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Brianzola di nascita e residente a Torino, in Le tre notti dell’abbondanza racconta di Calabria e di ‘ndrangheta, le dinamiche di sopraffazione e i legami di sangue che sembrano rendere invincibile questa realtà criminale, ma soprattutto le crepe che in questa realtà hanno aperto alcune donne, sindaci o collaboratrici di giustizia, con la loro determinazione.

Apertura domenicale delle librerie? Sì, grazie. Ancor meglio se per una mattinata come quella di domenica 17 ottobre 2015 a Libri e Libri di Monza: condotto da Marta Abbà, l’incontro con Paola Cereda per la presentazione del suo terzo romanzo Le tre notti dell’abbondanza, edito da Piemme, è stato un vero regalo al pubblico intervenuto, che ha potuto ascoltare dalla stessa autrice (che è stata anche attrice e regista teatrale) alcune delle pagine di questo libro, commentate per di più dalla chitarra e dalla voce di Paola Luffarelli. Una scrittura immaginosa, poetica, eppure contemporaneamente nitida e asciutta, pagine piene di colore e di profumi, di emozioni e di riflessioni che portano ancora una volta, e con maggiore intensità che nei suoi romanzi precedenti,  (Della vita di Alfredo, edito da Bellavite, e  Se chiedi al vento di restare edito da Piemme), in un mondo chiuso e isolato, nel quale tutto sembra spingere ad uniformarsi, ad accettare come inesorabile l’esistente, mentre la sensibilità, la fantasia, la creatività alimentano la voglia di autodeterminazione dei giovani protagonisti, rendendoli capaci di sfuggire ad un destino preconfezionato dall’ambiente o dall’eredità familiare.

 La scrittrice ha parlato dei motivi che hanno spinto lei, brianzola di nascita e residente a Torino, a raccontare, in questo romanzo, di Calabria e di ‘ndrangheta, a voler conoscere non solo le dinamiche di sopraffazione e i legami di sangue che sembrano rendere invincibile questa realtà criminale, ma soprattutto le crepe che in questa realtà hanno aperto alcune donne, sindaci o collaboratrici di giustizia, con la loro determinazione. Parla con evidente affetto dei suoi protagonisti e dei personaggi reali che li hanno ispirati, del suo amore per gli umili eroi della quotidianità, della speranza di cambiare la realtà, anche lentamente, anche nel lunghissimo periodo, a patto che le nostre scelte siano dettate dal rifiuto di un accettare una realtà ingiusta e priva di senso. Decisamente, val la pena di sentirla ancora ponendole almeno alcune delle tante domande che il suo libro suggerisce.

 

È difficile poter uscire dal coro e scegliersi una vita in cui riconoscersi pienamente.

 

Come definiresti la trilogia di questi tuoi primi romanzi? Non possono sfuggire al lettore i motivi comuni, declinati in modo sempre più ricco e complesso…
I miei primi tre romanzi sono molto differenti tra loro, ma sono uniti da un filo rosso che è quello dell’autodeterminazione: quanto, cioè, ciascuno di noi possa decidere del proprio presente, nonostante viva in un ambiente che, in parte, ha già scelto come e perché. La Brianza di Alfredo, l’isola senza nome di Agata e la Calabria di Irene sono luoghi circolari, dove è difficile poter uscire dal coro e scegliersi una vita in cui riconoscersi pienamente. Un altro tema chiave, strettamente correlato all’autodeterminazione, è la diversità intesa come valore, resistenza e capacità di non omologazione.

Uno sguardo speciale sulle cose e sugli uomini, uno sguardo che è anche “visione”: è da questo che nasce la tua scrittura?
Credo che il teatro, che è una mia grande passione, mi abbia aiutato e continui a farlo. Un’amica che mi conosce bene dice che il teatro determina il mio modo di vedere il mondo. È verissimo. Vivo e assorbo ogni esperienza quotidiana come se fosse già narrazione e dialogo. Il mio stile mischia, in modo inconsapevole ma inscindibile, scrittura drammaturgica e prosa.

 

Sono convinta che si possano affrontare temi difficili e complessi in modo “leggero”, cioè planando dall’alto senza scivolare nel didascalico

 

Il fascino di questo tuo nuovo romanzo sta, fra le altre cose, nel gioco dei contrasti: un paese che si chiama Fosco circondato da una natura luminosa, i giovani che non corrispondono alle aspettative degli adulti, l’ereditarietà che gioca strani scherzi, le femmine che si rivelano più forti e indipendenti dai maschi… E’ la tua ironia che alleggerisce in questo modo il dramma? O che fa vendetta dell’ingiustizia…
Più che l’ironia, uso l’umorismo, inteso come la capacità di sorridere tra le lacrime. Nelle Lezioni americane, Calvino ci dice che “leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Sono convinta che si possano affrontare temi difficili e complessi in modo “leggero”, cioè planando dall’alto senza scivolare nel didascalico. I contrasti sono alla base de “Le tre notti dell’abbondanza”. Lo si vede bene anche dalla copertina. Nella splendida illustrazione di Pierre Mornet, c’è un mondo terreno, governato dagli adulti e da regole non scritte e potenti. E c’è il cielo che è lo spazio della fantasia e degli affetti più profondi e sinceri. È il luogo dove immaginare un altro presente.

Ci sono dei giovani protagonisti, in questo romanzo, ma anche questo è, come i tuoi precedenti, un romanzo corale, d’ambiente, con risvolti quasi antropologici. Come costruisci questa rappresentazione, quali elementi contribuiscono al quadro d’insieme?
Quando scrivo un romanzo, non parto dalla trama o dai personaggi. Solitamente parto da un luogo che mi attrae perché mi costringe alla fatica di avvicinarlo e comprenderlo. Lo studio dal punto di vista storico e geografico, e ci vado fisicamente per incontrare le persone, ascoltare il linguaggio, avvicinare le storie. Sono interessata non tanto alla verità storica, cioè alle cose così come accadono, ma alla verità narrativa: al modo, cioè, in cui ciascuno si racconta quella storia. Non sempre i due piani coincidono, anzi. In questa discrepanza inizia il mio lavoro di scrittrice.

 

Sono numerosi i casi di donne sindaco o di collaboratrici di giustizia che scelgono di provare a scardinare il sistema, pagando un prezzo personale altissimo.

 

Ci sono tante ninne nanne, in questo libro, e una, bellissima, viene proposta alla sua presentazione da Paola Luffarelli. È un modo per sottolineare il ruolo delle madri in questa società retta dalla continuità della tradizione?
Esiste una ninna nanna calabrese tradizionale, Ninna nanna Malandrineddu, che dice: “E tu t'ha fari randi, prestu a crisciri, Sferri e cuteddhi sempri ha maniari, L'onuri da famigghia ha manteniri, Figghiuzzu a to patri l'ha vendicari”. Cresci in fretta, figlio mio, perché dovrai vendicare la morte di tuo padre e preservare l’onore della famiglia. Da questo canto si capisce l’importanza del ruolo della donna nel trasmettere una mentalità legata alla vendetta. Non è così per tutti, naturalmente. Oggi le cose stanno cambiando, proprio a partire dalle donne. Sono numerosi i casi di donne sindaco o di collaboratrici di giustizia che scelgono di provare a scardinare il sistema, pagando un prezzo personale altissimo. La cantastorie calabrese Francesca Prestia ha scritto una ninna nanna meravigliosa, a partire dalla lettera che la collaboratrice di giustizia Giusy Pesce ha mandato alla figlia, per spiegarle le ragioni della sua scelta. In questa ninna nanna, la madre sogna per la figlia un luogo dove, al posto di guerra e violenza, ci sia “na vita cu na paci e na coscienza”. Sono parole importantissime. Da esse traspare la consapevolezza del ruolo di ognuno di noi nella costruzione di un cammino di pace, guidato da una coscienza che abbia a cuore il bene comune.

566 4555 2 39944cc7ed8928dfb9ff9e8fda899e81È di gruppo, questa volta, anche la rappresentazione dell’adolescenza: non più una sola giovane donna, ma tre ragazzi che crescono insieme, e, parallelamente, tre sorelle dal diverso carattere. Quanto ha contribuito a questa “novità” la tua attuale esperienza di educatrice?
Le tre sorelle Rusto rappresentano tre modi di essere e offrono tre possibili identificazioni. Cosa fare all’interno di un sistema già scritto? Provare a cambiarlo attraverso la creatività o la ragione, oppure accontentarsi di restare nel solco della tradizione? È vero, nel mio romanzo gli adolescenti e i giovani sono il motore di un cambiamento possibile. Mi occupo di regia nel gruppo teatrale integrato AssaiASAI, dove italiani e stranieri, alcuni diversamente abili o con disagio mentale, lavorano tutti insieme, ognuno con le proprie risorse. Vedo il loro impegno e beneficio in pieno della speranza che riescono a trasmettermi. Con il nostro modo di fare teatro non rivoluzioniamo il mondo, però creiamo uno spazio in cui sperimentiamo benessere, fiducia e aiuto reciproco. E se spazi di questo genere sono riproducibili o moltiplicabili, allora si può spazzare via l’immobilismo del “tanto non cambia mai niente”.

Sono ragazzi, i personaggi positivi del romanzo. Ma c’è anche fra gli adulti qualche personaggio che tu ami, a cui tu assegni un ruolo positivo?
C’è un personaggio minore che mi è molto caro. Si chiama Cesira e fa la prostituta in un albergo a ore. Diventa amica di uno dei protagonisti, ‘Ngiulinu, il figlio del capobastone di Fosco, che se ne va dal paese natio proprio perché non è l’erede che il padre voleva che fosse. L’incontro di queste due umanità, giudicate dai più come “deviate” o “sbagliate”, secondo me è uno dei passaggi più significativi del romanzo. Racconta la bellezza dell’umano imperfetto. È quello che amo. È ciò che ricerco.

 

“Ti sei accorta che ci hanno rubato il mare?”. Ci hanno privato della possibilità di scegliere però, per fortuna, “nessuno può rubarci il desiderio del mare”

 

Ai giovani e alle donne tu affidi le possibilità di speranza e di riscatto. Realisticamente, però, sai che qualcuno rimarrà invischiato nel destino sbagliato, al quale trova motivi per aderire. Anche in questo caso, tu sottolinei il ruolo dell’autodeterminazione, mi sembra. È così?
Rocco, l’innamorato di Irene, è il figlio di uno “sparato”. Il suo destino è già segnato, eppure è proprio lui il portavoce di un messaggio importante. A Fosco c’è una scala che non porta al mare, simbolo di tutte le ingiustizie. Rocco dice a Irene: “Ti sei accorta che ci hanno rubato il mare?”. Ci hanno privato della possibilità di scegliere però, per fortuna, “nessuno può rubarci il desiderio del mare”. È la libertà, e si trova dentro ciascuno di noi.

 


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