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Riflessioni da ritorno a casa dopo cinque giorni trascorsi a Mantova per il Festivaletteratura (5-9 settembre 2012), tra incontri con autori, concerti ed esperienze di ogni tipo.

 

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ornare a casa dopo cinque giorni di full-immersion a Mantova spiace un po’. Dichiarazione di “anti-esterofilia” premessa, si può precisare: tornare a Monza dopo cinque giorni a Mantova spiace un po’.

Per chi non lo sapesse, o non avesse ancora avuto modo di sperimentare dal vivo questa esperienza, ogni settembre la città di Mantova ospita per cinque giorni il Festivaletteratura, descritto dal sito ufficiale come « Una manifestazione all'insegna del divertimento culturale: cinque giorni di incontri con autori, reading, spettacoli, concerti. Da molti anni un appuntamento fisso per chi ama la lettura, o per chi è semplicemente curioso e sa di poter incontrare scrittori, musicisti, attori per le vie e le piazze della città». Quest’ultimo aspetto è fondamentale per tutta l’organizzazione degli eventi: essi sono realmente distribuiti in tutta la città, in ogni sua via o palazzo. E questa diffusione restituisce un coinvolgimento senza pari.

Un’altra caratteristica importante del Festivaletteratura è la presenza dei volontari: per la maggior parte si tratta di ragazzi e ragazze (anche se il limite d’età è soltanto inferiore e va dai 14 anni in su, perciò tutti coloro che hanno superato questa soglia sono dei potenziali volontari), chiamati a gestire ogni singolo aspetto della manifestazione. I settori sono tanti e vari: servizio agli eventi; servizi informativi; box office; logistica; squadre volanti e logistica leggera; accompagnamento di autori stranieri; servizi auto; redazione testi/fotografia/video; blurandevù, ovvero la conduzione di incontri con autori (unico ambito in cui è presente un limite d’età restrittivo: dai 17 ai 22 anni). Per ogni categoria, poi, vi sono moltissimi volontari.

È evidente che questo consente, al di là del risparmio notevole di personale addetto su cui non ci si vuole soffermare troppo, soprattutto una partecipazione reale e concreta alla realizzazione di un evento che riesce sempre meglio ogni anno che passa e che soddisfa le attese della maggioranza dei visitatori. Chi vi partecipa da dietro le quinte, dunque, può sentirsi parte di un meccanismo ricco, stimolante, divertente, soddisfacente e persino formativo, e può sentirsene responsabile per la sua parte.

Si potrebbero spendere molte parole sul forte interesse e sull’estrema varietà dei contenuti messi a disposizione, sulle novità dal 1997 (anno della prima edizione del Festival) ad oggi, sul clima che presenta Mantova di solito in quei giorni o sull’ospitalità della patria virgiliana. Ma ben più importante è sottolineare che chi proviene da una città come Monza avverte un divario alquanto profondo tra questo modo di vivere la città e quello a cui si è abituati.

Le differenze sono nette e molto visibili: partendo dal presupposto che in entrambi i casi si tratta di Province, Mantova conta circa 50mila abitanti, Monza quasi tre volte tanto. Mantova è una città di dimensioni ridotte (in venti minuti si arriva a piedi da nord a sud), Monza è una città di media grandezza e possiede tutti i requisiti per diventare una fervida metropoli: offre discrete opportunità di lavoro, c’è parecchio traffico, le strade sono molto ampie, un potenziale di scambi culturali altissimo eppure: nessun festival come questo.

 

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Il problema non è solo la mancanza del Festival: il problema vero è che Monza, nonostante sia diventata provincia, non ha ancora una sua identità riconoscibile, dei segni di riconoscimento tutti suoi che la rendano inconfondibile. Molti lettori staranno pensando che c’è la Formula Uno. Non si ritiene, qui, che un evento sportivo di portata più che internazionale come questo abbia scarso significato. Qui si sta parlando di attività culturali, che rendano anche Monza un punto di riferimento tra gli altri.

Se si considerano gli eventi che a Monza radunano più persone, troviamo al primo posto la già citata Formula Uno: appuntamento settembrino immancabile che, al di là degli appassionati, coinvolge tutta la città grazie al traffico che si crea in tutte le sue vie. Intorno, ci sono esposizioni ed eventi che però non sembrano particolarmente attesi né seguiti. Al secondo posto si trovano i giovedì sera dell’estate: per le strade del centro non si riesce a cammina, nelle vie adiacenti non si trova parcheggio, tutto questo grazie a? Grazie ai negozi aperti. Al terzo posto troviamo i fuochi di San Giovanni di fine giugno: quando non è la solita mezz’ora trascorsa a guardare colori nell’aria (sì, romantico, ma dopo un po’…) è lite su dove farli scoppiare, questi colori, e fino all’ultimo non si riesce a capire dove li fanno quest’anno i fuochi.

Sorvoliamo sul periodo di questi eventi che è sempre coperto dall’estate, se invece vogliamo sapere cosa propone la città mese per mese, possiamo dare un occhio all’opuscolo gratuito «Monza Appuntamenti» distribuito in biblioteche e luoghi pubblici: quando se ne viene a conoscenza (se si facesse un sondaggio, quasi sicuramente scopriremmo che ne è a conoscenza meno di un terzo della popolazione) non lo si usa come fonte primaria di informazioni su cosa fare in città. Ma l’aspetto ancora più deludente è scoprirne il contenuto: non c’è alcuna differenza tra target; gli eventi proposti non hanno appeal poiché presentati come gite che nessuno seguirà mai; non c’è ombra di concerti di gruppi sulla cresta dell’onda; non ci sono mostre originali; non ci sono attività giovani. Stando a tutto questo, Monza si mobilita in pompa magna per eventi che di culturale hanno ben poco e in misura minore per proporre visite di palazzi storici (e nemmeno i più famosi) o conferenze sui vini. Si omettono le proposte che arrivano dal sito del Comune di Monza e della Provincia: tra l’aggiornamento che non c’è e la scarsezza di informazioni, sotto questo aspetto risultano altamente deprecabili.

Ma, il Parco-recintato-più-grande-d’Europa? La piazza dell’Arengario? L’area Cambiaghi? Piazza Duomo? A cosa serve tutto questo? Perché non si può rispondere alle esigenze di tutta la popolazione? Perché se qualcuno suona una chitarra per strada qualcuno chiama immediatamente i carabinieri? Perché non la smettiamo di affollare il centro il giovedì sera per poi lamentarci che non abbiamo soldi? Perché non ci piacciono i giovani?

Giusto per riprendere il filo del discorso, Mantova è qualcosa che fa piacere raccontare. Oltre ad essere una città a noi vicina e a proporre un evento oggettivamente ricco di interesse a tutti i livelli, è un borgo simile a Monza (persino più piccolo) che si è scavato una nicchia oggi diventata un Regno di cui resta l’intramontabile sovrana. Perché, allora, non prendere esempio?

 


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