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folfiri

BandAutori 28. In questo numero il rock alternativo degli Afterhours e l'hip hop di Ted Bee. Per "Libri che suonano" andiamo negli anni Cinquanta.

Afterhours “Folfiri o Folfox” (Universal)

L’attesa, molta, non è andata delusa. La band aveva annunciato un doppio album, quindi molte cose da dire. Poi, le recenti polemiche che ha suscitato la decisione di Manuel Agnelli di accettare il ruolo di giudice a X Factor (che in precedenza aveva rifiutato). E si sa, a certi oltranzisti, i talent-show non vanno proprio giù. A fugare legittimi dubbi e pregiudizi a priori, c’è questo album che conferma gli Afterhours tra le migliori formazioni rock in circolazione. Line-up in parte rinnovata, un disco concettuale, articolato, che non cerca scorciatoie ma approfondimenti. Toccare nervi nascosti, gettarsi a capofitto in un racconto inquieto e senza filippiche creare innovazioni. Musicali e non. Ad essere ferrei, è un disco sentimentale. Intendiamoci bene: pensiero/sospiro, materia/immateriale. Gli Afterhours non possono permettersi di essere melassa né di perdersi nei corridoi dello scontato. Quindi, un disco che richiede accurati ascolti per coglierne l’intera pienezza. Limpido e chiaro: pensiero, fantasia, creatività. C’è dell’altro: nella storia della musica, tutte le canzoni sono canzoni d’amore. Al di là di temi trattati, con modalità diverse. E gli Afterhours non possono di certo auto-annullarsi in un’insipida canzone tra un lui e una lei. “Folfiri o Folfox” è in parte condizionato dalla morte del padre di Manuel. L’album ha come titolo due trattamenti chemioterapeutici. Le crepe del dolore, il reagire a ciò. Di conseguenza, non sono pochi gli attimi in cui a prevalere è l’elemento sperimentatore. Che appare energico, liberatorio. Magnetico per l’ascoltatore. 18 canzoni di rock ruspante e con significative aperture melodiche. E’ una toccante raffigurazione. Orchestrazione interiore/esteriore, blocco unico e nello stesso tempo “una cosa per volta”. Fa i conti con l’iter-attivo, è spavaldo, affronta distanze non ravvicinate. E’ garbato nell’essere urlo, nello sporcarsi le mani, nel prendere atto che nella vita bisogna farsi il mazzo. E’ un’analisi di incognite e tentativi. Il lasciarsi scivolare, i pesi specifici, l’accelerazione, le labbra rosse, le pillole, la vita che gocciola, le ombre dentro di noi, il sole che ci meritiamo, i protocolli con i quali si ha a che fare, gli amici farisei, croci e riflettori, la mania di avere una mania e una prima volta che può far male. E’ rock geneticamente modificato. Tra il rinascimentale e l’evoluzione. E’ a braccia aperte. Perché cosa si desidera da sempre? Spiccare il volo! Invenzione, mente. Magari il rischio del flagello. Tra i brani: “L’odore della giacca di mio padre”, “Non voglio ritrovare il tuo nome”, “Qualche tipo di grandezza”, il brano che dà il titolo al disco, “Né pani né pesci”. E poi: “Fra i non viventi vivremo noi”, una canzone col cuore di tuono. Voto: 9 (Massimo Pirotta)

 

Ted Bee “Phoenix EP” (Ammonia Records)

Altro giro, altro genere. Dopo l’ottima elettronica di Rodion recensita un paio di settimane fa, questa settimana mi dedico all’hip hop italiano, un genere che non può essere sottovalutato al giorno d’oggi, data la sua portata sociale e non solo. Non recensisco però uno degli album che vanno in cima alle classifiche, indirizzati soprattutto a un pubblico di ragazzini. Vi parlo del nuovo EP di Ted Bee, rapper in giro da più di dieci anni nonostante la giovane età, già membro della Dogo Gang e con all’attivo collaborazioni con gran parte della scena italiana. “Phoenix” rappresenta ciò che dovrebbe essere un disco rap con un senso oggi: Ted dimostra infatti di avere molte cose da dire, su se stesso e sulla società, di essere consapevole di ciò che gli sta dietro le spalle, nella storia del genere, ma al tempo stesso di avere voglia di guardare avanti e sperimentare, mescolando generi e suggestioni. I sei brani dell’EP attingono infatti dal soul e dal rock oltre che dalla storia hip-hop, con in particolare un ottimo uso dei fiati (suonati davvero e non campionati, come tutti gli altri strumenti). I pezzi raccontano la storia di Ted, tra omaggi ai miti della sua gioventù sia sportivi (Marco Pantani in “Tutti gli altri dietro” e Gascoigne in “Better Call Paul”) che musicali (gli Articolo 31 in “Così mi tieni”), riflessioni sulla sua carriera e sulla scena (“L’uomo giusto nel posto sbagliato” e la già citata “Così mi tieni”), testi politici cattivi come pochi (l’auto-cover di “500 Volt”) e infine un canto d’amore per la vera Milano, che non è quella imbruttita ma quella delle case di ringhiera e del derby a San Siro, cioè “Milano trema ancora”, che ha anche la rima geniale tra Scerbanenco e Shevchenko. Produce Andrea Rock, l’etichetta è Ammonia Records, che solitamente si occupa di punk e affini, ma che in questo caso fa una giusta eccezione. Voto: 8.5 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

Il Complesso di Tadà “Il Complesso di Tadà”, Confusional Quartet “Confusional Quartet”, Francesco Guccini “Folk Beat N.1”, Arti & Mestieri “Tilt”, Pale TV “Blue Agents” (Massimo Pirotta)

Coma Berenices “Delight”, A Minor Place “The Youth Spring Anthology”, Hostsonaten “Symphony N. 1 Cupid & Psyche”, Casa del Mirto “Still”, Fast Animals And Slow Kids “Alaska” (Fabio Pozzi)

Novità, ristampe, prossime uscite discografiche

Alessandro Sipolo “Eresie”, Claudia Quintet “Super Petite”, Daniele Bazzani “Do Not Open”, Discoverland “Drugstore”, Gianni Coscia “Frescobaldi per noi”, Giuliano Palma “Groovin’”, Manuel Magrini “Unexpected”, Maria Laura Baccarini & Regis Huby “Gaber, io e le cose”, Marracash/Guè, Pequeno “Santeria”, Massimo Valentini “Jumble”, Musicheria “Aleph”, Orchestra Bagutti “Bugiardo amore”, Peppe Barra “E cammina cammina”, Savoldelli Casarano Bardoscia “The Great Jazz Gig In The Sky”, Stefano Di Battista “Volare” (LP), Tino Tracanna Acrobats “Red Basics” (m.p.)

 

Libri che “suonano”

Gli anni Cinquanta. La prima cosa che i gestori dei locali, verso la fine degli anni Cinquanta, chiedevano ai musicisti che volevano essere scritturati era: “Ma l’eco ce l’avete?”. Chi ce l’aveva stava a posto, chi non ce l’aveva, se non voleva restare disoccupato, doveva sbrigarsi a mettere da parte i quattrini per comprarlo: la rudimentale ma miracolosa macchinetta elettronica che regalava alla voce di qualsiasi cantante il magico alone sonoro di una cattedrale rappresentava infatti il vero passaporto per i locali più alla moda, quelli che garantivano un’ottima paga, un scelto pubblico (oggi si direbbe “di tendenza”) e l’opportunità di un successo del quale si sarebbe parlato molto. Il primo eco era una valigetta rivestita di vinilpelle marrone lunga come la custodia di un fucile, dentro la quale girava un anello di nastro magnetico che registrava la voce del cantante e la riproduceva con qualche istante di ritardo mescolandola al suono originale e ampliando così la voce (o uno strumento) con un effetto appunto di eco che rendeva ogni esecuzione dal vivo molto simile a ciò che allora si faceva solo in sala d’incisione. Costava trecentomila lire e i primi a investire nell’eco una somma tanto considerevole furono Peppino Di Capri e Fred Bongusto. Può sembrare strano che possedere o no l’eco fosse un motivo di discriminazione anche per chi era bravissimo senza nessun eco, ma bisogna capire i tempi: l’Italia degli ultimi anni Cinquanta cavalcava la tigre del progresso, i dischi che arrivavano dagli Stati Uniti, come quelli dei Platters, di Paul Anka o di Connie Francis, erano tutti incisi con eco a profusione, e così nei night club la macchinetta diventò un optional del quale un cantante o un gruppo non potevano fare a meno. Sì, i night club. In quell’epoca di così grandi cambiamenti sociali, economici, culturali e perché no anche musicali, dopo l’addio al vecchio 78 giri e l’avvento del 45 e del 33, dopo l’arrivo dei primi juke-box che erano sbarcati in Italia nel 1955 e dopo l’esplosione del rock’n’roll in America, la gente usciva di casa e faceva le ore piccole in cerca di novità, e le novità, in quel periodo di transizione dalla casalinga melodia italiana ai suoni e alle formule del pop internazionale, nascevano e spiccavano il volo della peccaminosa, dissoluta, malsana ma affascinante atmosfera dei night club. Nei night delle grandi città, nei locali all’aperto dei posti di villeggiatura o anche nelle prime balere che cominciavano a spuntare un po’ dappertutto, si agitava come Alien l’inconsueto del quale il pubblico era così avido: le nuove canzoni e i nuovi balli di moda, ma anche un nuovo modo di vivere, di comportarsi, di pazziare e di trasgredire. Nel fumo dei night mitici come le Grotte del Piccione, il Pipistrello, il Club 84 o il Kit-Kat tutto era possibile, e le leggende narrano ancora di Bruno Quirinetta che dall’alto del palco faceva la pipì sui clienti (i quali estasiati da tanta creatività gli urlavano “Divino!”), del mitico trio di Renato Carosone, con Van Wood alla chitarra e Gegè Di Giacomo alla batteria, che trasformava ogni canzone in uno spettacolo sceneggiandola a seconda dei casi (Carosone si metteva il turbante per cantare “Caravanpetrol” o la piuma da indiano per “Il pellerossa”, Gegè stupiva i nottambuli percuotendo pentole e secchielli da champagne invece dei tamburi e Van Wood faceva “parlare” la sua chitarra elettrica emettendo suoni simili a grida femminili), dei cori di centinaia di persone che cantavano “Marina Marina Marinaaa” insieme a Marino Marini e al suo quintetto, degli scatenati mambo ballati dalla Roma bene al suono di Franco e i G5, delle notti insonni passate alla Rupe Tarpea, dove una volta capitò a suonare anche il gruppo di Gianni Basso e Oscar Valdambrini, pubblicizzato sui manifesti come il celebre complesso jazz B. Valdambrini, perché il gestore del locale, che di jazz ne masticava poco, di fronte alla dicitura “quintetto Basso Valdambrini” aveva pensato che Basso, anziché un sassofonista, fosse il nome del trombettista Valdambrini. Così tra i night di Roma o di Milano (e d’estate fra quelli di Capri, Viareggio, Rimini o Santa Margherita Ligure) facevano la spola i protagonisti di quell’epico periodo. Viaggiavano in macchina, su Fiat millecento stracariche di strumenti e di musicisti, con gli amplificatori legati sul portabagagli e coperti da un telo impermeabile e sulle statali (le autostrade erano ancora in costruzione) s’incrociavano Fred Buscaglione e Bruno Martino, Don Marino Barreto e Peppino Di Capri, Riccardo Rauchi e Van Wood, Marino Marini e Fred Bongusto, Tony Dallara e i Campioni. A loro, protagonisti di una vera e propria epopea, toccò il compito di far dimenticare i tempi difficili del dopoguerra e i primi anni Cinquanta nei quali regnavano l’edera, le mamme, le bianche colombe e i vecchi scarponi, e gli italiani, pur non disdegnando lo slow che restava l’unico modo conosciuto per abbracciare una donna senza doverla sposare, danzavano cose strane e di sapore molto esotico come la conga o lo spirù. La piccola rivoluzione del costume che lievitava nel buio dei night contribuì non poco a cambiare i gusti e le abitudini di una piccola ma consistente fetta d’Italia, e la musica ebbe un ruolo tutt’altro che marginale in questo cambiamento, a cominciare dal giorno della grande svolta: quel giorno dell’ormai lontano 1958 in cui Mimmo Modugno sparò il suo “Volare, oh oh” ai microfoni del sonnacchioso Festival di Sanremo e grazie a lui la musica leggera italiana cambiò strada, aprì le porte alla fantasia e ai colori, si tinse di blu e cominciò a vivere una nuova vita. Fu come se qualcuno avesse aperto una bottiglia nella quale era stata rinchiusa l’immaginazione, e sulla scia di quel tappo lanciato in alto da “Nel blu dipinto di blu” si avventurarono poi coloro che avrebbero fatto nascere la canzone italiana degli anni Sessanta e Settanta e avrebbero finalmente cantato la vita vera di tutti noi. (Fabrizio Zampa, da “Il dizionario della canzone italiana” a cura di Gino Castaldo, Armando Curcio Editore, 1990)

 

 


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