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manuel volpe

BandAutori 22. In questo numero il nuovo album di Zucchero e l'ottimo secondo di Manuel Volpe con la Rhabdomantic Orchestra. Poi Andy Warhol e la musica, la colonna sonora di Apocalypse Now! e degli sguardi sugli anni Settanta.

Zucchero Sugar Fornaciari “Black Cat” (Polydor/Universal)

Dotti, medici, sapienti faticano a capire di cosa si tratti. Malattia senile, virus dilagante, morbo minaccioso? A tal proposito nessuna pasticca, sciroppo, tisana o cura specifica individuate. Ma di che si tratta? Nemmeno un nome si è saputo dare. Allora, azzardo io: sindrome da rocker. Cioè? Periodo di incubazione più o meno lungo a secondo dei casi, prime avvisaglie quando un bubbone sottopelle esplode. E’ quello del pregiudizio (all’ascolto). Vuoi perché l’artista è massificato, vuoi perchè all’eventuale visita specialistica (al concerto) c’è un ticket da pagare parecchio salato. Rock’n’Roll Star, passaggio underground/overground, non c’è più la cave ma spazi moltiplicati e così i fan della prima ora cominciano ad accusare malori. Che ti piegano in due. L’artista è là in fondo, monolitico, sfuocato ai tuoi occhi, gli amplificatori funzionano bene per l’udito ma meno per il sogno. Psicodramma: meglio quello collettivo o quello tutto per sé, carbonaro, per pochi? Guarda cosa devono subire sfegatati fan degli inizi, che per reazione ad un’azione non prevista e magari mai voluta, non trovano di meglio che cambiare fazione e fare combutta con i soliti detrattori. Un giro di parole, per tentare di spiegare che un’artista di successo, un prezzo lo deve sempre pagare. Ed anche per essere “apripista” al mio ascolto del nuovo disco di Zucchero. Uno che quando si rifà vivo, non trova difficoltà nello stazionare nelle zone alte delle classifiche di vendita. Mainstream in quanto il seguito è numeroso. Quindi, né prevenuto né ansioso di ascoltare chissà quali stravolgimenti. Perché i suoi percorsi sono chiari da anni: le passioni in blues, le notti a New Orleans,  i vicoli stretti de L’Habana, il classic-rock abbinato ai sapori musicali dell’Emilia Romagna, il suo “vorrei avere la pelle nera” mai rinnegato. Si sapeva, si poteva facilmente intuire… del suo partire in accelerazione con “Partigiano Reggiano”, singolo-tormentone sui network radiofonici e nelle reti da pesca della musica liquida. La giusta attesa e l’eccellente lavoro di squadra e propagandistico. “Gatto Nero” (non) scaramantico, (non) rito voodoo, dedica dell’autore ai nuovi Resistenti. Boogie, canto libero, Bella Ciao come grappolo di note: bon bon, bang bang. Cantato bilingue e vista la sua fama internazionale, ospitate, collaborazioni, produzione funky galli. Ci sono Mark Knopfler, Don Was, T-Bone Burnette, Brendan O’ Brien, Arthur Miles, Lenny Castro, Cheryl Porter, Colin Linden, Davide Rossi, un Elvis Costello “international”. La lista prosegue numerosa: ruoli diversi e nei momenti richiesti e giudicati più adatti. “Ci si arrende” ha l’anima in fiamme JoeCockeriana, “L’anno dell’amore” naviga intrepida sulle acque del Po, “Hey Lord” è la canzone più suggestiva (scintillante e poetica), “Street Of Surrender (S.O.S.)” si vede co-firmata da Bono ed è una ballata più cantautoriale che epica (alla U2, per capirci). Per il resto Zucchero fa Zucchero. Con i suoi arredi di suoni e con la consapevolezza degli anni che passano e che ti posizionano gli sguardi in maniera diversa. Senza annoiare né strabiliare, ma puntando tutto e per l’ennesima volta sulla sua immediata riconoscibilità. Voto: 7 (Massimo Pirotta)

 

 

Manuel Volpe & Rhabdomantic Orchestra “Albore” (Agogo Records)

È auspicabile aspettarsi segnali di crescita da un musicista nel passaggio tra primo e secondo album, come dimostrazione di reale capacità di migliorare e di costruirsi una carriera degna di rispetto in un mondo artistico sempre più frammentato e basato su mode passeggere. Manuel Volpe ha fatto molto di più: dove infatti il primo disco “Gloom Lies Beside Me As I Turn My Face Towards The Light” era un promettente esercizio cantautorale capace di coniugare suoni della tradizione italiana e cantautorato dalle tinte scure sulle orme di Tom Waits e Nick Cave, il nuovo “Albore” è invece descrizione in musica di un mondo globalizzato, capace di restare fedele ai songwriter di riferimento ma aggiornando i suoni al caos organizzato di oggi, tra jazz, Africa sahariana e sub-sahariana e molto altro. Ad aiutarlo in questa impresa c’è una vera e propria orchestra, la Rhabdomantic, messa in piedi da Manuel nel 2014, e l’esperto di afro-jazz-fusion Andrea Benini, vero motore musicale dell’evoluzione del cantautore. Il disco è dunque un vero e proprio viaggio immaginario ma reale tra mondi sonori, all’insegna della classe, della voglia di sperimentare e della voce dai toni bassi ed espressivi di Volpe. Si parte dalle atmosfere jazzate notturne perfettamente miscelate a percussioni tribali della title track, si passa poi per i ritmi latineggianti di “Atlante”, per quelli mediorientali con fiati balcanici al rallentatore di “Basrah”, per i ritmi in levare mascherati di “Maatkara”, per l’afro-funk disossato di “Rhabdomancy”, per il jazz pianistico di “Reveal” per poi arrivare in chiusura a “Wheat Field”, di un’eleganza senza tempo né confini. Ora attendiamo il terzo disco, per vedere stavolta dove ci porterà Manuel Volpe. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

 

 

Libri “che suonano” (un estratto)

Gli anni Ottanta coincisero con il periodo più manierista della Pop Art. Warhol, che ormai occupava un posto d’onore nell’Olimpo della cultura americana, non introdusse più innovazioni dal sapore eclatante, ma si dedicò alla riproduzione e all’assestamento di tematiche in precedenza sondate. Per quanto riguarda la sua collaborazione con il settore discografico, assistiamo a una vera e propria trasposizione sulle copertine musicali di quel perfezionamento di stile e di quell’attenzione al particolare che s’intravedono nelle opere pittoriche di quel periodo. Anche in ambito discografico gli esiti furono dunque meno trasgressivi rispetto a quelli del decennio precedente: nel concepire le ultime copertine musicali, Warhol pare infatti focalizzarsi sul genere del ritratto, realizzandolo con gli stilemi tipici dell’icona (…) le copertine degli anni Ottanta si pongono quindi come il giusto coronamento di un percorso artistico lungo quattro decenni, un percorso complesso e vario che non mancò di dar vita a una serie di contributi di fondamentale importanza in termini sia artistici, sia musicali e sociologici. Esse sono l’ulteriore e definitiva testimonianza di come la contemporaneità abbia visto nascere, crescere e consolidare le proprie icone. Qualcuno forse avrà sentito parlare di correnti di pensiero che tendono a collegare la ritrattistica alla morte: le icone di Warhol sono immagini simbolo di una cultura elevate con la violenza al rango degli stereotipi. Egli, strappandole alla morte, ha trasformato semplici persone, personaggi e comuni immagini in icone senza tempo. Warhol ha reso immortale ciò che, per natura, non lo era (…) tra le tante collaborazioni degli anni Ottanta, l’arte di Warhol toccò anche Loredana Bertè. Per la cantante italiana firmò le copertine di “Made In Italy” (1981) e “Jazz” (1983), sia per quanto riguarda il concept sia per la grafica. Nell’album “Made In Italy”, in particolare, Warhol si occupò del concept, mentre la fotografia venne affidata a un collaboratore dell’artista, Christopher Makos. E’ da questo Lp che proviene il brano “Movie”, il cui videoclip venne realizzato dallo stesso Warhol: questo video, girato in “chroma key” negli studi della Factory, è rimasto praticamente inedito fino alla riscoperta e presentazione al Meeting delle Etichette Indipendenti (MEI) di Faenza nel novembre 2004. (da “Andy Warhol Music Show. La prima discografia illustrata dedicata al genio della Pop-Art” di Bianca Martinelli, Castelvecchi, 2011)

 

Note, notti e luoghi

Anni 70: Carta Vetrata.  A Bollate, in via Toti, apre nel 1970 un club votato alla musica live e alla cultura alternativa. Il proprietario è Enrico Rovelli, personaggio controverso, manager e imprenditore musicale. Nei primi anni Settanta Rovelli è informatore della questura di Milano col nome in codice di Anna Bolena: sembrerebbe sotto ricatto, costretto a raccogliere informazioni sul circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa di cui faceva parte, per potere avere da parte del commissario Calabresi il rinnovo, mese per mese, della licenza del suo locale. Un comunicato dello stesso circolo mette in guardia i compagni nei suoi confronti, definendolo sospetto provocatore dell’ufficio politico della questura milanese. Era e rimane tutt’ora una faccenda ambigua difficile da sbrogliare (…) Il club Carta Vetrata, un ex capannone di rigenerazione gomme, era molto frequentato dalla scena alternativa milanese che faceva capo alla rivista di controcultura “Re Nudo”. Nelle pagine del periodico underground il locale veniva appellato come “Anonimous Sound Club”, forse per il fatto di essere a Bollate, periferia anonima, appunto, dell’hinterland milanese. Nelle sue sale, nel 1972, venne presentato il partito Ippi di Angelo Quattrocchi, agit-prop, beat, provocatore di razza, creativo ed editore, che si era messo in mente di entrare in politica. Il Carta Vetrata era chiaramente di sinistra e vi regnava un’atmosfera libertina, quasi da centro sociale, in cui si poteva fumare erba in quantità, appoggiarsi per dormire, fare le prove con la band. Era una sorta di crocevia dove suonavano e si incontravano la maggior parte degli artisti di un certo tipo e orientamento politico, come P.F.M., Banco del Mutuo Soccorso, Osanna, Balletto di Bronzo, Alberto Camerini, De De Lind, Pooh, Eugenio Finardi, Franco Battiato, Status Quo, Van Der Graaf Generator. Rovelli organizzò nel 1972 anche le due date dei T. Rex di Marc Bolan. Il club fu venduto nel 1976 e diventò una discoteca. Del Carta Vetrata si parla anche nel film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana (2012), che racconta la strage di piazza Fontana, dalle cui indagini sulla pista anarchica nascerebbe “l’affaire” Anna Bolena. (da “Italian Nightclubbing” di Alessandra Izzo e Tiziano Tarli, Arcana, 2015)

Enrico Rovelli: “E’ durato fino al 1976, sei anni buoni, il locale è nato il 6 febbraio 1970 a Bollate in un capannone dove ricostruivano gomme. Io, come unico socio, lo mandavo avanti con mia moglie e alcuni amici, poi l’ho venduto e hanno proseguito come discoteca con il nome di Milk e successivamente Ganesh. Quando suonarono i Led Zeppelin al Vigorelli, alcuni ragazzi di Quarto Oggiaro vennero con pezzi della batteria del gruppo inglese portati come trofeo. Ne passavano tanti di artisti, molti si fermavano a suonare, altri giusto per ritrovarsi con amici. Venivano Camerini, Finardi, Battiato, i Jumbo, Colombo con la Quinta Parete. Ricky Maiocchi si presentava con un medaglione recante la faccia del duce e io non volevo farlo suonare. Quando avevo vent’anni facevo politica, poi sono stato accusato di essere un infiltrato dei servizi segreti e la cosa mi ha molto amareggiato. Prima del Carta Vetrata va ricordato il mio operato con il locale Bla Bla Bla, siamo nel 1969 a Riccione su viale Ceccarini, ci portai la musica dal vivo con il Balletto di Bronzo, Anonima Sound Ltd, i Baci con Gallo di Vasco, Maurizio Arcieri, i Califfi e anche molti stranieri come Ike e Tina Turner, Brian Auger e Four Kents. Le nuove generazioni venivano lì a divertirsi e a sentire la nuova musica. Sempre attorno al mondo della musica ho rilanciato Radio Music, una radio di Bollate con sede in via Cavour. Facevano fatica ad andare avanti, l’ho trasformata e ingrandita arrivando a trasmettere anche come televisione musicale, Telemusic, che poi cedetti a Peruzzo editore. Gli studi della radio li spostammo in piazza Repubblica a Milano, eravamo in concorrenza con Radio 105 e Milano International. Ho conosciuto Claudio Cecchetto al quale poi cederò la radio che lui chiamerà Deejay, Linus e Albertino erano già con me a Bollate. Per quanto riguarda la mia attività di manager e promoter di spettacoli, nel 1978 ho fatto il tour di Patty Pravo. Prima organizzavo solo tour con artisti stranieri, nel 1972 avevo portato in Italia gli Ufo, IF e Van Der Graaf Generator che si accontentavano di 40.000 lire al giorno, mentre i Genesis chiedevano 100 mila. Ho portato il cinema musicale, un film olandese su Jimi Hendrix, nel 1981 ho aperto il locale Rolling Stone, ho rilevato il Teatro Cristallo e l’ho trasformato in City Square nel 1988. In mezzo tanti altri tour, tra cui quello del 1984 con Celentano, ho aperto l’Alcatraz e per tredici anni, fino al 1997, mi sono occupato di Vasco Rossi. (da “Che musica a Milano” di Giordano Casiraghi, Editrice Zona, 2014)

 

CineMusiche & Cult-Movies

Apocalypse Now  Già il controllore sociale della Conversazione, sempre alle prese con i nastri delle registrazioni, poteva legittimamente affermare “sono un musicista”. Che dire, ora, di questa Banda dell’Apocalisse, la cui folle lucidità sonora oscura perfino le Mothers Of Invention? Apocalypse è la più grande opera contemporanea (qualche dubbio, per caso?) perché sa coniugare il ritmo della condizione metropolitana con l’assoluta assenza di ogni misura, la sensibilità con il parossismo. Come i colori (quei verdi che sarà impossibile dimenticare), come le immagini, anche i rumori si propagano con struggente, in-sensata infinitezza. Il suono spasmodico delle pale degli elicotteri, la forsennata presenza di radio e registratori, l’acqua del fiume e la pioggia, il silenzio impregnato di rumori della giungla, le voci che anche quando parlano emettono suoni e non parole, e loro, gli strumenti da fuoco, autori di impressionanti composizioni istantanee. La musica, qui, è un aggettivo del rumore. E quanto è grande (l’appassionante End di Jim Morrison, l’arrogante Cavalcata di Ricky Wagner) scivola mirabilmente nel rumore cancellando l’artificio dell’identità. Con Coppola la colonna sonora diventa corrente, il rumore di fondo irrompe prepotentemente in primo piano. Dopo la camera anecoica di John Cage, dove l’orecchio percepisce il suono del sangue e dei nervi, anche Apocalypse riesce a farci sentire il rumore della nostra stessa esistenza. (Franco Bolelli, “Musica 80”, marzo 1980)

 

 

Apocalypse Now, o del paese del suono. Suono dilatato all’ennesima potenza senza bisogno di artifici, dispiegato soltanto nelle sue infinite possibilità di rapporto: col rumore delle pale degli elicotteri, con l’acqua che scivola via sotto la motobarca, con la tromba “arrivano i nostri”, con il fruscio delle foglie e l’assenza del silenzio. Come fare a non sentirsi almeno un po’ americani quando senti gli elicotteri allinearsi e prepararsi all’attacco ballando La Cavalcata delle Valchirie? E sullo sfondo del luna-park del Vietnam, incantato-impazzito di luci e di suoni, la voce. La voce di Brando, voce densa e profonda come quella di un vero poeta che recita parole completamente a-significanti: certo quel che dice Brando-Kurtz ha un senso, anche più di uno, ma nella colonna sonora di Apocalypse Now non conta nulla, già conta poco nel film. Più ancora che parole-suono quelle che si intrecciano con le musiche (quelle di Brando come quelle dei ragazzini costretti a darsi al surf in mezzo a una pioggia di bombe o le grida prima rassicuranti poi un po’ spaventate dell’annunciatore del Grande Show con le conigliette) sono parole-rumore, come il ruggito improvviso e imprevisto della tigre che balza dai cespugli. Ma di Apocalypse non si può parlare soltanto come di una musica per film: non lo è. E’ piuttosto la musica di un film, come questo grandiosa, lirica, folle, scoppiettante, vitale nonostante i germi della putrefazione. Non è musica fatta per evocare immagini, ma per crearle. E quando nel finale si passa dalla musichetta da strip-tease dello Show fino al monologo recitante di Kurtz attraverso le voci della folle barca, come non dire che Coppola è un genio? Ha inventato, nientedimeno, la colonna sonora del giudizio universale, e non è neppure credente! (Gloria Mattioni, “Musica 80”, marzo 1980)

 

Novità discografiche, ristampe, prossime pubblicazioni

Afterhours “Folfiri o Folfox”, Alban Fuam “Whiskey’n’Beer”, Amanda Tosoni & Andrea Caggiari Duet “Amy On The 4 Strings”, Andrea Fardella “Le derive della Rai”, Baciamibartali And Winter Light “Baciamibartali And Winter Light”, Beatrice Alunni & Marc Peillon “Dance With Me”, Bebawinigi “Bebawinigi”, Belladonna “The Orchestral Album”, Black Soul Golden Reunion “Black Soul Golden Reunion”, Bruno Sanfilippo “The Poet”, Camilla Battaglia “Tomorrow. 2 More Rows Of Tomorrow”, Cappadonia “Orecchie da elefante”, Chat Noir “Nine Thoughts For One Word”, Circolo Lehmann “Dove nascono le baleen”, Corde Oblique “I maestri del colore”, Daniele Vianello “Lunaria”, Dik Dik “Storie e confessioni”, Diversamente Rossi “L’immobile disegno”, Dogma “Sospesi”, Dropp “Patterns”, Earthquake Island “Dandelion To Neon”, Edwina & Deko “Easy Road”, Egle Sommacal “L’atlante della polvere”, Elena Somarè “Incanto”, Elli De Mon & Diego Deadman Potron “Vs” (EP), Enrico Bollero “Militari in partenza per Hollywood”, Fabio Concato, Fabrizio Bosso & Julian Oliver Mazzariello “Non smetto di ascoltarti”, Felix Lalù “Coltellate d’affetto”, Femme Folk “Femme Folk”, Flo “Il mese del rosario”, Frei “Evolution”, Fùrnari “Abusivi sognatori”, Gabriele Mainetti “Lo chiamavano Jeeg Robot” (col. sonora), Giacomo Sferlazzo “Giostre per giovani vecchi”, Giorgio Albanese “Vento di maestrale”, Giuliano Gabriele “Madre”, Giovanni Falzone “Led Zeppelin Suite”, Giulia’s Mother “Truth”, Giuseppe Di Gennaro “Multiforme 2”, Giuseppe Tropeano “A ricurdanza”, Gnut “Domestico” (EP), Humanoira “Fedeli alla linea”, I Carnival “Se non mi tengo volo”, Il Lungo Addio “Fuori stagione”, Il Pinguino Imperatore “Domeniche alla periferia dell’impero”, Il Sindaco “Come i cani davanti al mare”, Ilaria Pastore “Il faro, la tempesta, la quiete”, Jaselli “Monster Moon”, Kelevra “Cronache per poveri amanti”, La Batteria “Tossico amore”, La Squadra “In sciò ton”, Ledi “Cose da difendere”, Le Gros Ballon “Cinefoumatic”, Leo Pari “Spazio”, Les Jeux Sont Funk “Erasing Rock”, Less Than A Cube “Less Than A Cube”, Letizia Gambi “Blue Monday”, Livio Minafra “Sole Luna”, Lo Straniero “Lo straniero”, Lu Silver & The String Band “The Soul Comes Back To Boogie”, Lucyfer Sam “Lucyfer Sam”, Marco Bugatti “Romantico”, Manuel Rinaldi “Faccio quello che mi pare”, Mau Mau “8000 km”, Max Casacci & Daniele Mana “Glasstress”, Med Free Orkestra “Tonnosubito”, Meditamburi “Antichi viaggiatori”, Niagara “Hyperocean”, Novamerica “Novamerica”, Oh! Eh? “Non di amore”, Paolo Baldini “Dub Files At Song Embassy, Papin, Kingston 6”, Paolo Fresu & Omar Sosa “Eros”, Parkwave “Better Than This”, Peppe Voltarelli “Voltarelli canta Profazio”, Piero Umiliani e I Suoi Oscillatori “Il mondo dei Romani” (LP, col. sonora), Roberto De Bastiani “Risvolti”, Senatore “Bisogni primari”, St. Ride “Deutschland Femdom”, Step Two “Binari”, Supermarket “Portobello” (12”), Temporal Sluts “Modern Slavery Protocol”, The Sick Rose “Faces” (LP), Sparkle In Grey “Brahim Izdag”, Tino Tracanna Acrobats “Red Basics”, Trio 876+ “Otto sette sei”, Tubax “Governo laser”, Twenty Four Hours “Left To Live”, Umberto Capilongo “Inversion”, Verdiana Raw “Whales Know The Route” (m.p)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

Vinicio Capossela “Canzoni della Cupa”, Med Free Orkestra “Tonnosubito”, Angelica Lubian “E che Dio ce la mandi buona”, Telaio Magnetico “Telaio Magnetico”, Amanda Tosoni & Andrea Caggiari Duet “Amy On The 4 Strings” (Massimo Pirotta)

Airportman, Stefano Giaccone, Lalli “Anna e Sam”, L’Officina della Camomilla “Palazzina Liberty”, Inutili “Elves, Red Spirites, Blue Jets”, Mulbö “Mulbö”, Alì “Facciamo niente insieme” (Fabio Pozzi)

 

Era il 1976. Giusto, giusto 40 anni fa…

Nuova Compagnia di Canto Popolare “Tarantella ca nun va bbona. Il Festival di Sanremo ogni tanto si poteva anche vedere, riuniti gli amici davanti al televisore “per farsi quattro risate” e in realtà per esorcizzare un fantasma ancora non completamente sconfitto, la sottocultura che ci aveva allevato per anni, tramite la radio, a forza di ritornelli orecchiabili e “carini”. Il festival della canzone napoletana, o qualsiasi manifestazione simile, no. Qui eravamo nel kitsch più nero, in una forma espressiva, tanto stereotipa, melensa, impregnata dal moralismo più irritante che anche i meccanismi dell’ironia si bloccavano, rifiutandosi di considerare musica – la musica di Aurelio Fierro e Nunzio Gallo – sapendo bene, tra l’altro, che proprio questa era l’immagine musicale italiana che si era dimostrata ottima merce di esportazione, e che milioni di persone, all’estero, ci assimilavano con queste idiozie da “bel canto”. Noi no: rifiutavamo, ovviamente, questa identificazione. E poiché – a livello più o meno cosciente – in questi casi è fin troppo facile fare di ogni erba un fascio, tutta la tradizione napoletana era stata frettolosamente infilata nell’armadio delle cose da dimenticare. La Nuova Compagnia di Canto Popolare ha fatto il miracolo: non solo ha permesso a molti ammalati di esterofilia di riaccostarsi con orecchie limpide ad un suono che, nelle sue radici, conserva davvero un patrimonio cromatico infinito; ma ha anche indicato una strada valida per tutte le latitudini, capace di lasciarsi alle spalle lo stupido purismo archeologico e la semplicistica superficialità del folk di consumo. Ora tutti possono e devono ascoltare questo suono assolutamente affascinante, la sua capacità comunicativa dai contorni davvero universali: “Tarantella” è senz’altro una delle migliori “cose” del gruppo napoletano, un affresco che tocca con ironica – e poetica – disinvoltura una quantità di toni differenti, dalla classicissima filastrocca di “Rancio e mosca” alla graffiante “Trapenarella”, all’ormai celebre “Montemaranese”, alla dolce “Moresca d’Orlando”, alla conclusiva “Ue femmene femmene” dove la creatività collettiva dei musicisti prende forma e sostanza in un esaltante crescendo. Un disco per tutti, che non ci si stanca mai di ascoltare: e che pone senz’altro il gruppo ad un notevole livello di eccellenza internazionale. (Marco Fumagalli, “Gong”, febbraio 1976)

 


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