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voltarelli

BandAutori 25. In questo numero andiamo a Sud con i nuovi dischi di Flo e di Peppe Voltarelli, che si confrontano con le proprie radici. Per "Libri che suonano" ci spostiamo a Mezzago, al Bloom, per poi tornare nel 1976 e al folk.

Flo “Il mese del rosario” (Agualoca Records)

La cantante napoletana Floriana Cangiano, in arte Flo, con questo album si accredita ad essere una delle interpreti più interessanti dell’odierno panorama italiano. E non solo. Disincantata, sensibile, graffiante. Dopo le fruttuose collaborazioni con Daniele Sepe, l’ensemble Corde Oblique, la partecipazione al musical-teatrale “C’era una volta…Scugnizzi” di Claudio Mattone e il precedente e già meritevole disco “D’amore e di altre cose irreversibili”, pubblicato due anni, dà alle stampe un lavoro ad “orologeria”. Pronto ad esplodere con ballate, canti delle radici, idiomi folk, ricami melodici, atmosfere ariose, ritmi che differenziano e liriche di spessore. Inzuppato in una Napoli città aperta, sulle coste siciliane del Mediterraneo, nella Francia con foulard e musette, nel morna di Capo Verde. Suoni dal mondo, sorgenti dalle quali ispirarsi e trarre giovamento, acrobatici voli nell’attuale. Sentimenti, sia che splenda l’arcobaleno oppure no. Perché gli esseri umani si incarnano o si assottigliano nel loro volere apparire dolci, amari, tormentati, fatati, miscredenti, peccatori, indulgenti. Ardenti come tizzoni. Flo e il cercare nessi logici. Il maggio che è il mese del rosario, il peccato, il libertinaggio, la pietà. Polis, agorà, bastardi posti. Filastrocche per grandi e piccini, crocevia di culture, radicamenti, patrimoni.  Evocazioni, futuri scenari, nuovi linguaggi. Le estatiche bellezze e le rughe del vissuto. Altrettanto affascinanti. Camminare spaesati nel frattempo, donne infangate e male-maritate, la chiassosa banda per ogni femmina con compagno. Quali amori? Il fiato che viene a mancare, pugni, calci e di abbracci manco l’ombra. Lei rimarca tutto ciò. Ad affiancarla ci sono validi musicisti: Ernesto Nobile in veste di produttore e alle prese con diversi strumenti, Marco Di Palo (cello), Michele Maione (percussioni, batteria, mandola). Nove brani, tra cui “Bellissima presenza” che pare sbocciata in un bistrot parigino, “Controra arancione” impennate vocali e pulsare percussivo, “Quale amore” condensato poetico, pallida in viso, sudata sulla fronte, immersa nel dolore e resa ancor più emozionante dal suono dell’arpa di Vincenzo Zitello. Quindi, i rifacimenti di “Terra can un sant” e di “Buttana di to ma” (co-firmata da Otello Profazio) e presi dal repertorio dell’immensa Rosa Balistreri. E nel finale, per non farsi mancare nulla, una sorpresa. Si tratta della traccia fantasma della beat-song “Bang Bang”, tra le più gettonate nei jukebox di allora e resa celebre da Sonny & Cher. Album tentacolare nella sua incantevole ibridazione. Voto: 9 (Massimo Pirotta)

Peppe Voltarelli “Voltarelli canta Profazio” (Squilibri)

Questo disco rappresenta la chiusura di un cerchio per Peppe Voltarelli e oserei dire per l’intera musica e cultura calabrese. È l’allievo che era fuggito altrove che torna, quasi come un figliol prodigo, dal maestro per rendergli omaggio e per rendere omaggio alle sue radici, che erano rimaste sempre presenti nella sua opera, prima come muri da abbattere e ora come casa accogliente in cui è bello rifugiarsi consapevolmente. Un’operazione dal così alto valore simbolico, personale per Voltarelli e collettivo per il suo pubblico, meritava una forma che le rendesse merito: “Voltarelli canta Profazio” non è dunque un semplice CD in una custodia di plastica, ma è anche un piccolo ma denso libro di una cinquantina di pagine, in cui si racconta con dovizia di particolari la genesi del disco, sia dal punto di vista di Peppe che da quello di Carlo Muratori, che si è occupato degli arrangiamenti musicali, e delle sorelle Corcione, le artiste napoletane che hanno illustrato le canzoni omaggiando un altro grande artista calabrese, cioè Mimmo Rotella. Quando si procede all’ascolto dei dieci brani che compongono l’album non si può poi che restare ammaliati dalle bellissime interpretazioni di Voltarelli, che conferma una volta di più le qualità della sua voce, e dagli arrangiamenti, rispettosi degli originali ma con un tocco di modernità e qualche sguardo verso il folk internazionale. Tra i momenti migliori vanno citati sicuramente “Qua si campa d’aria”, che dava il titolo al disco più famoso di Profazio, “Lamento del carrettiere”, dal testo semplice ma lancinante reso con la giusta drammaticità da Voltarelli, e “La mafia”, frutto della collaborazione tra Profazio e Ignazio Buttitta. Il fatto che questi brani siano ancora dolorosamente attuali rende poi ancor più credibile e sentita l’intera operazione, dandole un valore di denuncia dell’immobilismo in cui il Sud è stato lasciato negli ultimi decenni. La musica invece va avanti, come ci dimostra Voltarelli, rispettando però le sue radici: un sistema da seguire anche per l’intera società? Voto: 9 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

New Trolls “Senza orario e senza bandiera”, Tre Allegri Ragazzi Morti “Inumani”, Laura Fedele “Pornoshow”, The Showmen “The Showmen”, Ilaria Pastore “Il faro la tempesta la quiete” (Massimo Pirotta)

Claudio Rocchetti “Memoria istruttiva”, Peppe Voltarelli “Ultima notte a Malastrana”, The Clan “All In The Name Of Folk”, Modena City Ramblers “Riportando tutto a casa”, C+C=Maxigross “Ruvain” (Fabio Pozzi)

 

Libri che “suonano” (un estratto)

Bloom, Mezzago. Sviluppi incontrollati e un paio di scarponi con qualche misura in più. Era un cinema abbandonato, è uno spazio multifunzionale. Maggio 1987: si gira la chiave. Aperto. Musica live, film, mostre, corsi, la libreria all’interno. Una media di tre concerti a settimana. Cinema: settantadue poltroncine rosse, “visioni di quartiere”, rassegne, prime visioni col prezzo del biglietto calmierato. Corsi: yoga, burlesque e quella volta che arrivò Stewart Copeland dei Police a tenere una lezione “percussiva”. Bloom che interagisce con Emergency, Libera, Amnesty International. Non è un circolo Arci. Ma cooperativa sociale, gestione intergenerazionale così come il pubblico che lo frequenta. Sì, siamo quelli delle due date dei Nirvana (’89-’91). Usciti vivi dagli anni Novanta, feriti di striscio negli anni Zero. Hanno concertato, presentato libri e film, tenuto incontri: Sharon Jones, Henry Rollins, Primal Scream, Wire, New Bomb Turks, Stiff Little Fingers, Morphine, Charles Bradley, Allah-Las, Queens Of The Stone Age, Mudhoney, Dream Syndicate, Brunori Sas, C.S.I., Calibro 35, Cristina Donà, La Crus, Verdena, Subsonica, Vinicio Capossela, Ministri, Area, Paolo Fresu, Franco Cerri, Tre Allegri Ragazzi Morti, Nina Zilli, Fabio Treves, Loredana Bertè (in una serata a sostegno de “il Manifesto”). E poi: Guido Chiesa, Silvano Agosti, Davide Ferrario, Ugo Gregoretti, Silvio Soldini, Gino Strada, Alda Merini, Wu Ming, Moni Ovadia, Gad Lerner, Michele Serra, Franco “Bifo” Berardi, Franco Bolelli, Fernanda Pivano, Dario Fo, Enrico Deaglio, Matteo Guarnaccia, Frank Lisciandro (il fotografo dei Doors) e moltissimi altri. Gli Slint sono arrivati. “Ci siete tutti?” “Cavoli, abbiamo dimenticato il chitarrista alla dogana francese”. Giungerà qualche ora dopo su un pulmino tipo quello dei Simpsons. Paul Simonon dopo i Clash e con gli Havana 3 A.M., tutto concentrato a leggere un libro nei camerini. I Green Day che giocano a frisbee tutto il pomeriggio. I giapponesi Zeni Geva che compliano il borderò in lingua madre. Arriva l’addetto Siae: “Cos’è questa roba, mi pigliate per il ….”. Gli Ustmamò da accompagnare in albergo: nebbia fittissima, non si vede a un centimetro, giù i finestrini, fuori la mia testa e quella di Mara Redeghieri per individuare la strada. Nel 2012 è il venticinquennale, esce un libro che racconta questo luogo/crocevia rock. La prefazione è di Manuel Agnelli. Si tiene il “secret show” degli Afterhours, qualche giorno dopo un festival punk (Punkreas, Pornoriviste, Derozer, ecc.). Arrivano in 3.000, Mezzago è imballata. Massimiliano Elia, tecnico del suono: “Iniziai a frequentare il Bloom, iscrivendomi a un corso per quello che è diventato il mio lavoro. Una sera, Simone l’ex fonico, mi dice: “Mi assento un attimo, stai qui tu”. “Mi viene l’ansia, non mi sento pronto, se si inceppa qualcosa? Ero venuto per bere una birra, cribbio”. Dopo qualche minuto torna sorridente: “Hai visto, tutto a posto, suonano ancora”. Valeria Codara, (non) è tutto rock’n’roll: “Bloom è anche quello che non si vede. Bloom è le reazioni che si scatenano quando lo vivi. Cascasse il mondo, ma in qualche modo sa “muovere”. Cucinare il gulash per cinquanta persone (io che mangio cracker e tonno), recuperare settanta bottiglie di vino vuote e passare tutta la notte a staccare le etichette perché servono per una performance. Durante un’iniziativa pro-Tibet, ricevo pure la benedizione da un monaco buddista. Cose insolite rispetto a quello che siamo abituati. E ti viene da dire: “Sarebbe un mondo ancora peggiore senza Bloom”. Marta Vacante, lavora al bar: “Vivi la notte al contrario. Sei al lavoro e davanti hai centinaia di persone che vogliono divertirsi, colloquiare, incontrarsi. Ma essere dietro il bancone, può essere anche una postazione privilegiata. Vedi gli artisti da un’altra angolatura. Capisci chi si atteggia, chi è veramente umano, chi è timido, chi è spavaldo. Il cantante dei Motorpsycho che mi affascina e nello stesso tempo mi mette soggezione. Xavier Rudd che mi vuole portare in Australia. E come dimenticare i Melvins: uno di loro si avvicina mentre gli preparo un cappuccino e con un gran sorriso e un dente di ferro, mi fa il baciamano. “Ciao, I’m Buzz”. Steve Albini che non fa nulla per attirarsi la minima simpatia”. Bloom che vive di contraccolpi. Va avanti. Verso un futuro imperfetto, tra nuove possibilità e difficoltà. Poco tempo fa, una ragazza mi ha chiesto: “Chi ti piacerebbe che suonasse al Bloom e non l’ha ancora fatto?”. “Patti Smith, anzi no. Una novella Pippi Calzelunghe accompagnata da un quartetto d’archi. Così, per dare nuova linfa a tutto quanto. Perché ho un dubbio: ce la farà il rock’n’roll a essere la colonna sonora del nuovo secolo, così come lo è stato nel Novecento?”. (Massimo Pirotta, da “Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi” di autori vari, Agenzia X, 2015)

 

Novità discografiche, ristampe, prossime pubblicazioni

Alessia Obino Cordas “Deep Changes”, Antonio Amato Ensemble “Speranze”, Artù “Tutto passa”, Aurelia 520 “Cenere”, Bandoscia, Marcotulli, Alborada “Trigono”, Bruno Lauzi “Live Collection 1978-1979”, Emanuele Tondo “Sguardo a Sud-Est”, Fabrizio Consoli “10”, Fabrizio Moro “Fabrizio Moro”, Franco Califano “Le luci della notte”, Gazebo Penguins “Raudo”, Gecofish “Nonostante tutto”, Gianluca Di Ienno Keys Trio “Shifting Thoughs”, Giorgio Gaslini “La notte” (LP), Giovanni Pelosi “Heart Listener”, Ida Rendano “Pè sempre”, Izi “Fenice”, KNK Project “Silver”, L’Ipotesi di Aspen “Cronache da un assedio”, La Rua “Sotto effetto di felicità”, Lanfranco Malaguti “Why Not?”, Lele Esposito “Costruire”, Marco Ragni “Land Of Blues Echoes”, MO.DO. “La scimmia sulla schiena del re” (LP), Mokadelic “Gomorra. La Serie”, Musicamanovella “Chiedi all’orizzonte”, Paolo Conte “Paolo Conte Live”, “Tournèe”, “Tournèe 2”, “Live Arena di Verona”, Radicanto “Memorie di sale”, Rita De Sorbo “Speciale”, Sergio Endrigo “Live Collection 1980-1981”, Simona Zanchini “Don’t Try This Aniwhere”, Tony Cercola “Patatrac!” (m.p.)

 

1976. Giusto, giusto 40 anni fa…

Canzoniere del Lazio “Spirito bono” (Intingo) – Il problema della rielaborazione e della attualizzazione del patrimonio della nostra musica popolare è uno dei più discussi e dei più spinosi del momento. In Italia, come in quasi tutti gli altri paesi, sono parecchi i musicisti, a qualsiasi dominio espressivo essi appartengano, a porsi la questione di come fare musica contemporanea, attuale e inserita nella realtà odierna, rifacendosi però alle radici più autentiche della tradizione del nostro popolo. Il Canzoniere del Lazio, partito da una più o meno stretta lettura ti testi della tradizione folclorica nostrana, soprattutto all’epoca del primo Lp, si è mano a mano sganciato da ogni pedissequo e filologico revival, per tentare già dal secondo disco, una reinterpretazione più libera e aggiornata delle vecchie canzoni e danze popolari. Con questo terzo “Spirito bono” tale pratica è spinta ancora più in là. Ridotte al minimo le parti vocali, i ragazzi del Canzoniere del Lazio partono da quattro danze popolari, improvvisando e dilatando deliberatamente i temi, in modo da farne veramente un qualcosa di più vitale e presente, lontano da ogni noiosa archeologia. Il risultato non è sempre ineccepibile e scorrevole con piena naturalezza, perché la libertà è spesso frenata da lungaggini e prolissità un po’ macchinose. Resta però in questo disco soprattutto un tentativo piuttosto lodevole di divulgare in maniera tutt’altro che cattedratica una tradizione popolare altrimenti destinata ad estinguersi in modo inglorioso. Anche se il suono complessivo di questo terzo Lp è un po’ più morbido e raffinato dei precedenti, non riesco davvero a capire il motivo per cui si è voluto spostare dalla West Coast americana, per chiamarlo a fare da tecnico di studio, un certo Peter Kaukonen. (Giacomo Pellicciotti, “Gong”, marzo 1976)

 


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