben altre priorità? E soprattutto, è possibile ottenere buoni risultati in termini di coinvolgimento del pubblico e di costruzione di qualcosa che rimanga nel tempo, sfuggendo alla logica dei grandi eventi mordi e fuggi? A queste sfide sembra aver risposto positivamente il progetto “Musica in scena” avviato da qualche mese a Seregno grazie alla passione e all'impegno di Federica Perelli. Ho voluto perciò sentirla per scoprire la logica e le dinamiche che hanno reso possibili questi risultati. 

 

Da quali esigenze è mosso l'avvio di questo progetto? Come avete proceduto alla sua realizzazione? I primi passi datano già dallo scorso anno...

Nel progetto culturale che stiamo cercando di costruire passo passo per la nostra città, abbiamo individuato come fulcro e punto di partenza il concorso pianistico intitolato al “nostro” maestro Ettore Pozzoli, un evento riconosciuto a livello internazionale, ma che ha ancora molto da dire alla nostra città. Volevamo creare un legame forte tra la città e la musica, in tutte le sue declinazioni, affinché tutti potessero esserne coinvolti e affinché essa contribuisse a definire l'identità della nostra comunità. Ci è sembrato di poterlo fare utilizzando il richiamo di altre forme d'arte: abbiamo avviato questa operazione grazie all'incontro fortunato con Ravo Mattoni, il giovane autore di arte urbana che dalla street art ha maturato il suo linguaggio e le sue scelte fino ad essere apprezzato da grandi enti e istituzioni, il Louvre un esempio fra tanti, che ne riconoscono il valore e l'autorevolezza. E allora perché non lasciare a lui, ragazzo fra i ragazzi, il compito di raccontare anche ai giovani il nostro progetto per “Seregno città della musica” ? Abbiamo scelto così di offrire alla città la sua versione de I musici di Caravaggio, un'opera d'arte contemporanea con un soggetto classico, che parlasse di musica; un'opera collocata in uno spazio pubblico, molto ben visibile a tutti: ricordiamo che il murale seregnese di Ravo Mattoni insiste su una superficie di 150 mq., la più grande in assoluto che l'artista abbia mai utilizzato in Italia, ed è collocata di fronte al Teatro San Rocco, sede storica della finale del Concorso Pozzoli. 

 

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Il grande murale di Ravo Mattoni vicino alla sede del Concorso Pozzoli

 

A una prima impressione, una scelta di grande effetto, di cui però non si scorgevano le ricadute. E invece..

Invece questo filo rosso si dipana e prosegue, dapprima coi palinsesti dell'Oltre Pozzoli: concerti di musica jazz con le associazioni musicali cittadine, musica del Cinquecento per le celebrazioni leonardesche, e infine con la collaborazione con l'Accademia Carrara di Bergamo.

Per una felice coincidenza, lo scorso agosto, proprio quando stavano per iniziare i lavori per il murale di Ravo Mattoni, l'opera originale di Caravaggio, che è di proprietà del Metropolitan Museum di New York, era in prestito all'Accademia Carrara di Bergamo per una mostra temporanea. Visitarla ci ha permesso di incontrare la direttrice e di illustrarle il nostro progetto, al quale lei si è molto appassionata, riconoscendone il valore e spingendoci a far leva su questo peculiare legame con la musica che ci contraddistingue rispetto alle altre città del circondario. La stessa direttrice è intervenuta all'inaugurazione del murale, illustrando l'opera del Caravaggio dal punto di vista storico artistico, mentre Ravo ha raccontato la sua personalizzazione dell'opera caravaggesca e dell'operazione “Pinacoteca a cielo aperto” che ha l'ambizione di far conoscere i grandi pezzi da museo a chi nei musei non entra, invitandoli invece ad entrarci: tipicamente, i giovani, che sono anche il pubblico a cui noi dobbiamo rivolgerci in maniera più forte, perché sono i depositari del nostro lavoro, sono il futuro, e vogliamo che comprendano il valore del maestro Pozzoli e della cultura in generale. Grazie a questo bell'incontro con la Fondazione Carrara, abbiamo osato alzare ancora l'asticella, chiedendo in prestito una grande opera, perché questo era il mio desiderio forte, offrire alla città una cosiddetta “mostra evento” che potesse dare avvio ad una iniziativa ricorrente nel tempo. Non avevamo però una sede idonea, Seregno non ha ancora un museo, e così abbiamo costruito attorno ad un'opera che si inseriva nel nostro progetto una sala espositiva, che non esisteva come tale, ma che, grazie alla collaborazione della Fondazione Carrara, alla sua curatela, abbiamo trasformato per l'occasione, ritenendo che possa diventare la sede espositiva per questo tipo di iniziative. L'opera scelta è di Evaristo Baschenis, un pittore seicentesco e lombardo come il Caravaggio, inventore della natura morta a tema musicale: chi meglio di lui poteva rappresentare questo nuovo step del nostro progetto? Si tratta di un'opera di grandissimo valore, che ben rappresenta la peculiarità innovativa dell'autore: una natura morta con strumenti musicali, a cui abbiamo affiancato un'altra sua opera, una natura morta con cesto e zucca. 

 

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      La polvere sul liuto nel quadro di Baschenis

 

Fra le tantissime opere simili di Baschenis, come mai la scelta è caduta su questa?

L'opera, che al termine della nostra mostra verrà esposta a Parigi, ci è stata proposta, tra tutte quelle dell'autore che occupano un'intera sala dell'Accademia Carrara, dalla stessa direttrice e ci ha permesso di arricchire l'esposizione con una serie di iniziative a corollario che ne amplificassero il valore: abbiamo organizzato dei laboratori in collaborazione con l'Accademia di Brera, dei concerti con le associazioni musicali della nostra città, tre concerti che dal 23 maggio per tre domeniche successive gli studenti del Conservatorio di Milano terranno all'aperto, di fronte alla sede della mostra, realizzando quella “musica in scena” che il titolo della mostra vuole suggerire.

crediamo che la cultura sia altrettanto importante come ristoro dell'anima quanto i contributi economici lo sono per le categorie sociali che hanno patito durante la pandemia.

Così l'arte di Evaristo Baschenis mobilita una serie di altre iniziative, ed è un'occasione unica per entrare nel mondo della pittura lombarda del Seicento con la sua raffinatezza e il suo realismo e in quello delle famiglie borghesi che potevano dedicarsi alla musica. Abbiamo voluto cogliere un'occasione, in un periodo in cui per tutte le amministrazioni è stato molto difficile dare nutrimento allo spirito dei propri cittadini: nel primo periodo in cui avevamo il quadro non abbiamo potuto aprire la mostra, ma ci è sembrato doveroso scommettere su questa opportunità. 

 

In effetti l'interesse di questo progetto è emerso proprio attraverso le tante iniziative a corollario, alcune delle quali sono state fruibili on line anche quando la mostra era chiusa; e forse anche per questo è cresciuto un clima di partecipazione: vedere da vicino il concerto d'arpa è un'esperienza che, come ho visto, spinge il pubblico a interessarsi allo strumento, di per sé scenografico, avvicinarsi per ammirarlo e per saperne di più... 

La possibilità di vedere da vicino uno strumento, di consentire questo tipo di esperienza, l'abbiamo offerta anche collocando nella sala espositiva una spinetta realizzata da un artigiano locale specializzato in strumenti d'epoca con una cura e una precisione che rimandano alla sensibilità dell'autore in mostra. Anche il proporre alle associazioni musicali di suonare all'aperto di fronte alla sede espositiva, come a far risuonare al di fuori della cornice il valore dell'arte, ha contribuito a questo genere di esperienza, così come il bellissimo laboratorio dell'Accademia di Brera “Impronte sonore, interazioni tra pittura e musica”, ispirato alla tela del Baschenis e proposto in videoconferenza agli studenti di Brera che si sono collegati da tutta Italia da Andrea Strizzi, un giovane artista brianzolo assistente della docente Maria Cristiana Fioretti. Andrea elabora le impronte musicali in tracce visive, realizzando composizioni guidate dalla musica; in più ha proposto davanti alla tela, riprendendo un capitolo della sua tesi di laurea dedicata alla polvere nell'arte, una lezione sulla polvere che nella tela di Baschenis ricopre la superficie della cassa armonica del liuto, catturando la luce e aumentando la tridimensionalità dell'immagine. I giovani poi sono stati invitati a diventare essi stessi promotori dell'arte attraverso un progetto sviluppato con trenta studenti del Liceo Parini di Seregno, che sono stati organizzati in due gruppi: uno, il più cospicuo, impegnato a fare da guide all'esposizione, l'altro impegnato a promuovere tra i loro pari sui social i contenuti di Musica in scena.

 

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Ben venga dunque un progetto che partendo, per così dire, dall'alto riesce a raggiungere molte persone e ad attivare tante energie. Rimane il limite di una collocazione solo centrale di queste iniziative: che é certo funzionale a un'esigenza di visibilità, ma che lascia fuori le periferie da questa mobilitazione attorno alla cultura.

Siamo partiti dal centro perché è questa la collocazione storica del Concorso Pozzoli, ma è certo nostra intenzione, fa parte dei nostri impegni programmatici, espandere anche verso le periferie la nostra iniziativa nel campo culturale: lo abbiamo fatto già con il cinema, collocando nei quartieri periferici la rassegna estiva. Abbiamo poi lavorato al sottopasso pedonale Solferino – Magenta, nella cui riqualificazione abbiamo scelto di utilizzare l'intervento dello street artist Christian Sonda in un progetto di arte partecipata: purtroppo il completamento dell'opera da parte di tre gruppi di alunni delle scuole medie guidati dall'artista non è stato finora possibile a causa delle restrizioni sanitarie. Questo intervento su un sottopasso ferroviario è stato realizzato in coincidenza col centenario di Gianni Rodari, e per questi due motivi la scelta del soggetto è caduta sulla sua favola Il trenino azzurro, che propone anche nelle modalità fantastiche tipiche dello scrittore il tema della solidarietà, celebrando anche l'infanzia, la creatività, il gioco. La partecipazione dei ragazzi alla realizzazione dell'opera vuol essere un modo per farli sentire depositari di quest'arte, in grado di tutelare quelle pareti anziché andare ad imbrattarle.

 

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il murale di Christian Sonda in fieri nel sottopasso ferroviario

 

 Tuttavia anche in questa realizzazione il coinvolgimento dei destinatari avviene a posteriori, mentre il momento della scelta non li vede protagonisti. E' possibile invece, come ad esempio aveva fatto qualche tempo fa l'associazione Dare un'anima alla città con gli abitanti del quartiere Sant'Ambrogio, provare ad immaginare la riqualificazione estetica di angoli degradati dei quartieri con diversi interventi tra i quali i cittadini stessi possano operare una scelta? 

Ci sono vari modi di coinvolgere la città: per i primi lavori c'è stata la voglia di sorprendere, di stupire. Abbiamo scelto di offrire alla città spunti di riflessione dati dall'inaspettato, che è un po' il messaggio che gli artistiurbani utilizzano, occupando luoghi inediti o difficilmente accessibili. In questo modo abbiamo cercato di creare le basi per un lavoro che acquistasse nel tempo un carattere di maggior condivisione. 

La comunità intera ha bisogno di vedere una luce, di credere nella bellezza.

La condivisione nella realizzazione dell'arte urbana può diventare uno strumento di integrazione sociale, come dimostra il grande progetto dei murales di Philadelphia curati da Jane Golden e incoraggiati anche dal grande Museo delle arti della città ( ne ha parlato qui Elisabetta Raimondi). E' una strada che si può percorrere anche da noi?

Devo dire che il sottopasso Solferino – Magenta era stato concepito come un primo passo in questa direzione, un grande progetto di arte partecipata che avrebbe dovuto coinvolgere tutti i ragazzi delle scuole medie cittadine. Ma l'impossibilità di farli lavorare sul luogo avrebbe messo a rischio l'intervento stesso dell'artista, condizionata com'era l'amministrazione da scadenze nei tempi del bilancio: così si è deciso di far procedere il lavoro, lasciando al futuro intervento dei ragazzi gli spazi più esterni e facendo preparare all'artista disegni basati, su bozzetti e idee elaborati dai ragazzi, che in un secondo momento verranno realizzati da loro. 

Un altro problema è che tutti questi interventi di arte negli spazi pubblici hanno bisogno di manutenzione: penso agli affreschi che già da tempo occupano alcune pareti degli edifici seregnesi e che il tempo ha scolorito. Un problema da affrontare, no?

Devo dire che per sua natura l'arte urbana è fuggevole, non è fatta per durare nel tempo, ma è lasciata dagli artisti ai cittadini e al tempo: accade anche che alcune amministrazioni diano spazio ad interventi successivi sugli stessi luoghi con opere che continuano a cambiare. È vero che oggi vengono utilizzati materiali molto più durevoli: Ravo Mattoni, ad esempio, usa delle pellicole, delle mani di colore trasparenti, che garantiscono una durata nel tempo. La street art è un'arte molto recente che si arricchisce man mano di soluzioni nuove.Succede che alcune di queste opere, quando vi si attribuisca un particolare valore, vengano staccate e ricollocate in spazi chiusi: ne abbiamo trasferite alcune in questo modo nella Biblioteca E. Pozzoli o nella sala consiliare, per proteggerle e ripararle; ma queste opere sono nate per l'esterno e spesso le vetrine ne offuscano la visibilità. È vero, in città ci sono murales che hanno bisogno di importanti interventi di manutenzione, ma per il momento abbiamo scelto di proporre qualcosa di nuovo alla città, di parlare ai giovani col loro linguaggio ma con storie che parlino a tutti. Una riflessione però va fatta, attorno a quei murales di un'altra stagione artistica.

 

Seregno ha ormai una storia in questo proporre ai cittadini un'arte esposta gratuitamente, a cielo aperto, che non sia solo decorazione, arredo urbano o celebrazione, ed è giusto che vada difesa. 

In effetti si è costituito nel tempo un patrimonio di grande valore che richiede senz'altro una riflessione per la sua salvaguardia, anche perchè ha in definitiva un valore formativo, perchè invita ad apprezzare in generale la produzione artistica, a entrare nelle sedi museali, ad approfondire determinati percorsi. 

In ogni caso è particolarmente apprezzabile che in un momento come questo si investa tanto nella cultura, quando invece si era abituati a veder considerare sempre questo capitolo di spesa pubblica come secondario e improduttivo...

Ci riusciamo perché convintamente crediamo che la cultura sia altrettanto importante come ristoro dell'anima quanto i contributi economici lo sono per le categorie sociali che hanno patito durante la pandemia. La comunità intera ha bisogno di vedere una luce, di credere nella bellezza. Io credo nella necessità di costruire occasioni per tutti di avvicinarsi alle diverse forme d'arte, a partire dai giovani che mi raccontano di non essere mai entrati a vedere una mostra, ma davanti al Baschenis hanno negli occhi un'emozione unica. Davanti alla bellezza, anche a quella aulica, anche a quella difficile da comprendere, si percepisce un'energia, come una grande opportunità che sollecita delle parti della nostra anima, del nostro cervello, che solo davanti alle grandi opere possiamo riconoscere, sentir risuonare.

Credo fortemente nell'investimento culturale, di cui oggi più che mai c'è necessità, e penso che debba andare di pari passo con gli aiuti economici per i quali tanto abbiamo lavorato a favore delle famiglie in difficoltà, le categorie commerciali, gli imprenditori, tutte le fasce penalizzate dalla pandemia. E' una grande soddisfazione pensare di poter offrire alla comunità un motivo per ritrovarsi, per sentirsi insieme aspettandosi di poter sempre fruire di iniziative a cui riconosciamo un valore formativo anche in questo senso.  
 

 

Andrea Strizzi: Baschenis, la polvere e l'impronta

 

 

Gli autori di Vorrei
Carmela Tandurella
Author: Carmela Tandurella

Se scrivere è “scegliere quanto di più caro c'è nel nostro animo”, ecco perchè scrivo prevalentemente di letteratura. Storia, filosofia, psicologia, antropologia, tutte le discipline che dovrebbero farci comprendere qualcosa in più della nostra umanità, mi sono altrettanto care, ma gli studi classici, la laurea in filosofia, anni di insegnamento e una vita di letture appassionate mi hanno convinto che è nelle pagine degli scrittori che essa si riflette meglio. Il bisogno di condividere quello che ho letto e appreso, che prima riversavo nell'insegnamento, mi ha spinto ad impegnarmi prima con ArciLettore, poi, dal 2013, con Vorrei, del cui direttivo faccio parte. Da qualche anno sono impegnata anche nella collaborazione alle pubblicazioni e alle iniziative del Comitato Antifascista di Seregno e del Circolo Culturale Seregn de la memoria, di cui sono attualmente vicepresidente.Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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