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2013-11-29-randagahzy-a

Dossier. Brianza che vieni, Brianza che vai. La giovane scrittrice «Molti giovani di seconda generazione, specie se di religione musulmana, sentono come una responsabilità’ il difendere le proprie origini e il cercare di evitare che stereotipi e generalizzazioni abbiano la meglio»

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giziana? Italiana di seconda generazione? Musulmana? Da sempre Randa Ghazy è rientrata in qualcuna di queste categorie, che lo volesse o no. Come se non fosse già difficile vivere in un paese che senti come casa ma che la tua famiglia e la tua storia personale non riconosce completamente come tale.
La sua reazione è stata quella di scrivere e l'ha fatto così bene che il suo primo romanzo (Sognando Palestina, Fabbri, 2002) è stato tradotto in 16 lingue.

Scrivere un libro di successo a 15 anni. Decisamente un sogno per tantissime persone. Avresti mai pensato che sarebbe andata così?
Mi sono sempre interessata alla letteratura e alla poesia sin da adolescente, ma mai avrei immaginato di avere accesso al mondo dell’editoria, tantomeno di pubblicare un libro tradotto in altri paesi del mondo. Ho sempre saputo di voler fare la scrittrice, ma di certo la chiamata della Fabbri Editori arrivò inaspettata, e tutto quello che ne è derivato – partecipazioni a fiere del libro a Francoforte, Cairo, Stoccolma, interviste televisive e conferenze di vario genere – è stato come un sogno che ho divorato senza fermarmi molto a riflettere, com’è normale a quell’età.

Sei un’italiana di seconda generazione, la tua famiglia è egiziana, ti interessi di politica internazionale e diritti civili e ora vivi a Londra e fai un master proprio in questo. Quali sono i tuoi orizzonti futuri?
Continuo ad interessarmi di diritti civili e politica internazionale, e ho studiato giornalismo internazionale qua a Londra proprio per imparare a scriverne in maniera accurata e professionale. Vorrei lavorare nel giornalismo televisivo, fare esperienza nel Medio Oriente, utilizzare la mia identità ibrida come risorsa per provare a raccontare diversi mondi nel modo meno semplicistico possibile.

È più facile pensare al mio futuro che alle mie radici.

E quali riconosci come le tue radici, le tue tradizioni, la tua terra?
È più facile pensare al mio futuro che alle mie radici. Mi vedo sempre in giro per il mondo, ma con un fortissimo legame con l’Italia, che per me rappresenta famiglia, ricordi, abitudini, e un occhio sempre all’Egitto, la terra dei miei genitori che mi è sempre stata cara e con cui ho un rapporto viscerale di amore e odio. Non sono mai stata in grado di optare per un paese piuttosto che per l’altro, ma posso dire di nutrire un amore profondo per entrambi, anche se in maniera diversa. È come se l’Italia fosse una madre presente e severa e l’Egitto un padre lontano col quale ho sempre mantenuto un filo diretto.

Ho sempre vissuto la mia diversità come un valore, anche se a volte era fastidioso dover essere chiamata a rappresentare i musulmani, o tutti gli immigrati d’Italia.

Hai mai subito qualche discriminazione per via delle tue origini?
Mi è capitato di percepire la diffidenza, la spocchia o l’ignoranza e mancanza di curiosità di alcune persone. Sul lavoro, a scuola, nelle situazioni di tutti i giorni ho sempre vissuto la mia diversità come un valore, anche se a volte era fastidioso dover essere chiamata a rappresentare i musulmani, o tutti gli immigrati d’Italia. Molti giovani di seconda generazione, specie se di religione musulmana, sentono come una responsabilità’ il difendere le proprie origini e il cercare di evitare che stereotipi e generalizzazioni abbiano la meglio. Credo che sul lungo termine un impegno del genere possa diventare un peso, soprattutto se si è in una fase delicata della propria vita come l’adolescenza, in cui tutto si vorrebbe tranne che essere notati perché “diversi” da tutti gli altri.

 

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Foto tratta da www.encyclopediaofafroeuropeanstudies.eu

 

Raccontaci del blog Yalla.
Non ci lavoro ormai da piu’ di un anno, ma in ogni caso ci ho scritto più o meno da quando è stato fondato. È un blog nato per raccontare le piccole storie quotidiane di confronto e stereotipi che molte seconde generazioni come me dovevano affrontare. La chiave di lettura è però ironica, perché l’obiettivo era usare una forma interattiva come il blog per iniziare un dialogo e un confronto con molti italiani che hanno curiosità o interpretazioni sul mondo arabo che non hanno mai avuto la possibilità di esporre a giovani musulmani o arabi. Si è parlato di velo, coppie miste, scontri generazionali, integrazione, rapporto col paese d’origine, separazione tra i sessi, modernità e riforme nell’Islam, e molto altro. Oggi Yalla si è allargata a tutte le seconde generazioni e non affronta più solo temi relativi alle comunità islamiche italiane, ma più in generale questioni legate ai diritti di cittadinanza, alla diversità nella politica e nella società e al dialogo fra culture.

I tuoi genitori e familiari, che non sono nati in Italia come te, ti hanno mai raccontato delle difficoltà provate all’inizio? E secondo te, adesso, loro si sono italianizzati?
Mio padre mi ha raccontato spesso di come l’Italia sia cambiata, e delle avventure vissute da pioniere dell’immigrazione negli anni Settanta e Ottanta. All’epoca gli egiziani a Milano erano pochi, c’erano più possibilità di lavoro, opportunità di mobilità sociale e in generale meno diffidenza e più apertura mentale. Mia madre mi ha spesso raccontato delle difficoltà nell’arrivare in un paese di cui non conosceva la lingua e la cultura, e nel vivere lontana dagli affetti e dai luoghi dell’infanzia. Avere tre figli in un paese che non senti come il tuo non dev’essere stato facile. Ma questi racconti mi riempiono di orgoglio per il modo in cui i miei genitori hanno affrontato questa sfida. Oggi sono anche loro, per quanto non sempre lo ammettano, una sorta di ibrido: sono rimasti profondamente egiziani e ancora legati alla loro fede, ma hanno adottato abitudini e modi di pensare molto italiani. Si sentono a casa in Italia, pensano in italiano, i loro progetti futuri sono in Italia. Ma nel contempo ci hanno insegnato l’arabo, fatto leggere il Corano, ci hanno portato in Egitto ogni estate per accertarsi che imparassimo a conoscere e ad amare anche il loro mondo di provenienza. Non ci hanno mai chiesto di scegliere tra uno e l’altro, perché entrambi hanno imparato a valorizzare gli aspetti migliori dell’uno e dell’altro mondo. Per me sono sempre stati un esempio armonioso d’integrazione.

I tuoi amici, i tuoi coetanei cosa fanno – vivono in Italia, lavorano o studiano all’estero, progettano di spostarsi o di restare in Italia o altrove…
Ho molti amici che vivono in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Libano, Egitto... moltissimi dei miei compagni di università si sono trasferiti all’estero, per frequentare dei master o cercare lavoro. Alcuni sono invece legati alla dimensione della provincia, e sono rimasti nel paese dove sono nati e cresciuti. Quello che posso dire è che tutti sono alla ricerca di se stessi e ho sempre la sensazione che le cose per noi siano più difficili di quanto lo siano state per i nostri genitori. Abbiamo spesso lo stesso senso dell’avventura, ma meno opportunità e risorse per assecondarlo.

Com'è, secondo te, la vita per un musulmano in Italia? E qual è la differenza con l’Inghilterra?
Non si può pensare al “musulmano in Italia” come ad un’unica categoria monolitica. Non posso quindi parlare per tutti i musulmani in Italia. Sicuramente coloro che non mostrano esteriormente la loro appartenenza religiosa (niente barba, o velo ad esempio) hanno probabilmente meno difficoltà sul lavoro o in altri ambiti di vita quotidiana. Tutti i musulmani hanno in comune il desiderio, credo, di poter professare la loro fede in maniera dignitosa, nei luoghi di culto appropriati. In Italia il dibattito sulle moschee non si è mai risolto e anzi, città grandi e importanti come Milano non hanno ancora trovato una soluzione. Mentre sotto casa mia a Londra c’è una bellissima moschea frequentata dalla comunità turca, dalla quale si staglia uno splendido minareto. La cosa non sembra disturbare nessuno, e anzi ogni importante quartiere di Londra ha la sua moschea. Più avanti lungo la via, sempre a North London, si diramano quartieri dove abitano moltissimi ebrei haredim, che è una comunità ultraconservatrice, sia nel vestire che nello stile di vita. I grandi negozi, a Oxford Street come nelle vie meno conosciute, hanno commessi di tutti i colori e le nazionalità: incluse moltissime ragazze col velo. Le differenze con l’Inghilterra sono enormi, anche perché si tratta di un paese che ha dovuto fare i conti con l’immigrazione molto prima di noi. Spero che l’Italia, che continua a vedersi come un paese d’immigrazione recente, inizi a fare i conti con le questioni dell’integrazione e del dialogo interreligioso, perche’ sarebbe ingenuo pensare che fenomeni demografici enormi come questi si fermino. Anzi, nel futuro l’Italia sarà un paese dove ci saranno sempre più coppie miste, luoghi di culto diversi dalle chiese, e via dicendo. È giusto quindi cominciare un dibattito più sano ed inclusivo che esuli dalle logiche dell’emergenza e del mettere una pezza a problemi che altrimenti, ciclicamente, tenderanno a ripresentarsi.

 

20131130-randaRanda Ghazy (Saronno, 1986) è una scrittrice italiana.
Nata in Italia da genitori egiziani, studia Relazioni Internazionali all'Università di Milano.
Nel 2002, a soli quindici anni, è uscito il suo primo racconto “Sognando Palestina” (Fabbri) che ha avuto un notevole successo (il libro è stato tradotto in 16 paesi). L'opera è il ritratto di un'amicizia tra un gruppo di ragazzi che vivono nei territori occupati di Gaza.
Nel 2005 è stato pubblicato il suo secondo libro “Prova a sanguinare. Quattro ragazzi, un treno, la vita” (Fabbri).
È del 2007 il suo primo libro autobiografico : “Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista” (Fabbri), storia filtrata da una ironia corrosiva sugli immigrati di seconda generazione.
(Da wikipedia.it)

 


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