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BandAutori 21. Tanta energia giovanile in questo numero: quella brianzola-rock'n'roll degli Electroadda e quella grunge-indie di Giorgieness. Spazio poi a una disamina sulle webzine, agli amanti dello swing a Milano e a Mulholland Drive.

 

Electroadda “Electroadda” (autoproduzione)

Sono un duo made in Brianza, quello di Leonardo Ronchi (voce, chitarra) e Carlo Frigerio (batteria). Da qualche anno sulle scene, “alta moda” griffata White Stripes (se così si può azzardare) ma il loro sound è molto diverso. Visti recentemente in uno showcase-concerto al Bloom di Mezzago si sono mostrati pimpanti e sicuri di sé. Sul palco, si esibiscono lontani uno dall’altro, ma è più che evidente la loro vicinanza di intenti. Esecutori di quel rock elettrico che se ben elaborato, inevitabilmente, ti fa battere il piedino. E che continua ad essere documento stropicciato e alla ricerca di un proprio tempo e di un proprio contesto. Gli Electroadda nel loro esordio discografico scelgono la media distanza (cinque canzoni, un E.P.) e fanno bene. Attenti a non commettere l’errore che fanno in molti nel dilungare il tutto, sommando brani che alla fine risultano essere forzati riempitivi che più che aiutare, danneggiano l’intero lavoro. Meglio allora la “musica al minuto”: spesa bene, vissuta con passione, che è sintesi e narrazione elargita al momento giusto e nel posto giusto. Certo, questo disco, non è né un passo avanti rock (ma chi osa farlo oggi?) né vertigine ma di certo c’è tutta l’arte dell’intrattenimento in ascesa e privo di tonfi dovuti a chissà quali miraggi. Nessun escamotage ma il forte pressing sui brani. Non mancano influenze del rock che fu ma il loro “disegno”, da subito, è concreto. Non ci si annoia perchè hanno saputo assimilare alcuni dettagli del mestiere e che fanno la differenza.  “A Bitter Life” è un punto di partenza luminoso nel suo incedere, “Star Girl” pare addirittura un brano da arena-rock e con il quale fare ondeggiare la testa, ed è pure centrale elettrica nella quale far visita, “Rabbit’s Hill” possiede il giusto piglio riflessivo, “Tired Intro” è preparativo all’evocazione della conclusiva “Tired” dove tutto si coagula, tra spruzzi melodici, cantato graffiante e una batteria che sottolinea il tutto. Segnatevi il nome di questa band. Voto: 8 (Massimo Pirotta)

 

 

Giorgieness “La giusta distanza” (Woodworm)

Giorgieness è la band capitanata da Giorgia D’Eraclea, ventiquattrenne milanese attiva già da un lustro, prima accompagnata dal solo polistrumentista Andrea De Poi e in seguito anche dal chitarrista Davide Lasala e dal batterista Lou Capozzi. “La giusta distanza” è l’esordio sulla lunga distanza della band dopo l’EP 2013 “Noianess” e dimostra la crescita sia di Giorgia come scrittrice di canzoni che dell’intera band, che è diventata una vera macchina da guerra alt-rock. La maturazione di Giorgia e compagni non ha però portato a una diminuzione della freschezza e dell’immediatezza dei brani, che colpiscono in faccia l’ascoltatore con rabbia e voglia di spaccare tutto, mantenendo lo spirito adolescenziale che è necessario per fare del buon rock’n’roll. Le coordinate musicali entro cui si muove la band sono il grunge e i suoi mille rivoli (dai Nirvana fino ai più vicini, geograficamente e temporalmente, Ministri), con un occhio al cantautorato indie femminile con esso imparentato (anche qui un nome anglosassone e uno italiano: PJ Harvey e Maria Antonietta). Tutti i brani funzionano piuttosto bene, dall’apertura con la tempesta elettrica di “Sai parlare”, passando per gli altri assalti sonori di “Il presidente” e “Brividi/Lividi”, per i momenti più intimi narrati in “Non ballerò” e “Che strano rumore”, per le atmosfere più scure di ”Lampadari” fino all’ottima chiusura, molto atmosferica, di “Dare fastidio”. C’è vita là fuori. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

 

 

 

Libri che “suonano” (un estratto)

Webzine e punkzine nel nuovo millennio. Anche se la nascita delle webzine punk e hardcore italiane è ascrivibile alla massiccia diffusione del personal computer e della connessione a internet nella seconda metà degli anni Novanta, l’esplosione del fenomeno avviene tra il 1999 e il 2000, biennio in cui nascono i primi storici portali della scena. “Punkadeka” (dicembre ’99), “Munnezza” oggi ribattezzato “Dedication” (maggio 2000) e “Be Nice To Mommy” (1999) sono solo alcuni esempi, diversissimi tra loro, di webzine che continuano a essere un punto di riferimento per gli appassionati del genere. Tutto nasce dall’idea di fare di internet la piattaforma di supporto della scena, e quindi delle fanzine. Secondo la redazione di “Dedication” in un articolo pubblicato sul sito si tratta di “un’idea balorda, assurda. Irrealizzabile. Eppure elementare. Una webzine può informare in tempo reale, 24 ore su 24. Non espone più, semplicemente, un testo, lo mostra. Lo arricchisce con un filmato o con una canzone. Lo può rendere interattivo. Attraverso un banale forum di discussione può contribuire al formarsi di una piccola o grande comunità. Generare un proficuo scambio di idee. Ha infinite possibilità. Filmare, riprodurre, diffondere, espandersi, fotografare, comunicare”. L’unica cosa che sembra essere preclusa alle nascenti webzine è, in un certo senso, “lo spirito di chi contribuisce a crearle”, che in questo caso viene filtrato da un metalinguaggio informatico, che arriva all’utente per mezzo di un tramite, come un file di testo, a sua volta criptato secondo le regole e gli schemi propri del linguaggio Html. Un processo che rischia di risultare asettico rispetto alla versione cartacea, per una struttura che sembra rigenerarsi su se stessa, le cui fondamenta (recensioni, live report, foto, session) crescono giorno per giorno e le cui infrastrutture (le varie sezioni in cui è ordinato il sito) si modellano in base alle esigenze di chi fruisce del servizio. “In definitiva – osservano ancora i redattori di “Dedication” – il fervore culturale che anima una webzine è il medesimo che sottende alla creazione di una fanzine. Cambia il metodo e la struttura, sicchè, in apparenza, sembra cambiare tutto. La realtà è solo un lavoro, in apparenza e solo in apparenza, meno passionale… meno viscerale”. (da “Rumore di carta. Storia delle fanzine punk e hardcore italiane dal 1977 al 2007” di Diego Curcio, red@zione, 2007)

 

Note, notti e luoghi

Milano Swing, psicogeografia danzante. Tutto inizia poco oltre la vecchia Sesto San Giovanni, dopo la fermata Rondò. Palazzine basse, gialle, area pedonale, di quelle in cui è un piacere andare in bici. Via Solferino, piazza Trento e Trieste: i nomi delle strade sono smaccatamente risorgimentali e irredentisti, le insegne dei negozi recitano nomi lunghissimi e desueti, del tipo “Utensileria e casalinghi” o “Carrozzeria sestese”. Da queste parti, pare, la monarchia assoluta dell’inglese non è ancora arrivata e l’Italia sembra ancora quella a “misura d’uomo” dei primi anni Sessanta. Poi, da via Carducci, il paesaggio si dilata, un’insegna indica impietosa che manca solo un chilometro al Centro Sarca. L’orizzonte è quello piatto tipico della Val Padana, l’aria grigio-fuliggine tracima di asfalto e lamiera: è il finis terrae tra la città e quella “non città” che ormai non è più campagna. Al semaforo, imbocco via Granelli e mi inoltro nel bel mezzo dello spazio MIL, il parco archeologico industriale che sorge nell’area dell’ex Breda. E’ proprio lì, faccia a faccia con il Carroponte, c’è il Maglio: un ristorante, che proprio underground non è ma che fa da leggenda alle contraddizioni (molte) e ai misteri (moltissimi) della poliforma “Milano Swing”. Non quella che ascolta vecchio jazz, ma quella che balla a ritmo anni Trenta: una città che si accende in luoghi e giorni diversi secondo una rigorosa mappatura, che gli stessi interessi  - una specie di carboneria sui generis di appassionati – tende a non divulgare “ai più”. I protagonisti sono tutti qui che ballano e si suddividono grossomodo in due tipi. Da una parte ci sono i modaioli per cui vale il paradosso secondo cui “vintage è trendy” e poi ci sono loro, quelli che cercherò di tallonare durante tutto l’itinerario: una sorta di tribù urbana più o meno segreta che si dà appuntamento su Facebook in un gruppo chiuso che conta più di mille membri, il Swinging Around Collective. Come Mazurka Klandestina e Tango Illegal, organizzano dei ritrovi estemporanei che sembrerebbero flashmob, se non fossero totalmente spontanei e privi di coreografie premeditate. Cosa fanno? Confluiscono a sorpresa nelle piazze, nelle gallerie e – d’inverno – nei mezzanini della metro: portano le casse, sparano musica anni Trenta e ballano fino allo sfinimento. Una carovana danzante. (dall’intervento di Martina Fragale in “Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi” di autori vari, Agenzia X, 2015)

 

CineMusiche & Cult- Movies

Angelo Badalamenti & David Lynch “Mulholland Drive” Dark side, swing, individualità sincronizzate, gran galà elettroacustico. Misteriosi pulviscoli, elettricità negli ambienti, senso dell’infinito. Arriva la suspense e ha il sopravvento. Una piccola orchestra dell’intrigo divampa nell’apparente quiete: toglie il fiato sentenziosa, scorrere vibrante… “Mulholland Drive”, “Mr. Roque/Betty’s Theme”, “Silencio”, “Diane And Camilla” sono brani dall’impeccabile tecnica strumentale. Fanno meraviglie il blues di “Bring It On Home” e il rock Anni 50 di “I’ve Told Every Little Star” cantato da Linda Scott, mentre la solitaria voce di Rebekah Del Rio in “Llorando (Crying) evoca orizzonti insperati. (Massimo Pirotta, “Duel”, dicembre 2002)

 

 

Novità discografiche, ristampe, prossime pubblicazioni

Aldo Ciccolini “Satie: Gymnopèdies & Gnossien” (LP), Alessio Bernabei “Noi siamo infinito”, Andrea Mirò “Nessuna paura di vivere”, Angelica Lubian “E che Dio ce la mandi buona”, Antonino Spadaccino “Nottetempo”, Armando Trovajoli “Profumo di donna” (col. sonora, LP), Bifolchi “Mi fai schifo ma ti amo”, Bradipos IV “Parthenophonic Sound Of The Bradipos IV” (LP), Bugo “Nessuna scala da salire”, Cagliostro “Il sandalo”, CCCP Fedeli Alla Linea & Amanda Lear “Tomorrow” (45 giri), Charlie Cinelli “Rio Mella”, Chop Chop Band “Rialimenta”, Cristina Effe “Nei miei colori”, DJ Fede “Boom Bap Beatz”, Duo Bucolico “Cosmicomio”, Edipo “Preistoria di tutti i giorni”, Elga Paoli “Il lato vulnerabile”, Ennio Morricone “Paura” (LP), Enrico Zanisi “Piano Tales”, Francesco Guccini “Nenè” (45 giri), Francesco Renga “Scriverò il tuo nome”, Franco Battiato “Sembrava una serata come tante” (45 giri), Gaetano Partipilo “Daylight”, Gente di Zona “Visualizate”, Gianluca Grignani “Una strada in mezzo al cielo”, Gianni Bardaro & Pierluigi Villani “Next Stop”, Henghel Gualdi “The Unforgettable”, I Matti delle Giuncaie “Noi non siamo stanchi”, Jake La Furia “Fuori da qui”, James Senese Napoli Centrale “O’ sanghe”, Javier Girotto Aires Tango “Duende”, L’Officina della Camomilla “Palazzina Liberty”, Le Pinne “Avete vinto voi”, Le Stelle di Mario Schifano “Dedicato a…” (LP), Litfiba  “Litfiba” (LP), Marco Cantini “Siamo noi quelli che aspettavamo”, Marquica “La teoria della ghianda”, Mr. Bone “Moonlight Serenade”, Niccolò Fabi “Una somma di piccole cose”, Nico Maraja “Astrautore”, Paola Donzella “Nuvole” (EP), Pino Daniele “Napule è” (45 giri), Pivio & Aldo De Scalzi, Luca Cresta & Claudio Pacini “Ustica” (col. sonora), Port Royal “You Ware Nowhere (Remixes)”, Quarzomadera “Apologia del calore”,  “Remo Anzovino “L’alba dei tram” (LP), Renato Franchi & L’Orchestrina del Suonatore Jones “Finestre”, Sergio Armaroli Axis Quartet “Vacancy In The Park” (LP), Sine Frontera “Restiamo umani”, Sito “Pioggia sporca”, Venice Connection Quartet “Acrilico”, Vinicio Capossela “Canzoni della cupa”, Vinsanto “Qualche giorno di vantaggio”, Zucchero “Black Cat” (m.p.)

 

TOP 5: i dischi (di ieri e di oggi) più ascoltati negli ultimi giorni

Eugenio Finardi “Sugo”, Bobo Rondelli “Canta Piero Ciampi”, Adriano Viterbini “Film O Sound”, Stefania Dipierro “Natural”, Remo Anzovino “Viaggiatore immobile” (Massimo Pirotta)

Sigmatibet “The Great Scapes”, Aeroflot feat. Collettivo Radio Mosca “Il Resto del Cremlino Vol. 01”, The Banditi “Achtung!”, De Sfroos “Manicomi”, Airportman & Tommaso Cerasuolo “Weeds” (Fabio Pozzi)

 


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