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Lo scrittore triestino invitato da Novaluna a Monza per la presentazione del suo “Come cavalli che dormono in piedi”.  La guerra, l'Europa, il giornalismo, il viaggio.

Foto di Antonio Cornacchia

 

Paolo Rumiz, triestino, classe 1947, giornalista. Inviato speciale de “Il Piccolo” di Trieste e in seguito editorialista de “La Repubblica”, è da quasi vent'anni uno degli scrittori di viaggio più apprezzati d'Italia. Reporter da molti fronti di guerra - in Croazia, in Bosnia, in Afghanistan - questa settimana era a Monza, al Teatro Binario 7, ospite dell'associazione “Novaluna”, per presentare il suo ultimo lavoro  “Come cavalli che dormono in piedi”, edito per Feltrinelli; un itinerario tra macerie e  fantasmi del fronte orientale della Grande Guerra.  Prima in Galizia e poi in Bosnia, partendo e tornando da Redipuglia, l’autore nelle pagine del libro cerca di rintracciare le storie dei personaggi di allora per riannodare i fili della memoria e portarle a nuova vita. Un viaggio tra i morti, ma fatto per  i vivi: tentativo di scalfire la pericolosa smemoratezza dell'Europa di oggi,  che vede il rinascere di una cortina di ferro dall'Ucraina al Baltico, sulla stessa linea del fronte del 1914/'18. Prima di salire sul palco per la presentazione del libro, Rumiz ha accettato di rispondere a qualcuna delle nostre molte domande. Seduti in un angolo, nel corridoio del teatro, mentre gli ascoltatori passavano avanti e indietro e riempivano la sala, ecco cosa ci ha raccontato.

Partiamo da Cavalli che dormono in piedi, che presenterà questa sera. Si tratta di un “atto di resistenza”?
La memoria è un atto di resistenza. Noi siamo inondati ciclicamente dalla memoria ad orologeria del 27 gennaio o di altri anniversari simili, le cui celebrazioni si esauriscono spesso in una cerimonia vuota. Da tempo penso sia urgente trovare un nuovo linguaggio per raccontare e rendere vivo il nostro passato. Trovo urgente oggi, in questo momento di crisi, anche culturale, tornare sulle macerie e ascoltarle, interrogarle, farle parlare. Con questo libro ho tentato di fare questo.

Nel libro sceglie ancora una volta il punto di vista delle persone, persone semplici. I grandi movimenti del potere restano sullo sfondo.
La storia aiuta a capire, ma non a sentire. Io con questo viaggio volevo invece sentire, ritrovare e riprovare le sensazione fisiche di quei giovani corpi  straziati dalla fame, dal frastuono, dal freddo. Il peso medio dei soldati dell'esercito austro-ungarico alla fine del '17 era sceso a 45 chili. Sono andato a camminare lungo le linee del fronte, ho dormito vicino agli ossari, guardato le stelle e sentito il freddo della notte là dove li sentirono quei ragazzi. Gli odori, i suoni, volevo restituire un'idea materica di cosa possa essere stato quell'evento. Quelle sensazioni sono per noi, oggi, qualcosa di inimmaginabile: in un mondo rurale, quasi immoto, avvolto nel silenzio, ad un certo punto fa irruzione il primo enorme evento bellico su scala industriale, con rombi, boati, deflagrazioni. In quel paesaggio muto, le cannonate risuonavano per centinaia di chilometri.

 

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Alfio Sironi e Paolo Rumiz

 

Nel libro tratteggia spesso un'idea: che l'Europa fosse più Europa allora di oggi.
Nella guerra, soprattutto nella guerra di trincea, le prime linee, separate talvolta da una striscia di terra di 150 – 200 metri, finivano per conoscersi. Si sapeva tutto del fronte nemico: lo stato dei rifornimenti, i canti intonati per far passare la notte; nelle sere di vento, si sentiva l'odore del rancio degli altri. Lontani dal controllo dei superiori, i soldati finivano spesso per negoziare piccole tregue: ci sono alcuni racconti al riguardo. Potevi trovarti di notte in un campo a rubare patate gomito a gomito col tuo avversario diurno, accomunati da un nemico comune: la fame. Dopo qualche tempo, si finiva per avere  un'intimità quasi condominiale che  rendeva persino difficile uccidere. Dopo gli sconquassi delle due guerre, l'Europa orientale ha subito l'epoca sovietica e poi si è  immolata sugli altari del “dio nazione”: quasi mai, in quelle terre, si è stati meglio dopo la caduta degli imperi.

E oggi, l'Unione Europea?
Le faccio solo un esempio: nell'impero ottomano il califfo si circondava di consiglieri greci ed ebrei, c'era una attenzione per la convivenza tra culture. Oggi all'interno della Comunità Europea prevalgono gli interessi nazionali, rinascono ai quattro angoli dell'Europa i nazionalismi, le divisioni. La guerra è infame perché arriva sempre senza avvisare. Sembra sempre qualcosa che riguarda gli altri. Mentre tutt'intorno divampavano conflitti cruenti, i bosniaci, all'inizio degli anni '90, mi dicevano: “qui non succederà mai”. Un giorno uscendo di casa si sono trovati davanti uno che gli puntava un coltello alla gola; a quel punto è troppo tardi. Dobbiamo tornare sulla macerie del passato, ascoltarle.

 

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Paolo Rumiz, Annalisa Bemporad e Raffaele Mantegazza sul palco del Binario7 a Monza

 

Cambiamo argomento. Lei ha fatto del viaggio uno strumento di conoscenza. Oggi  il viaggio è diventato fenomeno di massa, status symbol. Siamo dappertutto e vorremmo spesso essere altrove rispetto a dove ci troviamo. Il viaggio perde senso?
Viaggiare è un verbo ambiguo, che si declina a seconda dell'intenzione. Dipende se scelgo di viaggiare, consapevolmente, o se “vengo viaggiato”, se vivo il viaggio come evento passivo. Oggi non sono solo gli spostamenti coatti a generare viaggi passivi - come nel caso dei migranti che attraversano il mare perché non hanno altre vie di scampo - anche lo spostamento turistico di massa è spesso un viaggiare passivo, vissuto senza avere consapevolezza di dove ci si trova.

A proposito di consapevolezza. In Italia un ragazzo lungo il suo itinerario di formazione affronta discipline che lo preparano all'incontro con l'altro, quando va bene, all'università. Che ne pensa?
Ci sono tanti saperi che stanno sparendo dalla scuola. Il primo  è certamente quello della geografia. In altri paesi d'Europa non è così. In Svizzera, in Francia, se ne parla di più e fin da tenera età, con modalità legate all'esperienza diretta.
Per il momento storico e per la sua posizione nevralgica, nel cuore del Mediterraneo, sarebbe importante che l'Italia acquisisse consapevolezza del suo potenziale ruolo. Si tratta di un paese jolly, che ha ancora delle credenziali. Gli italiani sono ben visti in tante parti del continente: lo sono in Russia, in parti dei Balcani, in una vasta area del Maghreb.

 

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La lunga fila per le dediche

 

Lei ha speso una vita a raccontare altre culture, l'incontro con l'altro, attraverso lo strumento del reportage narrativo. Il giornalismo oggi però va da un'altra parte: siamo sommersi dalla cronaca e lo spazio per l'approfondimento sembra destinato ai margini.
Resisterà un giornalismo che si dia il tempo per cercare, capire e spiegare?
Io ho avuto fortuna: ho potuto raccontare quel che ho voluto e  in un certo modo. Quel che ho scritto è stato letto da tanti. Ti dirò che il fatto che io venda, sotto sotto, da persino un po'  fastidio al marketing: il mio modo di lavorare non sempre si adatta ai loro meccanismi. Il fatto che si vendano questi libri significa che continua ad esserci l'esigenza di un certo tipo di giornalismo.  Oggi però i tempi sono cambiati. Colleghi più giovani che lavorano bene, facendo ottimi reportage, vengono pagati due lire e a posteriori: anche se uno è motivato, a condizioni del genere, è difficile resistere.

A proposito di informazione. In quest'ultimo anno in Ucraina si è tornati a combattere. Credo  che nel racconto delle vicende ucraine la stampa italiana abbia  spesso adottato un punto di vista esclusivamente “atlantico”...
Il contrario. Penso anzi che la stampa italiana sia stata abbastanza filo-russa, in molti sono caduti nel tranello di Kiev in mano ai nazisti. In verità è Putin che ha aggredito.

Progetti in cantiere?
Almeno una decina! Sto lavorando ad un atlante dei paesaggi sonori, mi piacerebbe collezionare e riproporre i suoni che caratterizzano alcuni luoghi. Sto preparando un romanzo, che prende spunto da una storia vera. E vorrei finalmente realizzare un grande viaggio a piedi: ho usato ogni mezzo per spostarmi, ma non ho mai camminato per più di quindici giorni.

 

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