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Presentato il volume edito da Squilibri con gli autori Scaldaferri e Meazza

 

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razie alla Convenzione dell'Unesco, da pochi anni si parla di "patrimoni immateriali" dell'umanità e dell'importanza di tutelarli, raccogliendoli e conservandoli. L'appuntamento del 17 aprile promosso dalla nostra rivista in collaborazione con la Feltrinelli Monza e l'editore Squilibri, è stato il pretesto per parlare dell'argomento attraverso la presentazione di un volume significativo che racconta il patrimonio immateriale lombardo oltre le parole. Ospiti i due curatori di "Patrimoni sonori della Lombardia", Renata Meazza (responsabile dell'Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia, AESS) e Nicola Scaldaferri (docente dell'Università di Milano), ai quali si è aggiunta inattesa e graditissima Agostina Lavagnino che al volume ha collaborato curando un capitolo dedicato alla fiaba e al ritmo del narrare, nonchè una puntuale e utile biblio-discografia.

Il volume pubblicato da Squilibri, è il risultato di un lavoro di ricerca sul campo durato oltre trent'anni. Lavoro iniziato dal più grande etnomusicologo italiano, Roberto Leydi, dal suo gruppo di ricercatori e raccolto nell'Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Lombardia; nato nel 1972 e da allora nutritosi di nuovi materiali. Riti, racconti, filastrocche, balli e canti, personaggi stravaganti che hanno fatto la storia delle tradizioni della nostra terra, immagini, suoni, sono i protagonisti oltre che della lunga ricerca, anche di un testo snello e incisivo e di due allegati, un cd e un dvd, che costituiscono la vera forza e il vero significato di questo lavoro.

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Nicola Scaldaferri e Renata Meazza

L'incontro è stato quindi l'occasione per conoscere il lavoro del gruppo di ricerca e per approfondire alcune questioni poste da LRCV ad apertura della serata: sfatare le credenze del che vorrebbero saldare l'idea di tradizione popolare ad una presunta esclusiva meridionale e ad una ancor più presunta origine culturale "bassa".

«Effettivamente è vero, quando si parla di tradizioni popolari il pensiero va immediatamente al Sud Italia» ha confermato Agostina Lavagnino, «ma la ricerca dimostra come la Lombardia sia fucina di tradizioni ugualmente forti e significative» ha precisato subito Scaldaferri. Inoltre il lavoro del gruppo di Leydi si è sempre proposto di dare alla tradizione la giusta considerazione, di garantirle dignità «Non ha senso parlare di cultura alta o bassa, è cultura popolare, ha caratteristiche proprie che non ha senso paragonare ad altre dimensioni della cultura» ha spiegato ancora Scaldaferri.

La ricerca infatti testimonia, attraverso numerosi filmati e documenti sonori, un corpus di tradizioni eterogenee per origine e caratteristiche: in città come nei campi, dai canti di lavoro in risaia, a quelli dei minatori, dalla "ritualità" quotidiana dei banditori al mercato, fino alla ritualita religiosa delle processioni.

L'incontro non è stato solo un momento di parole. Due dei principali filoni di studio attraverso i quali la ricerca di Leydi e collaboratori si è dipanata sono stati oggetto di approfondimento: si è avuto modo di ascoltare le voci delle mondine, le sorelle Bettinelli, e il mondo dei minatori la cui storia è narrata nelle ricerche grazie allo studio della famiglia Bregoli. Il mondo delle mondine, sconvolto in seguito dall'avvento dell'industria con ripercussioni fortissime sulle personalità delle donne, è un mondo sonoro di voci urlate e spiegate, canti armonizzati per terze che narrano dei quaranta giorni in risaia, sfatando un po' il mito della durezza e della fatica: in fondo le donne lavoravano duramente anche in città negli altri periodi dell'anno e, anzi, in questi quaranta giorni lontani dai controlli famigliari conoscevano la libertà e, perchè no, anche l'amore...

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Manuela Montalbano, Pino Timpani e Nicola Scaldaferri

I canti dei minatori svelano un mondo sfacciato e autoincensante «Sono quelli che le donne vogliono sposare, e se lo dicono loro da soli nel brano che abbiamo registrato, un vero e proprio manifesto del minatore. Si contrappongono, loro ricchi e forti, ai lavoratori della terra, fannulloni e poveri» ha raccontato divertita Renata Meazza dimostrando in un solo colpo anche come il gruppo di lavoro affronta l'oggetto di studio, con passione e divertimento.

Poi si è chiacchierato di lingua, quella usata nei canti tradizionali. Ed ecco sfatata un'altra falsa credenza: riprendendo in parte il saggio di Glauco Sanga, storico collaboratore di Leydi, Scaldaferri ha spiegato come la lingua dei canti sia «Creata apposta per la tradizione musicale, non si tratta di italiano ma nemmeno di dialetto, ma di una lingua nata per la tradizione musicale» anzi, alcuni canti completamente dialettali sono spesso da ritenersi "un falso".

Si è attraversato poi il mondo degli imbonitori del mercato che, lungi dall'essere solo dei venditori, rappresentavano quanto di più vicino ai cantastorie si potesse immaginare; con le loro capacità di raccontare ed incantare per ore anche grandi folle, una tradizione tutta lombarda che ancora oggi è possibile rivivere in alcune piazze milanesi. E per parlare dell'oggi si è accennato ad alcuni altri fenomeni oggetto di studio e archiviazione da parte dell'AESS: dai cori da stadio, alla Napoli della festa del Giglio trasferita a Milano, dai carnevali di Quarto Oggiaro a quelli più tradizionali a Bagolino e a Schignano.

Renata Meazza ha poi spiegato come da sempre la ricerca sia stata percorsa da una specie di foga, una corsa matta alla raccolta di tradizioni che "altrimenti sarebbero scomparse", così si sosteneva. «Beh dopo trent'anni siamo ancora qui a correre dietro alle tradizioni che fortunatamente non scompaiono».

aessSi è anche affrontato il delicato argomento dell'archiviazione: la tecnologia è molto cambiata, a cominciare dai supporti ad esempio; a fronte di una grande semplificazione del lavoro di trasferimento dei dati e di riversamento, una grande incognita oggi è posta sulla questione del deperimento «Se prima potevamo contare sul nastro analogico che per quanto deperibile rappresentava comunque un oggetto in nostro possesso che poteva essere recuperato magari con difficoltose operazioni e con un qualche decadimento della qualità, oggi abbiamo il file, oggetto non oggetto, memoria immateriale e volatile. Ma nessuno ci assicura sul mantenimento di esso».

Infine ha raccontato come sia in partenza un grosso progetto che dalla richiesta dell'Unesco di mettere in salvo i patrimoni immateriali di ogni singolo paese, arriva all'attività dell'Archivio: «Non c'è regola su cosa sia il patrimonio immateriale: ogni singola regione, ogni singolo paese potrà decidere cosa è importante e significativo, cosa va tutelato, è un progetto in nuce quindi poco ancora si sa».

Certo è che qualcosa si muove: nell'epoca del consumismo, del possesso, dalla materia a tutti i costi il pensiero di molti continua ad andare in direzioni opposte. E se anche le autorità se ne accorgono questo forse significa qualcosa.

 


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