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Dossier. Startup, green economy, innovazione. Intervista a Bertram Niessen, project manager del concorso per startup culturali. Consigli per la riuscita di nuovi progetti e su cosa non fare, tra Expo e gli errori della Pubblica Amministrazione

Iniziamo parlando di cheFare, il concorso per startup culturali di cui ti occupi come project manager. È in corso la votazione per scegliere il progetto vincitore in questo momento. Qual è il primo bilancio che puoi dare per questa seconda edizione, in confronto anche con la prima?
Il bilancio ad oggi è sicuramente molto positivo. Nella prima edizione abbiamo raccolto 500 progetti di start up, associazioni culturali, cooperative, aziende, comitati e fondazioni. Nella fase di votazione online sono stati espressi oltre 42mila voti; un numero veramente sorprendente, se si pensa alla retorica imperante secondo la quale della cultura non si interessa veramente più nessuno. In questa seconda edizione abbiamo raccolto oltre 600 progetti, con una qualità media decisamente migliore. E' un segno che il lavoro di disseminazione e restituzione che Doppiozero ha svolto insieme ai suoi partner – Avanzi, Fondazione Fitzcarraldo, Fondazione <Ahref, Lìberos, Societing e Tafter - ha funzionato, ma credo che sia anche un indicatore del fatto che la consapevolezza di chi cerca di sviluppare nuovi modi di far crescere la cultura in Italia oggi sia cresciuta. Il dato che troviamo veramente sorprendente è il numero di votanti. Esattamente in questo momento, dopo sole due settimane dall'inizio delle votazioni, i voti confermati su www.che-fare.com sono più di 32mila.

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Le start up sono una tipologia imprenditoriale ben precisa che si relaziona con il mercato all'interno di un sistema di pratiche e di regole ben determinato

Che caratteristiche deve avere una startup culturale per entrare a far parte delle finaliste? O in generale, per avere possibilità di successo?
Innanzitutto è bene sgombrare il campo da un'ambiguità linguistica molto diffusa. Oggi in Italia si usa il termine start up in modo generico per indicare tutte le attività di nuova costituzione. In realtà, le start up sono una tipologia imprenditoriale ben precisa che si relaziona con il mercato all'interno di un sistema di pratiche e di regole ben determinato, fatto di round di investimenti, di quote societarie, etc. Con cheFare avevamo molto chiaro il fatto che, per riuscire a intercettare le pratiche emergenti nell'ambito delle imprese culturali non potevamo limitarci a considerare le start up “ex lege”; al contrario, abbiamo aperto il campo ad una pluralità di soggetti giuridici diversi, provenienti anche dal Terzo Settore e dal mondo associativo. In estrema sintesi, possiamo dire che quello che ha funzionato per i progetti selezionati è stato il saper rispondere nel modo migliore possibile alle richieste che esprimeva il bando. Chiediamo molto ai progettisti (nuovi modi di progettare, distribuire e fruire la cultura; sostenibilità economica, lavorativa e sociale; capacità di comunicare con le proprie comunità di riferimento e di intercettarne di nuove); i “magnifici 40” sono quelli che ci hanno dato le risposte più interessanti.

Quali invece sono gli errori in cui è più facile imbattersi, quelli che portano all’insuccesso?
Ci possono essere molte cause diverse. Alcuni proponenti – abituati all'estrema formalità richiesta dai bandi tradizionali – non sono riusciti a sintetizzare a sufficienza la propria visione progettuale. Molto spesso la questione della sostenibilità economica non è presa sufficientemente in considerazione, ed il business model è assente o assolutamente inadeguato. Anche gli aspetti comunicativi tendono ad essere presi sotto gamba: molte realtà italiane della cultura hanno siti internet antidiluviani ed utilizzano codici legati al passato; le competenze di comunicazione tramite i social media, inoltre, sono spesso inadeguate e chi gestisce le risorse non riesce a rendersi conto di quanto la co-costruzione di valore assieme ai pubblici sia il meccanismo necessario (anche se non sufficiente) per poter immaginare qualsiasi percorso di sviluppo.

molte realtà italiane della cultura hanno siti internet antidiluviani ed utilizzano codici legati al passato

cheFare si sviluppa in rete, la domanda è quindi: il digitale e il web quanto e come hanno cambiato le logiche delle startup?
Parlando in termini molto generali, ovviamente il web è il nucleo centrale della produzione di valore nelle società post-fordiste. La trasformazione di questi ultimi venti anni è paragonabile al passaggio dal lavoro a cottimo con il telaio a quello con le catene di montaggio nelle grandi fabbriche, alimentate dal carbone. Credo che per riuscire a cogliere a pieno la portata di questo cambiamento sia necessario andare oltre la lente d'analisi delle start up, e guardare al tessuto produttivo e sociale nel suo complesso. E' chiaro che oggi le start up, nei contesti più vivaci (USA e Inghilterra su tutti), possono essere un interessantissimo strumento di cambiamento perché agiscono in ecosistemi consolidati fatti di finanziatori, fondi d'investimento, acceleratori, incubatori, centri di ricerca di eccellenza. In Italia la strada da fare è ancora lunga; nonostante ci siano molte realtà interessanti, c'è da costruirci un intero mondo intorno.

 

 

 

Lo scorso anno hai seguito anche It’s A Start, più legata al territorio monzese. Com’è stata quell’esperienza e avrà un seguito nel 2014?
It's a Start è stata un'opportunità molto interessante di far dialogare alcune delle nuove formule di imprenditoria culturale che abbiamo incontrato con il nostro lavoro in cheFare con tessuti culturali, sociali e produttivo più legati alla tradizione ed ai territori. Il bilancio per noi è stato assolutamente positivo; al di là dei numeri (le sedi trovate dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza erano sempre piene), tutti gli interstizi attorno a a fianco delle presentazioni sono stati momenti preziosissimi per lo scambio di visioni (e di contatti concreti) tra mondi che a volte fanno fatica a parlarsi.

In vista di Expo si sta muovendo qualcosa? Secondo te ci sarà maggiore possibilità di emergere e farsi notare per chi ha idee nuove da lanciare?
Expo è un tema molto delicato. Si tratta sicuramente di una grande opportunità, ma al momento per molti operatori “minori” non è ancora chiaro se riusciranno a trasformare tutta l'attenzione mediatica in qualcosa di concreto.

Bertram niessen

Ci sono state anche alcune polemiche sull’utilità di progetti con fondi statali e non solo legati alle start-up, per esempio il Fondo Hi-Tech per il sud. Come si deve lavorare per evitare sprechi ed errori di valutazione in casi come quello?
Credo che non sia un problema legato esclusivamente alle start up, ma più in generale a tutto quello che ha a che fare con pubblica amministrazione e innovazione. Nella PA esistono molti esempi coraggiosi di traduzione di procedure e interfacce datate secondo logiche nuove, ma c'è bisogno di interventi strutturali che si muovano secondo linee guida ben precise (già indicate da molti esperti e gruppi d'interesse, ma recepite in modo ancora modesto): semplificazione della burocrazia; implementazione della trasparenza, dell'apertura e dell'accesso; sviluppo di linee di accesso al credito agevolate e riduzione della pressione fiscale per le imprese con caratteristiche; lavoro concreto per la costruzione di tavoli di lavoro interdisciplinari.

Semplificazione della burocrazia; implementazione della trasparenza, dell'apertura e dell'accesso; sviluppo di linee di accesso al credito agevolate e riduzione della pressione fiscale

Che ruolo possono o dovrebbero quindi avere gli enti pubblici?
Credo che, rispetto a questi argomenti, il settore pubblico abbia sostanzialmente due compiti: il primo è quello di informare nel modo più chiaro e trasparente possibile sulle opportunità sulle leggi e sugli scenari fiscali, dotandosi di strumenti nuovi per dialogare con la cittadinanza; il secondo ha a che fare con la ricerca, perché le start up non vivono nel vuoto assoluto ma possono proliferare in cui le università sono forti e ben finanziate (come insegna il caso della Silicon Valley).

 

Gli autori di Vorrei
Fabio Pozzi
Author: Fabio Pozzi

Nasce nel 1984. Studi liceali e poi al Politecnico. La grande passione per la musica di quasi ogni genere (solo roba buona, sia chiaro) lo porta sotto centinaia di palchi e ad aprire un blog. Non contento, inizia a collaborare con un paio di siti (Indie-Eye e Black Milk Mag) fino ad arrivare a Vorrei. Del domani non v'è certezza.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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