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Il festival, i film e le rotte del cinema. Il bilancio del nostro inviato, a mente fredda.

 

«La X – ammoniva un noto archeologo – non indica mai il punto dove scavare». Tranne a Venezia, verrebbe da aggiungere: che si cerchi il Santo Graal o la rotta del cinema, poco importa.

Nella città dei Dogi lo scorso 12 settembre si è conclusa la 66° Mostra d'Arte Cinematografica. Il festival cinematogafico più antico del mondo rinnova i suoi riti: nell'era della rete globale, ormai slegato da qualsiasi effettiva funzione esplorativa, il carrozzone veneziano si rifugia nella magniloquenza di una bulimia esasperata all'eccesso. Più di trecento titoli per sette sezioni (di cui una indipendente), una retrospettiva e una miriade di piccoli premi e piccoli sponsor a seguire.

Per chi vive l'esperienza da spettatore, si tratta di un rituale frustrante. Code interminabili, sale scomode e spesso troppo piccole, cibi e bevande a prezzi da strozzinaggio, accreditati generici costantemente bistrattati a favore di giornalisti, invitati, spettatori con biglietto singolo, celebrità, varie ed eventuali. Ma è soprattutto il calendario delle proiezioni a imporre scelte difficili e spesso irritanti. Le repliche sono organizzate in modo da imporre ogni giorno scelte a esclusione, tant'è che alla fine si ha sempre l'impressione di aver perso più di quello che si è riusciti a vedere.

Eppure. Eppure il prestigio ha un peso. Ha una sostanza, un'atteggiamento diffuso. E' l'indolenza sorniona di chi sa di essere nel posto giusto, dove tutto deve passare. Dev'essere così che si sentono i nuovaiorchesi quando scendono a comprare il giornale la domenica mattina.

Ci vogliono giorni, settimane. Via via che i titoli arrivano in sala, man mano che riemergono nella memoria visiva del reduce festivaliero, ecco che il bandolo inizia a dipanarsi e i fili si fanno più nitidi. Quello che sembrava un groviglio senz'ordine inizia a delinearsi come un insieme composito ma unitario, attraversato da pulsioni omogenee, convergenze dinamiche, riflessioni binarie. Un certain regard s'indovina, nonostante tutto.

E quindi. La doppietta di Herzog, prima di tutto. Uno sguardo magistrale, lucido fino al grottesco, sull'America di oggi e il suo immaginario. Più cinefilo e di genere Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans, dove perfino Nicholas faccia-di-gomma Cage riesce a tenere la parte in una provincia post-Katrina sulfurea, frammentata e beffardamente amorale. Più complesso e autoriale My Son, My Son, What Have Ye Done, che respira suggestioni lynchiane in una complessa decostruzione del tessuto simbolico americano. L'Orestiade, fenicotteri rosa, Willem Dafoe. Nello stesso film.

 

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I documentari. Si è detto e si dirà molto su Videocracy, su Moore e su Stone. Quello che forse non si dirà – ad esempio – è che Di me cosa ne sai di Valerio Jalongo è un buon documentario sugli ultimi vent'anni di storia del cinema italiano. Una testimonianza franca e onesta, lontana dalla querimonia e dagli j'accuse sacro-furoreggianti. Che ci lascia intuire qualcosa: la presenza di corpi, di energie e ideali al di là del costituito universo dell'immagine, un cosmo invisibile ma non per questo inesistente o silenzioso.

Con questa idea in testa, Videocracy di Erik Gandini appare da subito molto meno scandaloso di quanto lo si è fatto passare. La risibile censura RAI ha finito con oscurare la sostanza del film: un film-saggio lineare e ben costruito, apertamente rivolto a coloro che non vivono in Italia. La tesi – in breve – è che i media e il potere abbiano costruito nella società italiana il mito di un microcosmo spettacolare, un empireo luccicante e volgare di starlette e idoletti a cui tutti aspirano accedere. In parte, semplicemente, è vero. In parte, Gandini finge di non sapere che il sottotitolo del suo film – basta apparire – non si applica a tutti i fatti sociali.

Ce lo manda a dire Oliver Stone, per esempio. In South of the Border, tralasciando ogni considerazione di orgine politico, il regista statunitense avanza una semplice radicale osservazione. La maggior parte dei nuovi governanti indigeni dell'America Latina si sono insediati – sottolinea – nonostante l'opposizione dei media. Lo stesso Chávez – descritto dalle televisioni USA come un perverso dittatore – si rivela agli occhi del cineasta come un uomo complesso, passionale, caloroso. Costantemente, nel corso delle interviste vis-à-vis, la realtà si rivela più magmatica e ambigua della sua versione virtuale. Ma – soprattutto – questi incontri ci rivelano l'esistenza di un intero mondo che di quella vulgata mediale sa fare a meno. Meglio ancora: non se ne preoccupa.

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Resta in zona anche Michael Moore. Il suo Capitalism: A Love Story prende di petto il cuore ideologico degli Stati Uniti, e nel farlo costella il suo discorso di deliziosi filmati didattici anni Cinquanta. Trionfanti cortometraggi educativi, da cui i giovani americani apprendevano gli irrinunciabili fondamenti dell'American Way: libero mercato, libera impresa e libera concorrenza. Il film è appassionato, divertente, sentito. Ma l'idea che colpisce è ancora la stessa: quella che esista (e agisca) una realtà diversa. Quella che non ci raccontano. Quella che le immagini non vedono. Siamo al cinema: scusate se è poco.

Note conclusive. Gordos è una commedia spagnola di Sánchez-Arévalo che probabilmente non arriverà mai in Italia. Recuperatela in divudì o in qualche cineforum, perchè per ritrovare un miscuglio così portentoso di acume psicologico, sensibilità umana e genuino umorismo bisogna tornare indietro al primo Almodòvar. E il divudì vi costa meno. Lebanon di Samuel Maoz – nel caso non l'abbiate già visto – è forse uno dei migliori film di guerra degli ultimi dieci anni. Per chi ama la fotografia, Zanan bedoone mardan dell'iraniana Shirin Neshat è un miracolo dello sguardo. La narrazione è forse un po' troppo metafisica, ma la visione lascia il segno.

 

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E gli italiani? Placido, Tornatore, la Comencini? Rendiamo loro giustizia, almeno qui. Lasciamoli perdere.

 


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