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Intervista all'autrice di La vita sospesa: «Monza è una città molto bella, e sarebbe ancora più bella se fosse amministrata con più intelligenza e attenzione al territorio: ma scrivere in Brianza significa anche impegnarsi perché le cose cambino.»

 

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a vita sospesa, tuo primo romanzo uscito per Edizioni Fernandel, è un libro nel libro, la storia di un uomo che legge la sua storia in un libro, cosa che gli provoca un certo sconvolgimento. Come ti è venuta quest'idea?
L’idea del libro nel libro nasce dalla riflessione sul senso della mia scrittura e sul legame esistente tra le parole e la realtà. L’uomo che scopre di essere il personaggio di un racconto rimanda all’idea che il mondo che abitiamo sia fatto essenzialmente di parole, che la vita sia una sorta di magma indistinto finché non proviamo a raccontarla. Come se vivere con consapevolezza significasse trovare la giusta narrazione, la nostra versione dei fatti.

Personalmente, spesso apprezzo molto i libri nei cui protagonisti mi "riconosco". Per il protagonista del tuo libro accade il contrario, la cosa lo turba e inquieta. Ti è capitato di riconoscerti in qualche storia e cosa hai provato?
È raro che mi riconosca nei personaggi dei romanzi, anche se mi succede talvolta di innamorarmene. In realtà, la forma di immedesimazione che mi capita di sperimentare con più passione, quando leggo, riguarda le idee che percorrono un romanzo, quelle idee sotterranee che portano alla nascita di un libro e lo rendono speciale: ci sono degli autori, come Muriel Spark, Sandro Veronesi o Alessandro De Roma, con i quali mi sento in grande sintonia e leggere le loro parole è una bellissima sensazione, molto vicina a quella che provo quando scrivo.

Uno dei temi del libro è quello del senso di estraneità alla propria stessa vita, da cui nasce un desiderio di riscatto e riappropriamento verso di essa. Un sentimento che credi sia comune a tanti?
Credo che l’estraneità alla propria vita sia una caratteristica dell’essere umano, che è gettato nel mondo ma tenta anche di guardarlo da fuori, in un certo senso di possederlo nella sua totalità, cioè di capirlo. Naturalmente è un tentativo frustrante, perché quel tipo di sguardo ci è precluso. Abbiamo tuttavia la possibilità di riappropriarci della nostra vita grazie alla riflessione, alla consapevolezza, all’apertura verso gli altri: vivere è un viaggio che trova il senso durante il cammino, anche se la meta non si raggiunge mai. Purtroppo, nella nostra società, è tanto comune il senso di estraneità, quanto invece è raro trovare lo spunto per dare significato alla vita di tutti i giorni.

Quando per campare si fa lo scrittore di mestiere, come ce lo si immagina il proprio futuro?
In Italia vivere di sola scrittura è un lusso che si possono permettere in pochi, e resta un sogno per moltissimi altri, me compresa. La soluzione migliore, per quanto mi riguarda, è considerare la scrittura una professione in senso lato: per molte ore della giornata, io lavoro con le parole degli altri, occupandomi di letture e correzioni di bozze per diverse case editrici. Faccio parte di una generazione marchiata dal precariato e quindi dovermi programmare il futuro mese dopo mese, anno dopo anno, non mi sconvolge troppo; ciò che mi sconvolge, invece, è che a fronte della flessibilità richiesta ai giovani cittadini e lavoratori, le istituzioni e il sistema siano così granitici da non permetterci per esempio di cumulare contributi versati a istituti diversi in un unico fondo pensione. Comunque, ora che ho pubblicato il mio primo romanzo e che sto scrivendo il secondo, il futuro mi sembra luminoso.

Visto che hai accennato al tuo secondo romanzo, ci anticipi qualcosa?
Per quanto riguarda il secondo libro, sono più o meno a metà, spero di finirlo entro l’anno. Questa volta la storia sarà ambientata a Monza e la protagonista sarà una donna, Alice, o meglio il vuoto che Alice lascia nella vita degli altri… più di questo non voglio svelare!

Fernandel è una rivista culturale affermata e produttiva, tanto da evolversi in casa editrice e da annoverare tra i suoi esordienti eccellenti Paolo Nori e Gianluca Morozzi. Raccontaci la tua esperienza in merito.
Qualche anno fa, dopo aver passato due decenni ad annotare idee e riscrivere gli stessi brani all’infinito, finalmente qualcosa si è sbloccato e ho scritto i miei primi racconti. A quel punto si poneva il problema di farli leggere a qualcuno. Erano pochi per diventare un volume, serviva una rivista; e nello stesso tempo volevo trovare un editore serio, uno di quelli che fanno ancora un preziosissimo lavoro di selezione e commento dei manoscritti che ricevono e investono sui nuovi autori. Fernandel sembrava la risposta ai miei desideri, e quando Giorgio Pozzi, l’editore, mi ha telefonato per dirmi che avrebbe pubblicato Il naso sulla rivista online e per chiedermi se avevo altro nel cassetto, ho capito che era la persona giusta.

Tantissime sono le iniziative letterarie online - c'è chi pubblica romanzi interi, chi racconti, chi parti del proprio libro in uscita. Tu stessa hai pubblicato alcuni racconti su internet. Ma in definitiva qual è il piacere di avere un libro fra le mani?
Il libro effettivamente dà un piacere unico, soprattutto quando è fatto con grande amore per la qualità, come accade da Fernandel. Leggere sul monitor non è la stessa cosa, sebbene la qualità ottica sia sempre più alta. Al di là di questo, però, il rischio che corre lo scrittore esordiente è quello di fossilizzarsi sull’idea dell’oggetto-libro come traguardo. In realtà pubblicare non significa avere un libro tra le mani, bensì raggiungere un alto numero di lettori, far circolare le proprie idee. Se il libro esce dalla tipografia e non viene distribuito la pubblicazione cartacea non ha alcun valore. Se serve a raggiungere il pubblico, ben venga la versione digitale.

Scrivere in Brianza. Per te che sei ligure e vivi a Monza, questo vuol dire qualcosa in particolare?
Io sono nata a Savona, ma a Monza sono rinata come donna adulta. Qui ho costruito tutto quello che ho, ho lavorato, trovato casa, e soprattutto sono nati i miei figli. Appartenere a due luoghi mi dà la possibilità di sentirmi a casa e nello stesso tempo provare sempre una sottile nostalgia, un desiderio di cambiamento che è alla base della mia ispirazione. Scrivere nasce dall’inquietudine, dall’ansia di cercare qualcosa ed essere perennemente in viaggio. L’autunno e l’inverno brianzoli hanno un grande fascino, con quella nebbiolina sfilacciata che non è mai pesante, i profili della Grigna e del Resegone sullo sfondo dei paesaggi, il Parco di Monza, e infine Milano, la grande città, lì a due passi eppure distante come può esserlo solo un altro mondo. Monza è una città molto bella, e sarebbe ancora più bella se fosse amministrata con più intelligenza e attenzione al territorio: ma scrivere in Brianza significa anche impegnarsi perché le cose cambino.

 

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Michela Tilli è nata a Savona nel 1974 e vive a Monza. La vita sospesa è il suo primo romanzo. Sulla rivista Fernandel ha pubblicato alcuni racconti, fra cui Sacro cuore e Diario di un impostore.

 

 

 

 

 

 

 

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