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Un percorso artistico e teatrale che da un piccolo comune brianzolo si apre alla sperimentazione e all'Europa. Intervista a Michele Losi.

Partiamo dalle basi e dallo scontato, ossia spiegaci il perché del vostro nome, Scarlattine teatro.
Era il 1999. Anna e Giulietta, le due fondatrici della Compagnia, stavano producendo il loro primo spettacolo: Per amore. Io davo una mano per la regia. Ci siamo chiesti che nome dare alla compagnia. In quel periodo Giulietta stava leggendo La lettera scarlatta. In più avevamo dei laboratori ed una produzione per bambini che stava cominciando a  girare per le scuole. Scarlatta, Scarlattina, malattia infettiva, siamo in più di uno, Scarlattine. E poi Teatro a distinguere quello che facevamo. Da lì è nato ScarlattineTeatro.

E l’affascinante e mitologico nome di “Giardino delle Esperidi” a cosa è dovuto?
Il Festival come idea è nato quasi per gioco durante un'estate, quella del 2004, sull’isola di Icaria in Grecia. Parlavamo di riprendere in mano il Festival Campsirago Teatro, abbandonato da anni, ed abbiamo deciso di fare un nuovo Festival. Io sono appassionato fin da piccolo di mitologia classica, in particolare greca. Penso di aver costretto sempre amici e parenti a visitare siti archeologici, a sorbirsi letture, a sentire citazioni. Riflettendo su come volevamo il nostro festival, abbiamo avuto l’immagine del giardino e dell’Albero dai pomi d’oro. Inoltre il Giardino delle Esperidi secondo Ovidio è situato a Occidente, forse vicino a Gibilterra, forse in Italia. Visto da Icaria Campsirago rappresentava l’Occidente, e il Giardino era un segno perfetto. Inoltre le fatiche d’Ercole… E quindi il nome è passato.

 

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Quest’anno è stata la decima edizione del Festival. Se dovessi farne un bilancio, cosa ci racconteresti?
Penso che la caratteristica principale di questa edizione, forse la più matura, sia il passaggio da Festival generalista, a sentimento oserei dire; ovvero un Festival senza una coerenza di genere, ma con una certa coerenza estetica, ad un Festival che produce e coproduce quanto presenta. Una sorte di passaggio alla maturità di Campsirago Residenza, luogo di produzione e coproduzione internazionale, che presenta al pubblico le proprie fatiche. In questo senso mostrando con forte coerenza gli esiti delle proprie ricerche, del proprio lavoro, di quanto vuole sostenere.

 

Siamo sotto attacco per i numeri di spettatori e lo spettacolo televisivo da platea sterminata, in cui l’esperienza nasce dal potersi sentire parte del mondo mediatico. La nostra è l’operazione contraria. Restituire dignità all’essere umano in quanto tale. Essere o non essere?

Tra le novità dell'edizione di quest’anno c'era Hamlet Private, uno spettacolo per unico spettatore cangiante, quasi interattivo - che verrà riproposto a settembre nella rassegna Ville Aperte di Monza e Brianza. Credi che questa possa essere una nuova frontiere dello spettacolo teatrale?
Penso che la performance per uno spettatore abbia una forza tutta sua, che è legata all’unicità della relazione nell’evento. Il pubblico non è abituato a questa cosa. Ma anche chi è abituato, come operatori e critici, se la performance è buona e l’attore anche, non può non rimanere turbato. In questo senso Hamlet Private è un’operazione interessante, perché mette in atto una trasformazione nello spettatore. Nulla sarà mai più come prima dopo. Nel suo piccolo. Questo tipo di operazione poetica va preservata e rinforzata se possibile. Siamo sotto attacco per i numeri di spettatori e lo spettacolo televisivo da platea sterminata, in cui l’esperienza nasce dal potersi sentire parte del mondo mediatico. La nostra è l’operazione contraria. Restituire dignità all’essere umano in quanto tale. Essere o non essere?

Spesso alle Esperidi Festival ci sono spettacoli di produzioni straniere, presentate soprattutto in lingua originale. Non ritenete che questa sia una scelta un po’ forte o pesante per il pubblico?
Si. In alcuni casi lo è stato. In molti no. Lo è quando la produzione non è all’altezza delle aspettative. Non lo è quando ci troviamo di fronte ad un’opera d’arte. Il linguaggio passa al di là della lingua in questo caso.

Come avviene la scelta degli spettacoli esteri?
Sono oramai anni che frequentiamo festival, meeting e teatri in tutto il mondo. Ci capita di vedere molti spettacoli e performance. Di conoscere tanti artisti e di osservare le reazioni del pubblico. Spesso avviene così l’incontro e la scoperta di un nuovo artista, di una nuova compagnia. In alcuni casi la relazione diventa organica, e si va verso la coproduzione di performances o spettacoli. In altri casi l’incontro si traduce in un’ospitalità.

Ultimamente siete stati impegnati con una rivisitazione del mito di Ulisse.
Meeting the Odyssey è un progetto visionario che abbiamo scritto nel 2012 e che abbiamo avuto la fortuna di vedere finanziato dall’Unione Europea. Quindi ha preso realmente il via l’anno successivo ed ora siamo in viaggio, con un veliero, tra San Pietroburgo ed Istanbul, per tre anni. È un progetto incredibile fatto di incontri, spettacoli, riflessioni e approfondimenti sul tema dell’Odissea oggi in Europa. Varrebbe la pena di dedicargli un intervista a sé perché è molto complesso e articolato. Vi anticipo solo che per 40 giorni, tra il maggio ed il giugno del 2015, sarà in Lombardia.

Cosa prevede il 2015?
Un’Odissea grande ed un’Odissea piccola appunto. Un progetto site specific con 11 performer ed un veliero ed uno spettacolo per l’infanzia, sullo stesso tema. Odisseo, l’Odissea. Le due anime di Scarlattine che si incontrano in questa doppia produzione.

Cosa bolle in pentola da voi attualmente?
Tante cose. Siamo in continua ebollizione direi. Un progetto internazionale rivolto alla primissima infanzia e due progetti sempre internazionali legati al tema del camminare e dell’andare lentamente. Li stiamo scrivendo in questi mesi. Nel futuro più lontano mi vedo invece un giro del mondo. In 80 mesi però.

 


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